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Simone de Beauvoir o della scrittura come fuga dal tempo

Simone de Beauvoir o della scrittura come fuga dal tempoNon è possibile riflettere sull’opera di Simone de Beauvoir senza collocare il suo «tutto dire», in forme diverse, nella prospettiva di un prodigioso modello di autobiografia, perseguito – si potrebbe affermare – nell’arco di una vita come motivazione diretta, come ricerca e progetto del sé ma anche, in senso proprio, di sviluppo dei procedimenti di creazione e gestazione della scrittura. Rispetto all’Italia, dove la tradizione dell’autobiografia assume storicamente una linea più trasposta, l’affermata tradizione dell’autobiografia francese ci consente di non etichettare come “eccezionale” l’intensa e protratta pratica dell’autrice di registrare gli avvenimenti della propria vita; semmai quel che sorprende è la peculiarità dell’approccio alla materia autobiografica, la volontà e l’impegno profusi: il primo testo, Memorie di una ragazza perbene, è del 1958, e recupera il vissuto dalla nascita all’incontro con Sartre (1929). In La forza dell’età (1960) si rappresenta il periodo 1929-1945, fino al termine della guerra. La forza delle cose (1963) comprende gli anni dal 1946 al 1961. A conti fatti esce nel 1972 e vi si raccontano gli anni 1970-71. Il quadro delle memorie è definito e concluso se aggiungiamo a oltre sessant’anni di vita il racconto Una morte dolcissima (1964), imperniato sulla morte della madre, e La cerimonia degli addii (1981), dove si racconta la perdita più straziante, quella del compagno di una vita: Jean-Paul Sartre.

«La mia vita sarebbe stata una bella storia che si sarebbe inverata nel raccontarla a me stessa».

 

La storia della vita di Simone de Beauvoir inizia a Parigi, in un appartamento sul Boulevard Raspail, il 9 gennaio del 1908. La sua è un’infanzia agiata e protetta, in un contesto borghese. Il padre era avvocato ma coltivava la passione per la lettura e la vocazione d’attore, era dotato di una memoria non comune. La madre Françoise veniva da una ricca quanto morigerata famiglia di provincia. È lei a direzionare la formazione morale della figlia, mentre il padre influenza la sua vita intellettuale. Simone scriverà che i due “domini” avevano ben poco in comune, che l’etica profana e individualista del padre contrastava con la rigida morale tradizionale che le insegnava la madre. Da questo squilibrio originò la sua tendenza alla contestazione, spiega, e in gran parte anche il fatto che in seguito diventò un’intellettuale. Un avvenimento felice fu la nascita della sorella Hélène, da tutti chiamata Poupette, che diverrà una valente pittrice. Poupette sarà la compagna di giochi, l’amica, ma anche la prima allieva alla quale insegnare la lettura, la scrittura e a far di conto. In seguito la famiglia si impoverisce, per la bancarotta del nonno paterno, e si trasferisce da Montparnasse a un appartamento più piccolo in Rue de Rennes. È «una bambina posata, contenta e abbastanza arrogante», che ama i libri con passione e che cerca di infrangere l’interdizione della madre, per nutrirsi di letture proibite. Con la figura materna sorgono i primi conflitti; Simone si accorge di esser stata educata in una rigorosa ignoranza sessuale, di vivere in un universo retto dalla dicotomia tra il male (il corpo e i suoi bisogni) e il bene (la religione, la morale borghese e lo studio). All’età di 15 anni, una sera, dopo la lettura di un Balzac proibito, Simone si dirà: «Non credo più in Dio».

Simone de Beauvoir o della scrittura come fuga dal tempo

A 17 anni decide di specializzarsi in filosofia alla Sorbona. Sono anni impegnativi quelli dell’università, dove Simone studia in contemporanea lettere classiche e matematica. È la stagione dei primi amori adolescenziali, fantasiosi e innocenti, come quelli per il cugino Jacques, tramite il quale conosce i testi di Gide, Claudel, Valéry, Fournier, Radiguet e Proust. Una relazione cruciale nella sua vita è quella con l’amica Zaza, al secolo Elisabeth Mabille. Zaza si fidanza con un compagno di università di Simone, Maurice. Questi apparteneva a una famiglia cattolica della buona borghesia e di questa unione extra-coniugale con Elisabeth nessuno era a conoscenza a La Rochelle, il suo luogo di provenienza. Impaurito dalla possibilità che scoppiasse uno scandalo, Maurice fuggì e la giovane morì di polmonite, dopo aver trascorso una notte d’inverno al gelo, nuda, un gesto estremo per il dolore causato dall’abbandono.

In A conti fatti Simone si domanda se la sua vita da adulta sarebbe stata diversa senza Zaza. All’amica doveva l’aver abbandonato il personaggio di bambina modello; lei le aveva insegnato l’indipendenza e la sfrontatezza. È conoscendo l’entourage di Zaza che Simone scopre fino a che punto la borghesia sia detestabile. L’assassinio di Zaza – così come lo definisce la de Beauvoir –perpetrato dal suo ambiente è un’esperienza sconvolgente e indimenticabile.

Nel 1929 supera l’esame di Agrégation, l’idoneità all’insegnamento riservata agli studenti più eccellenti, insieme a Sartre. «A partire da adesso vi prendo per mano», dirà Sartre a Simone. Il rapporto con Sartre fu duraturo e felice. Se il caso li aveva posti di fronte l’uno all’altra, l’impegno che allacciò le loro esistenze fu liberamente scelto. Sartre non fu né marito né convivente; difficile entrare nel merito delle dinamiche sentimentali e razionali che li accomunarono, eppure il loro “libero impegno” preservava non solo la libertà di entrambi come individui ma contribuiva a lasciare ampio spazio a un’intesa di “puri intelletti”. Simone accettò il contratto proposto da Sartre: sarebbero vissuti due anni il più vicino possibile, e poi si sarebbero separati, per due o tre anni, con l’intento di ritrovarsi più in là. Simone insegnò filosofia a Marsiglia e poi a Rouen; Sartre, invece di partire per il Giappone, accetta un posto a Le Havre. A ogni vacanza, dopo il 1932, la coppia si riuniva per viaggiare: l’Inghilterra, la Germania, la Grecia e l’Italia (di cui divennero fedelissimi). Condividevano le amicizie, le letture (Kafka, Hemingway, Faulkner e Céline), gli spettacoli ma non ancora la politica. C’era in loro un certo anarchismo che li teneva a debita distanza dalla storia e dalla società. Solo nel periodo bellico si avvicineranno alle teorie marxiste, più vicine alla loro futura posizione di intellettuali di sinistra, senza però aderire mai al partito comunista. Sono gli anni, per Simone, di una spasmodica ricerca dell’Assoluto, vissuto come l’aspirazione a una dimensione mitica ma con la consapevolezza del suo limite, concetto spiegabile, in questa sede e per sommi capi, come un “voler essere”, altalena tra misura ed eccesso, dualità senza convergenze, comunque confluenti in quel “progetto” di libertà dalle prospettive eterodosse: Sartre e de Beauvoir che abitano separati, che si danno del vous e però tessono relazioni con dichiarati «amori contingenti».

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L’invitata (1943) è il primo romanzo che rivela come scrittrice la de Beauvoir. La sua ideazione e il successivo sviluppo possono esser fatti risalire a diversi anni addietro, anche tenendo conto dei molti tentativi di racconto mancato il cui materiale si riversò nel romanzo. Questi esercizi si basavano tutti su trame sostitutive della realtà vissuta. Spesso l’eroina di queste narrazioni, sola e incompresa, deve difendere i suoi segreti più intimi da coloro che la circondano. Il tema arduo che viene affrontato nel romanzo è l’inserimento, nell’ambito di una coppia, di un terzo personaggio che ne sovverte l’equilibrio, costringendo ognuno a svelarsi sotto lo sguardo dell’altro-da-sé. Vi si adombrano certi riferimenti alla vicenda di Zaza (per l’assassinio finale) ma anche del ménage a tre con Olga K., una ex-allieva di Rouen con la quale l’autrice ebbe una relazione e di cui anche Sartre subì il fascino. Pur nella sua imperfezione e nel continuo rischio di sfociare nel “romanzo a tesi”, il pregio del libro sta nella ricerca di modi e modelli narrativi («Scrivere, mi dicevo, è un mestiere che s’impara scrivendo») che gli conferiscono una solida impostazione tecnica. Per altri versi il romanzo «[…] appare il risvolto più radicale della riflessione in atto sulla tematica dell’altro», come osserva Enza Biagini in Simone de Beauvoir (La nuova Italia, 1982).

Nel successivo Il sangue degli altri (1945) il problema della relazione con gli altri sfocia in una dimensione sociale. Jean Blomart veglia al capezzale la moglie Hélène, ferita a morte in un attentato; il suo pensiero si sofferma sulla responsabilità che entra fatalmente in gioco ogni volta che l’uomo agisce. L’idea della responsabilità di ognuno verso tutti (così come scrive Dostoevskij in un suo celebre esergo) trova il suo contesto più calzante e i suoi accenti più drammatici nella vicenda della guerra. Il testo appare comunque non riuscito alla stessa scrittrice per l’eccesso di auto-colpevolezza che si infligge Blomart, quel suo essere astrattamente eroe, e per la struttura che converge unicamente sulla sua voce. Sono, questi, “errori” da imputarsi, come confessa de Beauvoir, a un movente fin troppo scopertamente autobiografico. Il rischio che de Beauvoir si riconosce è stato quello di votarsi al proprio vissuto, a una letteratura intesa come mezzo per comunicare le proprie esperienze ad altri. Tutte le sue prove narrative, anche quelle seguenti, si baseranno sul privilegiare e assumere in pianta stabile la realtà, mettendo in dubbio (o in pericolo, per qualche commentatore) la pratica stessa della letteratura.

Simone de Beauvoir o della scrittura come fuga dal tempo

Mentre Il sangue degli altri va in pubblicazione, la scrittrice lavora quasi in contemporanea a un saggio, Pirro e Cinea (1944), al dramma Le bocche inutili (1945) e al successivo romanzo Tutti gli uomini sono mortali (1946). Sono lavori nella linea della riflessione esistenzialistica avviata con le opere precedenti. I mandarini (1954) costituisce invece una vera e propria summa dei temi beauvoriani e un fitto nodo di confluenze letterarie, storiche e biografiche. Si avverte, nel romanzo, il senso di una trama densa ma la sua struttura è molto lineare. L’idea è quella di filtrare le storie del dopoguerra attraverso l’ambiente letterario, con tutti i suoi riferimenti autobiografici, ovvero il regno di quei “mandarini” della cultura, privi di potere ma in diversi modi a esso collegati. Il perno narrativo è il racconto della rottura di un’amicizia tra due uomini e la sua successiva ripresa, dopo la guerra, la presa di coscienza di due intellettuali, il dover fare i conti con la destra, coi collaborazionisti, ma anche con una sinistra fortemente idealizzata durante la Resistenza, con il comunismo, fino a svelare e sostenere il fardello ideologico, storico e psicologico dell’esistenza dei lager stalinisti. Il romanzo vinse il premio Goncourt.

Abbiamo accennato, in apertura, alle caratteristiche della scrittura autobiografica di Simone de Beauvoir. Cercheremo, dopo aver tracciato a grandi linee il suo percorso di vita, di focalizzarci su come si trasforma il suo approccio alla materia dei “ricordi” che informano di sé tutta la sua opera. C’è in lei una grande assiduità col passato, specie a partire dagli anni Sessanta quando, tramontata la grande stagione dell’esistenzialismo e dell’interesse per la narrativa, inizia una fase più ideologica dove diviene preponderante il lavoro sull’autobiografia. L’interesse dell’autrice è però quello di riflettere un sé trascorso, piuttosto che ricostruire il suo tempo per riviverlo, in una “purezza” filtrata e decantata. La sua scelta è più affine a Stendhal e a Montaigne che a Proust. La scelta di volgersi al passato è quella di salvaguardare dalla corrosione del tempo gli eventi più importanti della sua vita. Il banco di prova delle memorie è proprio degli individui che «vivono nella realtà», come lo sono stati lei e Sartre, ai tempi dell’engagement, dei loro viaggi negli Stati Uniti, in Brasile, a Cuba o in URSS che li resero celebri in tutto il mondo. Il mondo reale contro il romanzo, che vive nella finzione, ma pure la finzione stessa può essere piegata alla percezione beauvoiriana del tempo: i personaggi inventati potevano incarnare quel “futuro” che si stava facendo “presente”. Il presente, pertanto, può esser rivissuto come passato (l’autobiografia) o come indizio di verità, in modo trasposto, nell’invenzione narrativa.

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La trasformazione avviene, perciò, nel rapporto col futuro, e con l’essere nel tempo. In Memorie di una ragazza perbene rinveniamo la formulazione cosciente del proprio avvenire. Una ragazza “perbene” era morta (Zaza) e aveva sconvolto e indirizzato la coscienza di un’altra ragazza “perbene”: «Insieme abbiamo lottato contro il destino fangoso che ci aspettava e ho pensato a lungo di aver pagato la mia libertà con la sua morte. […] il mio dovere di bambina e di adolescente consisteva nel forgiare la donna che sarei stata in futuro». De Beauvoir ricorda come Sartre le avesse raccomandato di «preservare il gusto della libertà, l’amore per la vita, la curiosità e la volontà di scrivere». La forza dell’età è perciò il libro che Francis Jeanson definisce come il «secondo tempo della sua impresa di essere» nella pienezza e felicità della sua realizzazione potenziale. Con Sartre, nel corso degli anni tutto diverrà a portata di mano: l’impegno, l’essere in prima linea nelle cause più importanti dell’epoca, come la dissidenza sovietica, il conflitto arabo-israeliano, il Cile, l’aborto, il neonato movimento femminista di cui, dopo Il secondo sesso (1949), la scrittrice diverrà un’icona e un modello di riferimento. In La forza delle cose si compie, almeno nelle intenzioni, un bilancio preciso e disincantato della propria vita. Quasi dieci anni separano questo libro da A conti fatti, del 1972. La differenza più palese tra i due testi è l’abbandono della cronologia. Cade ogni illusione di rivivere il proprio tempo – e il riferimento è anche allo sguardo lucido e quasi spietato con la quale Simone “si racconta” nel saggio La terza età, del 1970 – ma rimane fermo il proposito di fissare il corso della propria esistenza.

Tutta la riflessione sul modo di “essere nel tempo”, in de Beauvoir, può indicare la rimozione di alcuni motivi fondanti di questa singolare ricostruzione del passato. Le dualità inconciliabili sono sempre presenti nella sua tensione all’Assoluto, nel suo rapporto con l’altro, e hanno il volto di una fuga dal tempo, attuata nella scelta di vivere secondo un “voler essere”, al futuro. Vivere è equivalso a esorcizzare il tempo (consci del suo limite, però); l’autobiografia riproduce il movimento esistenziale, privandolo dell’illusione che si possa recuperare il proprio tempo; il divario tra il vissuto e il suo racconto rimane incolmabile. La scrittura è questa porta, un’entrata nello spazio della morte, ma comunicare la propria esperienza può mettere in gioco le regole del recupero, senza spingersi oltre la pretesa di riassumere l’hic et nunc, il qui e ora irriducibili: «Eppure lo scrittore ha la fortuna, nell’istante in cui scrive, di sfuggire alla pietrificazione. Ogni nuovo libro è per me sempre un inizio. […] Ogni pagina, ogni frase esige un’invenzione fresca, una decisione senza precedenti. La creazione è avventura, è giovinezza e libertà. […] Ma appena lasciato il tavolo di lavoro, il tempo è trascorso, tutto è uguale dietro di me. Ho altre cose a cui pensare; bruscamente mi scontro con la mia età».

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