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“So tutto di te”, Clare Mackintosh e la sua Londra inquietante

“So tutto di te”, Clare Mackintosh e la sua Londra inquietanteCon So tutto di te (Dea Planeta, 2018 – traduzione di Chiara Brovelli) torna nelle librerie italiane Clare Mackintosh, scrittrice con un passato da poliziotta, il cui romanzo d'esordio, Scritto sulla sabbia (De Agostini Bookme, 2015) l'aveva portata subito alla ribalta.

Siamo a Londra, dove Zoe Walker, una quarantenne come tante, divorziata con due figli e un nuovo compagno, torna come ogni sera a casa dal lavoro, seguendo il percorso abitudinario di migliaia di pendolari: stesso treno, stesso orario, stessa strada dalla stazione a casa. Sfogliando distrattamente un giornale, scopre una sua fotografia inserita nella pubblicità di un sito di hotline. In famiglia cercano di convincerla che la foto non sia sua, tuttavia Zoe rimane turbata e cerca di sapere qualcosa di più del misterioso sito, il cui indirizzo sembra però inesistente. Pochi giorni dopo avviene un brutale omicidio alla periferia di Londra, la cui vittima è una delle donne apparse negli annunci. Nessuno però sembra prendere sul serio i dubbi di Zoe su un possibile collegamento tra il sito e l'omicidio, almeno finché alla storia non inizia a interessarsi la detective Kelly Swift, segnata da un pesante passato personale ma decisa a riscattarsi sul piano professionale. La storia si snoda quindi tra continui colpi di scena, tra l'oscurità della rete e il misterioso killer che fa sentire al lettore la sua voce, per giungere a un finale imprevedibile e ambiguo.

 

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Il libro ha già avuto un enorme successo in tutto il mondo e per presentare l'edizione italiana l'autrice è arrivata pochi giorni fa a Milano, dove abbiamo potuto incontrarla.

“So tutto di te”, Clare Mackintosh e la sua Londra inquietante

Dopo il successo di Paula Hawkins c'è stata un'overdose di gialli di questo tipo in tutto il mondo, col rischio di inflazionare non solo le case editrici, ma anche noi lettori. Com'è stato per lei confrontarsi e trovare il coraggio di proporre una storia come questa, che poteva correre il rischio di perdersi in una moda editoriale e non essere trovata dai lettori?

Non ho assolutamente pensato al mercato e alle altre storie già presenti, perché mi sono concentrata sulla storia che io volevo scrivere, quindi ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo, che poi è stato pubblicato in Gran Bretagna e in seguito è esploso in tutto il mondo. Dentro di me pensavo che sarebbe stato un successo se fossi riuscita a vendere diecimila copie, perciò, quando abbiamo raggiunto il milione, per me è stata una cosa strabiliante.

 

Da persona che ha lavorato nel settore ed è stata quindi a contatto con la realtà dei fatti come è passata a un'indagine e a un crimine fittizio? Quanto la realtà influenza la fiction?

Non ho lasciato la polizia per scrivere, ma perché volevo essere una madre diversa e avere più tempo da passare con i miei figli; però avevo anche bisogno di guadagnarmi il pane, quindi ho cominciato a scrivere contenuti online per vari blog, anche se quello che volevo veramente scrivere era un romanzo. Fare la poliziotta e scrivere un thriller potrebbero sembrare due cose molto diverse, ma in realtà ci sono parecchie analogie.

Quando fai il poliziotto e indaghi su un reato, il tuo obiettivo è scoprire una storia, raccontare quello che è successo. Io parlavo con i testimoni, ascoltavo i diversi punti di vista, dialogavo con le vittime per sapere cos'avessero da dire, cercavo la storia dei sospetti che interrogavo, univo i pezzi dei filmati a circuito chiuso che ci sorvegliano in tutti i luoghi. Alla fine tutto questo andava presentato in un tribunale e dovevo essere convincente, per fare in modo che giuria e giudice comminassero la giusta pena al criminale che aveva commesso il reato.

Il processo di scrittura è quindi simile, anche se, ovviamente, da poliziotta non ho mai inventato nulla.

“So tutto di te”, Clare Mackintosh e la sua Londra inquietante

Da poliziotta si sarà senz'altro occupata di tanti tipi di crimine. Come mai per questo libro ha scelto proprio il tema di una donna perseguitata?

L'idea in realtà non mi è venuta dal lavoro in polizia o dalla cronaca. Una volta ero a Londra con un'amica che fa la pendolare e aspettavo con lei un treno della metropolitana. A nu certo punto lei mi ha chiesto di spostarmi di qualche passo e di restare in piedi in un punto preciso, perché lì sarebbe arrivato il treno, le porte si sarebbero aperte proprio davanti a noi e salendo avremmo preso gli ultimi posti disponibili, così avremmo fatto un viaggio comodo e iniziato la giornata nel modo migliore. In effetti è andata proprio così. Mentre mi trovavo in metropolitana con lei ho cominciato a guardarmi attorno tra questi sconosciuti impegnati col telefonino, oppure a leggere un libro o un giornale, persi nei loro pensieri e ignari di tutto ciò che poteva accadere intorno a loro.

Così ho pensato che tutti loro facevano le stesse identiche cose ogni giorno: se le nostre azioni sono così prevedibili, questa prevedibilità ci rende vulnerabili, e da lì ho scritto la mia storia.

 

Il personaggio della poliziotta Kelly è molto bello, a me è piaciuto anche più di quello della protagonista. Cosa c'è di lei in questo personaggio, anche pensando al suo lavoro passato?

Kelly è anche il mio personaggio preferito, anche se inizialmente nel romanzo non c'era.

Nella prima stesura, tutta la storia veniva raccontata dal punto di vista di un investigatore maschio, ma non riuscivo a fare decollare il romanzo, finché ne ho parlato con la mia editor. Lei mi ha detto che secondo lei era il personaggio dell'investigatore a non funzionare, e mi ha chiesto di approfondire quello che in principio era solo una figura marginale, una poliziotta che appariva in un ufficio e diceva poche battute. Quindi ho licenziato l'investigatore e ho promosso Kelly, che è diventata coprotagonista insieme a Zoe. Tra l'altro, ho la sensazione di non aver chiuso del tutto con questo personaggio, su cui penso che tornerò in futuro.

 

Nel libro però non si avverte la pesantezza dell'indagine, come a volte capita nei libri scritti da ex poliziotti.

Nemmeno io amo i libri pieni di dettagli sulle norme procedurali, anche perché penso che non sto scrivendo un manuale per poliziotti ma un libro di narrativa, che deve avere un ritmo serrato e non deve nemmeno essere troppo complesso. Mi piace pensare che sia mia mia madre a leggerlo: non che mia madre sia stupida, ma non le interessano le procedure della polizia, non è troppo esperta dei social media e quindi riempiendo i romanzi di dettagli tecnici finirei per annoiarla e per escludere tanti lettori come lei.

“So tutto di te”, Clare Mackintosh e la sua Londra inquietante

A proposito dei rischi dell'abitudine, del fare sempre la stessa strada con gli stessi tempi e ritmi: dobbiamo sempre considerare gli altri come un pericolo, soprattutto per quanto riguarda le donne che sono senza dubbio più esposte al rischio di essere seguite e controllate?

Una volta ho detto a mio marito che quando torno a casa tardi da sola,  di solito camimno con le chiavi della macchina in mano, infilate tra un dito e l'altro della mano stretta a pugno, come un'arma. Mio marito si è meravigliato quando gli  ho spiegato che potrebbero essermi utili in caso di un'aggressione, perché lui non penserebbe mai di fare una cosa del genere quando torna a casa tardi. Così ho pensato che ho passato quarant'anni della mia vita aspettandomi di essere aggredita, mentre lui non ci ha mai pensato. Noi donne siamo in effetti più vulnerabili, ed è un dato di fatto che la violenza contro di noi, domestica e non, sia in aumento. Io intravedo quindi dei pericoli nella prevedibilità dei nostri percorsi e delle nostre azioni, anche se un uomo potrebbe avere una percezione diversa.

 

Ci sono anche i pericoli del web. L'idea di collegare le due cose – insidie della rete e della vita quotidiana- come accade nel libro è un pericolo reale?

Secondo me sta già succedendo, anche se forse non è ancora tanto diffuso. Ma se noi pensiamo a determinate App, come Tinder, che ci permettono di vedere chi si trova nel raggio di una certa distanza e andare a incontrarlo, noi usiamo già una tecnologia che ci permette di localizzare delle persone e trovarle facilmente. Il punto che voglio sollevare in questo romanzo è che, nel momento in cui viene creata una tecnologia, è impossibile tornare indietro. Si può solo capire se utilizzarla bene o male. Pensate alla bomba atomica: ormai è impossibile disinventarla, oppure alle telecamere a circuito chiuso, che sono utilissime, ma possono anche diventare un'arma nelle mani di uno stalker. A volte inventiamo delle cose senza pensare alel possibili conseguenze.

 

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Il finale lascia davvero a bocca aperta. Ci si può aspettare un seguito?

No, perché io non scrivo mai seguiti alle mie storie, però potrebbe esserci qualcosa di nuovo che riguardi il personaggio di Kelly, ma con una nuova storia. Mi piace scrivere dei finali ambigui perché spesso la vita è così, c'è sempre qualcosa che rimane aperto.

Anche quando facevo la poliziotta un'indagine apparentemente chiusa aveva poi delle ramificazioni.

 

Come mai ha scelto di dare una voce, anche piuttosto forte, al killer, anche se fino alla fine non sappiamo chi possa essere?

La cosa che mi ha divertito di più scrivendo il romanzo è stata proprio l'entrare nella testa dei diversi personaggi, per raccontarla da tutti i punti di vista. Anche quando facevo la poliziotta cercavo di entrare nella testa dei criminali, ma credo che la cosa più spaventosa sia avere un killer che ti parla. A proposito, come si fa in traduzione a non rivelare il sesso del personaggio, visto che l'italiano è una lingua che distingue tra maschile e femminile? Immagino non sia facile...

 

In una sua intervista ho letto che secondo lei oggi è difficile, per uno scrittore, dosare la propria presenza sui social, perché i lettori sembrano aspettarsi molti dettagli, non solo sulla scrittura ma anche sulla vita privata dell'autore preferito, per cui volevo sapere come si regola in proposito.

Sto ancora cercando di trovare un mio equilibrio, però ho notato che con il progredire della tecnologia i lettori sono alla ricerca di un'esperienza tridimensionale con gli autori e con i libri. Voi blogger siete  la testimonianza vivente di questo, visto che non solo leggete i libri, ma andate agli incontri con gli autori, e fino a qualche anno fa non esisteva questo rapporto ravvicinato e personale. A me l'interazione piace, ma in realtà io sui social racconto pochissimo della mia vita personale.

 

Quali sono state le difficoltà nel dare voce alle narrazioni di tre personaggi così diversi tra loro?

Kelly è stata facile, visto che condividiamo la stessa professione e aveva una voce molto potente, anche parlare dal punto di vista del killer è stato divertente, perché per me è interessante fingere ogni tanto di essere una persona terribile. Zoe invece è intenzionalmente una persona comune, una donna banale e monotona perché il messaggio che volevo trasmetterre è proprio che le cose straordinarie possono succedere anche alle persone ordinarie.


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Per la prima foto, copyright: David Dibert.

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