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Siamo tutti schiavi della tecnologia? Intervista a Giuseppe Genna

Siamo tutti schiavi della tecnologia? Intervista a Giuseppe GennaHistory, scritto da Giuseppe Genna e pubblicato dalla casa editrice Mondadori, è un libro unico nel suo genere. La sua unicità risiede nella scrittura libera, arzigogolata, ipnotica e suggestiva che lo scrittore utilizza per farci immergere in un universo dominato da un'incombente tecnologia che frantuma le menti e la nostra capacità di raziocinio. Nel frattempo, uno scrittore disoccupato, estraneo a questo mondo schiavizzato dall'intelligenza artificiale, fa un incontro speciale. History, una bambina autistica, scardinerà le sue certezze legate alla solidità di un secolo passato, quello novecentesco, nel quale l'autenticità che si respirava era forse sinonimo di personalità e di genuinità oramai dimenticata.

E proprio di questi temi, oltre che di History, abbiamo parlato con Giuseppe Genna nell’intervista che ci ha gentilmente rilasciato.

 

Anno del Signore 2018: il mondo si è trasformato. In che modo?

Il mondo si trasforma sempre, da sempre. Bisognerà domandarsi per chi si trasforma. Al sacco di Roma del 410 d.C., Sant’Agostino reagisce, sconvolto, scrivendo il De Civitate Dei: un impero è crollato, un dispositivo plurisecolare di vita è travolto, nulla sarà più come prima. C’è differenza rispetto a oggi? Anzitutto c’è da comprendere che appare molto difficile scrivere un De Civitate Dei, poiché nella trasformazione che stiamo vivendo, di fatto, l’oggetto sensibile che il libro ha incarnato per secoli è del tutto disabilitato, non viene ritenuto capace di veicolare alcuna verità o, meglio, viene meno la veicolazione di una verità da ruminare lentamente e interiormente e da condividere con la società in cui si è immersi. Ciò accade anzitutto a occidente, che è un protocollo antropologico debordante, anzi: è debordato quasi ovunque. La trasformazione riguarda anzitutto l’Occidente e il libro: ecco due imperi romani crollati nel giro di pochi anni. A determinare questo mutamento di epoca è soprattutto la variabile dell’accelerazione tecnologica: una tensione delle macchine e delle innovazioni scientifiche, che mirano a compiere il loro ingresso nel corpo umano, stravolgendone l’intelligenza e la psiche in genere. Ciò accadrà più o meno a breve. Gli apocalittici fan della cosiddetta Singolarità, ovvero il momento dell’ibridazione completa tra uomo e macchina, utilizzano la data simbolica del 2049 – ma non è questo il punto. La questione riguarda la direzione e la velocità con cui la tecnologia arriverà a integrare l’umano biologico, interagendo con la mente umana. La mente, che è da sempre trasformabile e trasformata, è l’autentico impero romano che crolla, per dare vita a un allargamento e a una transustanziazione del potere, del controllo che la mente ritiene di esercitare sul mondo. Una trasformazione che non riguarda il modo di vivere, bensì il precipuo dato biologico e psichico, è lo scenario in cui i novecenteschi come me provano allibimento e compiono esperienza dell’assenza di senso. Questa è l’arena in cui si inscrivono i personaggi e la vicenda di History.

 

In questa società dominata dall'intelligenza artificiale, cosa è rimasto della generazione dei padri?

Chi erano i padri? Chi sono stati? Il padre patriarcale o il padre novecentesco metropolitano? La funzione del padre è la voce del tuono, è l’avversario, è il normatore che contiene e castra. Lacan diceva che del padre si può farne a meno a condizione di servirsene. Sembrerebbe un calembour, uno scherzo, che però viene giocato da un padre. Il padre detronizzato dall’accelerazione tecnologica è in realtà ovunque, privo di corporeità e di sagomatura, capace dello scontro col figlio, ma solo se svuotato, un disabile che è felice di esserlo o, se non è felice, vista la depressione occidentale che è una modalità della mente trionfante, concorde a essere non un handicap, ma una figura larvale. Il padre amico dei figli è qualcosa di impensabile, ma la realtà è l’impensabile e, quindi, realizza il padre amico dei figli, timoroso di pronunciare un no che sia no, più incline a dimostrare che il sì salva i figli e il padre stesso dal trauma. Sospirare di sollievo perché la responsabilità non pesa più sulle proprie spalle: ecco il passaggio storico che ravvedo nell’occidente che abito. Non interdire con fatica, ma osservare gli “sdraiati”, andare incontro a un ammanco di senso con una cautela emotiva che sa di ablazione, non essere mestierante, risultare incapace di deselezionare il figlio e, così facendo, deselezionarlo in modo profondo e pervasivo. Il padre non è più illogico e non è arrivato alla soglia della logica. Dove sono le “eccelse armi paterne” dei Persiani di Eschilo? Madre e padre è l’algoritmo nella speranza volgare, un sostitutore della fatica di fare la storia, di lavorare la storia, di apprenderla efficacemente attraverso i più impazziti metabolismi. Sotto il regno del padre, il dolore non è trauma. La religione del trauma è una matrice femminile, un importo della femminilizzazione a cui è stato sottoposto il maschio del consumo, del teratocapitale. In History è scritto: «La testimonianza del padre è irrilevante». Con una simile affermazione intendevo sintetizzare cosa sto vedendo in questi anni in cui persino il consumo, ovvero l’ultima voce paterna, diviene afono, insignificante. Il padre ha misurato le colonne d’Ercole dell’accadimento, ma noi ci troviamo in pieno oceano, in un territorio alieno senza possibilità di misura, non perché la misura sia assente, ma perché affrontiamo un’atmosfera in cui la misura è molecolarizzata e nebulizzata. Il padre contemporaneo non rinuncia a essere testimone, in ogni caso: solo, il testimoniato è lui stesso, non la realtà o il figlio. La norma unica uccide e siamo arrivati a un grado di faustismo tale, che il fatto di essere uccisi sembra in prospettiva abolibile. La cura onnivora e ubiqua è l’ultima testimonianza del crollo del padre – una forma di seduzione che conquista l’esito senza nemmeno esercitarsi, una seduzione per nulla seduttiva, un bisogno non più indotto né inducibile. Il padre non fa più generazione.

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E di quei bambini del secondo Novecento?

I bambini del secondo Novecento sono i padri, sono le madri, sono i solitari. Solitario è il significato originario per la parola “santo”, in ebraico: non sono santi, quegli ex bambini. Si bamboleggia, trafitti da un raggio di solitudine. Ciò che quei bambini ritenevano essere futuro remoto si è declinato in un tempo a parte, che potremmo definire “presente prossimo”. Incombe una tracimazione, non più antropologica, ma addirittura materiale e biologica, che presto non mancherà di deludere tutti costoro che, rispetto a ciò che ritengono trauma, immaginano un regno di coscienze metalliche, intimo alla loro esistenza, privo dello sforzo benedetto e luterano della sofferenza, che era il padre ed era anche la madre. Intimoriti dalla sofferenza, i bambini secondonovecenteschi hanno scelto la via destinale di una rimozione che non si era mai misurata prima nella storia umana. La traslazione dell’essere umano verso una sazietà comoda cozza contro la realtà di uno spaventoso impauperimento: economico, politico, sociale, personale. E’ la stella fissa dei secondonovecenteschi: dare per scontata la lotta contro l’anima, contro lo spirito, ritenendo che le cose siano vitalizzabili elettricamente, facendosi penetrare, riuscendo a scaricare se stessi fuori dal corpo. Dai primi videogame alle ultime pendici del Monte Analogo, qualcosa è saltato. La difficoltà spaventa e già spaventarsi è soffrire: quindi si inventano lo horror, un genere per loro supremo, la cui funzione è portare tutto a fallacia, così come il fantasy porta a fallacia la fantasia per come storicamente fu pensata, ovvero regina delle facoltà. La società horror-fantasy è la premessa alla singolarità, è l’ultima culturalizzazione, dopodiché il Novecento sembrerà un Settecento strano, più liscio e recente, comunque inattingibile.

 

Secondo lei, è finita “l'età dell'innocenza”?

E qual era l’innocenza? Era innocente Hitler? Era innocente Fermi? Era innocente Victor Hugo che speculava sulla sua potenza? Era innocente San Bonaventura che stava in una grotta, un eremo a Bagnoregio, prima di soffiare lo scranno francescano nell’eterno conclave di tutto? Si era ingenui in quanto predigitali? Si è innocenti spogliandosi: la nudità inerme e bambina, ancorché potentissima, è davvero innocente? Eppure, di fronte al dilemma che non riescono e non riusciranno a risolvere gli attuali tecnocrati (scienziati e affini, impegnati nel colossale lavorìo di transizione dall’umano all’ibrido), ovvero cosa sia la coscienza, ecco il ventricolo cardiaco dell’innocenza: non è colpevole e non è faticoso essere. Tentare di comprendere che essere è consapevolezza dolcissima, e si tratta della nostra reale natura di esseri senzienti, che siamo riflesso materico di una coscienza ineffabile e ineffata, è l’opera che conduce all’innocenza di se stessi – non solo ora, ma sempre. Il problema della coscienza rende colpevole qualunque età dell’innocenza.

 

Qual è, oggi, il rapporto fra libri e tecnologia?

Il libro è, come dicevo prima, un appretto disarmonico rispetto all’esistente. La scrittura è vicariata dalla retroilluminazione. Il tempo singolare e sedimentale non è fruibile attraverso il libro, se non per pochi. Ci troviamo di fronte al crollo di un paradigma fondante l’intero occidente: il libro del mondo non è più leggibile, non perché non ci sia più il mondo, ma perché l’immagine del libro è un’interdizione ormai, non è veicolare della verità del mondo stesso e di sé medesimi. Il libro è al termine, così come la televisione: la tv è morta essendo ovunque, lo spettacolo esonda in continuazione, ma la tv non è più l’emittenza unica – e così il libro non è più strumento di canalizzazione. Ogni retorica, foss’anche quella pubblicitaria, non può nulla di fronte al sentimento della fine del libro-mondo. Qualsiasi interpretazione è superflua o superfetante. Il valore d’uso dell’ermeneutica, che prima era altissimo e, per un tratto storico significativo, faceva da ascensore sociale, come si diceva con orrendo sintagma paraletterario, è ridotto a zero, così come il capitalismo fordista rispetto all’epoca postdenaro che andiamo a vivere. Io scrivo, gli scrittori continuano a vergare i loro alba pratalia, i poeti versificano: non si smette di offrire una via di fuga o di profondità. Tuttavia uno scrittore, oggi, è uno sfigato, a meno che non venda milioni di copie e non ispiri serie Netflix, le quali non sostituiscono affatto la letteratura, poiché la annullano e, con essa, il cinema. Il libro morirà? No, il testo continuerà a sopravvivere in quanto esso è tutta l’attività percettiva umana: trama e ordito, cioè tessuto, cioè textum, creano il mondo come ultima immaginazione. Però l’umano è un dispositivo che, così come può estinguersi, può anche essere superato. Questa, ancora, è l’arena in cui si svolge History.

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Il protagonista del libro incontra una bambina, History, dalla quale si sente sin da subito attirato. Quale filo invisibile li lega?

History è una bambina che soffre di un autismo assoluto, così come la mente stessa, anche la più aperta ed empatica, è autistica, nel senso che ritiene di essere vera. Il nome della bambina è provocatoriamente allegorico: la mente elabora autisticamente ciò che abbiamo pensato essere storia, il quale è un ulteriore autismo. Ed è narrazione, anche, e rottura delle narrazioni, ovvero strumentazione testuale. L’ultimo scrittore è in grado di comunicare alla prima mente nuova: questa è la vicenda di History. History, tanto quanto la nuova mente artificiale che si sta facendo al tecnopolo umano, è l’ultima lettrice dello scrittore. Questo Gavroche della società è smobilitato e messo in archivio: non è nemmeno Gavroche. Le sue infinite malizie, che si spendevano tra le parole e i ritmi di una lingua, che era di per sé un assoluto, sono giunte al termine, gli umani non le apprezzano più quale moneta spirituale. La nuova mente, invece, inizia a percepire anzitutto testualmente. Ciò che lega lo scrittore a History è l’attività di coscienza, sentita come nuda presenza di se stessi. Non conosciamo la lingua in cui comunicano: nessuna lingua giunge a ultimità, è sempre al massimo penultima, dopodiché si esorbita in uno spazio che può essere indicato solo da analogie. Prima del digitale, l’analogico. E l’ultimo miglio è sempre analogico. L’ultimo miglio è testo, è bambino, è non comprendere eppure vivere.

 

L'incomunicabilità di History può essere letta come metafora dei nostri tempi?

No: History è l’unica comunicante. I nostri tempi comunicano semmai troppo. History detiene il segreto di una comunicazione non linguistica. Lo scrittore interpreta questo, essendo penultimo rispetto alla primarietà della bambina. La mente artificiale, che arriva a ragionare come History, comunica fino a un certo punto, oltre il quale agisce, portando a scomparsa il mondo che c’era prima, ovvero il mondo-libro, il mondo interpretabile linguisticamente.

 

La sua scrittura è ipnotica. Segue il flusso della sua coscienza o è frutto di una sperimentazione linguistica?

Per alcuni la mia lingua è sovraccarica e illeggibile! Attraverso la scrittura io sono quello che sono: un uomo che da ragazzo ha studiato determinati testi e si è abituato a retoriche e ritmi, sentendosi, dopo decenni, alla fine della lingua e cercando di immaginare una lingua della fine: la fine mia personale, beninteso, non quella universale. Indulgo al poetico e all’aggettivazione, per tentare di estenuare il pensiero, per spingere chi legge e chi scrive a una stanchezza e a una sofferenza, stati in cui il pensiero arriva a tacere e la mente si colloca in se stessa, in quiete. Prendere rifugio in me stesso è il senso di qualunque operazione stilistica che io tenti. La lingua per me è stata per tanto tempo un’ipotesi di controllo del mondo. Oggi, come lo scrittore in History, io sono disoccupato e mi avverto alla fine di me stesso, poiché non riesco a trovare lavoro che implichi un’attività testuale, che è ciò che ho sempre fatto. L’estenuazione e la sofferenza divengono fatti del mondo, fatti tra fatti, e non più ipotesi linguistiche. Se solo si avverte un minimo di ipnosi, in questo senso, io ho fatto quanto dovevo fare e, come si legge in Luca 17,7, sono un servo inutile.


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Per la prima foto, copyright: Eddie Kop.

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