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«Solo i classici hanno valore, il resto della letteratura è solo un dolcificante». Intervista a Michaël Uras

«Solo i classici hanno valore, il resto della letteratura è solo un dolcificante». Intervista a Michaël UrasMichaël Uras è venuto a Milano per presentare a Tempo di Libri Le parole degli altri (Editrice Nord, 2017 – traduzione di Francesco Graziosi).

Si tratta della storia di Alexandre, giovane parigino che esercita la professione di biblioterapeuta: cura le persone facendo leggere dei libri scelti in base ai loro problemi individuali. Assistiamo quindi ai suoi incontri con tre pazienti molto particolari: c'è prima di tutto Yann, un adolescente rimasto menomato in modo grave in un incidente automobilistico, che vive da recluso per l'impossibilità di comunicare normalmente con gli altri. C'è Robert Chapman, un uomo d'affari stressato da anni di superlavoro senza pause, e c'è Anthony Polstra, brillante calciatore al culmine della carriera agonistica, che solo con qualche difficoltà si potrebbe immaginare bisognoso di una terapia. Ma c'è anche una quarta persona che ha bisogno di farsi curare dai libri, ed è lo stesso Alexandre, che è stato appena lasciato dalla fidanzata e ha pessimi rapporti con la famiglia.

Presentando Michaël Uras al pubblico italiano, Cristina Prasso, direttrice editoriale di Nord, ha detto che questo romanzo parte da un'idea molto semplice quanto efficace: quella che i libri possono curare, guarire e cambiare la vita, perché in essi troviamo percorsi, tracce e medicine per la nostra anima.

 

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Uras, che si è fatto conoscere in Italia con il suo primo romanzoIo e Proust (Voland, 2014 – traduzione di G. Melloni), storia di un adolescente talmente infatuato di Proust da farne una vera ossessione, insegna letteratura al liceo ed è un grande appassionato del ruolo che la letteratura può assumere nella vita delle persone, tema che torna puntuale in tutti i suoi libri, a volte anche con un pizzico d'ironia: in Le parole degli altri ad esempio, all'uomo d'affari incapace di lavorare di meno Alexandre suggerisce la lettura di Oblomov, il famoso romanzo di Gončarov che parla di un pigro proprietario terriero, che trascorre le sue giornate sdraiato su un divano, immerso nell'ozio assoluto. Anche il personaggio del calciatore, del resto, appare fuori dagli schemi, perché ci è difficile immaginare uno sportivo appassionato alla cultura, e impegnato a leggere l'Odissea come gli viene suggerito dal biblioterapeuta. Al termine del libro, tutti i personaggi risultano in qualche modo cambiati, compreso l'inquieto protagonista.

Subito dopo la presentazione, Michaël Uras ha risposto alle nostre domande.

«Solo i classici hanno valore, il resto della letteratura è solo un dolcificante». Intervista a Michaël Uras

Come è nata l'idea di avere un biblioterapeuta come protagonista di un romanzo? Conosce per caso Curarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin (Sellerio, 2013 – traduzione di Roberto Serrai) che in Italia ha avuto un certo successo?

Sì, lo conosco, è uscito anche in Francia da non molto tempo. È un libro un po' ironico nei confronti della biblioterapia, ed è molto divertente, mentre la biblioterapia oggi viene considerata un trattamento serio. Si era iniziato a parlarne già al principio del ventesimo secolo, quando i soldati tornavano feriti e traumatizzati dal fronte della Prima guerra mondiale: davano dei libri da leggere per cercare di far dimenticare ai reduci gli orrori che avevano vissuto. Sono interessato da sempre a questo aspetto della lettura, perciò mi è sembrato naturale creare questo personaggio.

 

LEGGI ANCHE – “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno” di Ella Berthoud e Susan Elderkin

 

Lei non è un biblioteraputa, ma un professore di letteratura. I professori sono spesso legati a dei clichés riguardo ai libri da consigliare ai loro studenti, per cui volevo sapere che libri consiglia il professor Uras ai suoi studenti.

Solo dei classici. Lavoro quasi esclusivamente sui classici, perchè per me sono i testi più moderni: perciò lavoro molto poco sui libri appena usciti, e tantissimo su quei testi che hanno camminato a lungo, che hanno passato la prova del tempo.

 

In passato ai bambini si proponevano libri che non erano pensati per l'infanzia, ma che erano in genere romanzi dell'Ottocento ridotti, per poi farli passare alla letteratura adulta, mentre solo in tempi recenti sono apparsi libri pensati appositamente per gli adolescenti. Non pensa che quattordici-quindici anni siano pochi per affrontare i grandi classici?

No, non penso che sia così. Ho fatto leggere ai miei studenti quindicenni il Cid di Corneille e sono apparsi interessati. Certo, bisogna prima di tutto spiegare loro chi è Corneille, chi è il personaggio del Cid, i problemi familiari, i conflitti e l'amore che animano la tragedia: tutto questo è universale, senza tempo. Per me non è troppo difficile, si tratta della vera letteratura.

 

Allora non apprezza la nuova narrativa nata espressamente per gli adolescenti, quella che chiamano per "giovani adulti"?

Per me solo i classici hanno valore e m'interessano, il resto della letteratura è come una specie di dolcificante confrontato con lo zucchero, un succedaneo.

 

Quali sono i suoi autori di culto, beninteso oltre a Proust, a cui ha già dedicato un romanzo?

Per me è davvero difficile fare delle scelte, perché sono convinto che tutti i grandi scrittori abbiano qualcosa da dirci.

«Solo i classici hanno valore, il resto della letteratura è solo un dolcificante». Intervista a Michaël Uras

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Cosa pensano i suoi studenti del fatto che lei è uno scrittore?

Per loro è sempre un motivo di meraviglia scoprire che uno scrittore può essere un essere vivente, perché hanno in mente solo scrittori morti. Un autore giovane, che va in giro in jeans e scarpe sportive, per loro è a dir poco sorprendente.

 

Quali sono secondo lei le strategie migliori per portare i giovani ad amare i libri, oggi che la lettura appare sempre più in crisi?

Credo che la lettura non possa nella maniera più assoluta essere imposta. Credo che le discussioni siano il modo migliore per convincere una persona a leggere: quando qualcuno, parlando tra amici, dice che ha letto un libro, che gli è piaciuto e che lo consiglia agli altri. È così che funziona, non per imposizione.

Ho fatto molto per promuovere Le parole degli altri in Francia, e le persone che sono venute alle presentazioni erano felici di avere l'occasione per parlare dei libri che hanno amato. Spesso chiedevamo loro di consigliare delle letture, e tutti avevano sempre almeno un libro da raccomandare agli altri. La lettura è un vero piacere, ma dev'essere un piacere da condividere. Se qualcuno dice "ho letto questo libro, l'ho adorato, mi ha aiutato e mi ha fatto crescere" a qualcuno verrà sicuramente voglia di andarlo a comperare per leggerlo a sua volta.

«Solo i classici hanno valore, il resto della letteratura è solo un dolcificante». Intervista a Michaël Uras

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Nel suo romanzo precedente lei ha parlato della sua infanzia divisa tra la Francia e l'Italia, o meglio la Sardegna, dove è nato suo padre. Qual è il suo rapporto con la parte sarda delle sue origini?

Il mio rapporto con l'isola è molto forte, perché per anni e anni ci ho passato tutte le estati e, senza scomodare Freud, l'adulto è in gran parte ciò che ha vissuto nell'infanzia.

Ho un'immagine della Sardegna che è proprio da cartolina, ma l'amo così tanto che non so nemmeno spiegarne il perché, è così e basta. Sono diviso a metà: quando sono in Sardegna, magari dopo un po' ho voglia di tornare in Francia, ma quando sono in Francia penso sempre alla Sardegna. Ci torno ancora ogni estate con i miei bambini: per me la Sardegna è una terra piena di immaginazione e di magia, che mi dà sempre ispirazione.

In Francia, dove vivo, non c'è per nulla lo stesso attaccamento alla terra che hanno i sardi, quasi nessuno dichiara con orgoglio di appartenere a una regione piuttosto che a un'altra, tranne forse i corsi, che sono anche loro isolani.

Quando ero piccolo, la nostra partenza per la Sardegna d'estate sembrava una specie di pellegrinaggio, perché mio padre era terribilmente felice di tornare a casa. Sono convinto che, se avessi avuto origini diverse da quelle che ho, non sarei mai stato uno scrittore: credo di averlo pensato per la prima volta proprio una sera in cui sono rimasto a lungo da solo, immerso nel buio, sul ponte del traghetto che da Genova ci stava portando verso l'isola.


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