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Siamo tutti l’adolescente che siamo stati. Intervista ad Alessandro Q. Ferrari

Siamo tutti l’adolescente che siamo stati. Intervista ad Alessandro Q. FerrariAlessandro Q. Ferrari torna in libreria, dopo Le ragazze non hanno paura, con Devo essere brava (DeA).

Anche in questo secondo romanzo protagonista è un’adolescente, confermando la grande attenzione di Ferrari per questa fascia d’età, per la sua forza e le sue “debolezze”. E proprio da qui siamo partiti per la nostra conversazione con l’autore.

 

Dopo Le ragazze non hanno paura, lei ritorna a raccontare l’adolescenza vista con gli occhi degli adolescenti. Che tipo di lavoro sulla scrittura comporta una scelta narrativa come questa?

Più che una scelta narrativa per me è un’esigenza. È la storia che mi chiama, sono i personaggi. Loro dettano le condizioni di ciò che scrivo. Che sia un’adolescente la protagonista di Devo essere brava e un adolescente quello di Le ragazze non hanno paura è dovuto a loro, non a una mia scelta. Non avrei potuto fare altrimenti. Però comporta molto lavoro raccontare le loro storie. Un lavoro su me stesso, prima di tutto. Sull’ascoltare l’adolescente che sono e che non ho mai smesso di essere. Credo che valga per tutti, perdonatemi se suono presuntuoso, ma ne sono convinto. Cresciamo intorno all’adolescente che siamo state o stati, non si trasforma, è la nostra radice, il cuore segreto come lo chiamava Stephen King, sta lì e ci guarda diventare la sua nuova forma, non il suo contenuto. Perciò bisogna sedersi e aspettare che si faccia vivo o viva. Che parli e soprattutto bisogna essere onesti. Non sempre ciò che dice ci piacerà, a volte ci viene da seguire la strada dell’adulto che sa, ma non è mai una buona scelta. Bisogna restare fedeli all’adolescente.

 

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Le prime parole di Sara sono molto dure: «Lo so che cosa pensate. Perché dovrei leggere questa storia? Con tutto quello che ho da fare. Forse non avete capito. Dovete leggerla perché ne ho bisogno io. Se voi non la leggete, io non la scrivo e se non la scrivo finisce che faccio qualcosa di veramente pericoloso.» La disattenzione e la distrazione degli adulti verso questo tipo di richieste a che genere di riflessione e responsabilità rimandano?

Ha colto esattamente il punto. È una richiesta di attenzione, adesso stai qui e mi ascolti. Ma non sono convinto che valga solo per gli adulti. Mi spiego. Sara ha bisogno che qualcuno presti attenzione a lei, come alle cose che succedono. Sua madre vede solo la bottiglia, suo padre solo se stesso. Lavinia vede un’altra Sara, che Sara non è più. Persino Federico vede una Sara che non esiste e Sara vede un Federico che non è. È una richiesta assoluta, che vale per chi ha la sua età e per se stessa. Il bisogno di attenzione spinge a esistere, secondo me. Riusciamo a fare le cose, spesso, perché c’è qualcuno che ne sarà destinatario. Senza destinatario siamo non-esistenti. Anche una sola persona per noi è la luce che ci guida. E qui arriviamo agli adulti. Io da adolescente avevo bisogno che qualcuno mi riconoscesse, che ci fosse un destinatario di chi stavo diventando. Necessitavo che mi ascoltassero. Non sempre è successo, il lavoro, il poco tempo, i problemi, i maledetti problemi, ma non ho smesso di averne bisogno. Non si smette mai. Credo che oggi non ci sia abbastanza attenzione. Siamo esseri umani senza attenzione, adolescenti e adulti, e il mio è un grido anche contro me stesso. Viene sempre da quell’adolescente che sta qui dentro. Poi, è ovvio, nella vita c’è chi ascolta per fortuna. I buoni esempi. Alla fine, senza spoiler, Sara trova qualcuno che la “legge”. Ne trova più di uno. Fumo, per esempio, ma soprattutto Ania, la vicina di casa adulta.

Siamo tutti l’adolescente che siamo stati. Intervista ad Alessandro Q. Ferrari

«Devo essere brava» non è solo il titolo del romanzo, ma è ciò che Sara si ripete introiettando quello che gli adulti si aspettano da lei per darle in cambio il premio che desidera. Quanto queste forme di “ricatto” possono fare male agli e alle adolescenti?

Quello del “devo essere brava” è un ricatto che Sara fa a se stessa. Le è stato insegnato, non si sa come, non si spiega mai l’origine, ma è ciò che sa. Una verità assoluta, un credo. Non solo genitoriale e famigliare, ma anche sociale e, se volete, religioso. Perciò lo segue, lo ripete quasi come una preghiera, e non a caso c’è una Madonna nella sua stanza. In cambio, si aspetta la risoluzione di tutto. Il fatto è che la vita non fa così. Non è uno scambio, è un movimento. E il “brava” è troppo ambiguo. Più di una volta Sara riflette sul fatto che non sempre essere brave significa essere nel giusto e viceversa. Questo scardina il suo credo. Non penso che riguardi solo lei e gli adolescenti, forse è solo più evidente per loro perché vivono immerse e immersi nelle regole imposte a casa o a scuola. Ma riguarda anche gli adulti. È un ricatto sociale e social, comunicativo. Se fai così otterrai ciò che vuoi, non osare mai, non errare mai. Ma questo ci addormenta, ci rende docili. Lo scardinamento a cui arriva Sara è lo scardinamento che mi auguro per chiunque. Non è sempre necessario essere brave o bravi, il giusto, la cosa giusta da fare sta molto più in alto.

 

Lei è nato nel 1978, i protagonisti dei suoi libri sono adolescenti dei nostri giorni. Com’è cambiato l’essere adolescenti in questi anni? E quanto è difficile immedesimarsi in quelli di oggi?

Ritengo che non sia cambiato così tanto come vogliono farci credere le impressioni e i facili giudizi. Cambiano i dettagli, certo, la velocità di connessione delle vite degli adolescenti di oggi è imparagonabile a quella che ho vissuto io. Ma ora la vivo anche io. E poi il nucleo di senso della loro vita è lo stesso della mia quando avevo quell’età. È lo stesso dei miei genitori, dei miei nonni e sarà lo stesso delle mie figlie e dei miei figli. Vi faccio un esempio. L’anno scorso, a un incontro con una classe delle superiori, alcune ragazze mi hanno detto che invidiavano tantissimo il fatto che io fossi cresciuto negli anni Ottanta e Novanta. Per loro era meglio prima, non avevamo i telefoni, per loro una schiavitù, eravamo felici. Ho riso, mi sono stupito e ho riso. Sono gli stessi discorsi che facevamo noi rispetto alla generazione precedente. Non cambia niente. Siamo esseri umani, siamo adolescenti. Se ci guardiamo dentro, con schiettezza e onestà, lo sappiamo che cosa si prova a essere adolescenti oggi.

Siamo tutti l’adolescente che siamo stati. Intervista ad Alessandro Q. Ferrari

I suoi romanzi vengono fatti rientrare nel genere young adult, dunque libri che parlano di ragazzi e pensati per i ragazzi. Eppure mi sembra che molto spesso lei si rivolga anche agli adulti in generale. Quanto ritiene che questo tipo di letteratura possa essere utile anche a chi adolescente non lo è più da tanto tempo?

Come dicevo prima, io credo profondamente che siamo ancora tutti e tutte adolescenti, questo è il motivo per cui, in realtà, con le mie storie mi rivolgo a chiunque voglia ascoltare. Adolescenti e adulti. Non so se sono utili, il concetto di utilità è ambiguo. Spero solo che possano non tanto far tornare indietro nel tempo, una trappola della nostalgia a mio avviso, ma far trovare un senso. A se stessi, alle proprie inettitudini e rinunce, far ritrovare insomma il cuore della propria umanità quando lo abbiamo perduto. Dico questo perché vale per me, magari non vale per gli altri. Io quando leggo un libro young adult, o un libro con protagoniste e protagonisti adolescenti, mi sento chiamato in causa, mi sveglio, mi completo. Sono le storie che voglio, che vale la pena vivere. Scrivo per lo stesso motivo.

 

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Da scrittore, cosa rappresenta per lei l’adolescenza? Cosa l’affascina di questo mondo? E cosa la spaventa?

Dato che ci vivo ancora insieme, anche per lavoro, potrei sbagliarmi. Potrei mentire senza saperlo per proteggere qualcosa di troppo importante perché venga detto ad altri. Ma sento che l’adolescenza è la mancanza di rinuncia e compromesso. È la paura più pura, senza che ci sia qualcosa di cui avere paura. Lo diceva benissimo Romain Gary in La vita davanti a sé: «– Non c’è bisogno di motivi per aver paura, Momò. – Questa non me la sono mai dimenticata, perché è la cosa più vera che ho mai sentito dire». È anche l’amore che annienta, il dolore che si attacca alle ossa e non vuole andare via, la gioia che rende tutto possibile e ci definisce giganti. È lo sbaglio da cui c’è ritorno e il superamento di ogni sbaglio. Il presente. Ecco, più di tutto mi affascina l’idea che l’adolescenza sia il presente.


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Per la prima foto, copyright: Creative Christians su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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