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«Siamo tutti assassini», le memorie di un serial killer raccontate da Kim Young-Ha

«Siamo tutti assassini», le memorie di un serial killer raccontate da Kim Young-HaLa casa editrice Metropoli d’Asia presenta Memorie di un assassino, il nuovo romanzo dello scrittore coreano Kim Young-Ha, di cui ha già pubblicato L’impero delle luci (2013) e Ho il diritto di distruggermi (2014), nell’ambito di un coraggioso progetto editoriale che intende far conoscere ai lettori italiani i più interessanti narratori contemporanei asiatici.

Kim Pyŏngsu, il protagonista di Memorie di un assassino, è un serial killer molto particolare: aspirante letterato e poeta, dopo aver ucciso decine di persone ha un incidente che lo costringe a farsi operare al cervello, evento dopo il quale smette di uccidere per venticinque anni. Lo ritroviamo a settant’anni, ammalato diAlzheimer. Nella sua mente vive con la figlia adottiva Unhui, e si convince che lei sia in pericolo a causa di un uomo. Si prefigge come ultima missione da compiere l’eliminazione di quell’uomo, e ciò innesca la memoria degli omicidi compiuti in passato. Costretto ad appuntare tutti i suoi ricordi ed eventi quotidiani su un taccuino per paura che la malattia li cancelli per sempre, traccia così una sorta di diario su un passato lucido e dettagliato e un presente confuso, sempre più paranoico e allucinatorio. Grazie a questa debolezza, si metterà sulle sue tracce l’ispettore An, che non si è mai arreso davanti alla lunghissima serie di omicidi insoluti e ha sempre dato la caccia al serial killer, per condurci a un finale del tutto imprevedibile.

Abbiamo intervistato Kim Young-Ha alla vigilia della presentazione milanese del romanzo, che è avvenuta nel corso di BookCity 2015.

 

Memorie di un assassino parla di una serie di delitti irrisolti. Si è per caso ispirato a qualche episodio di omicidi seriali avvenuti in passato in Corea oppure la sua è pura invenzione letteraria?

No, non mi sono interessato in modo particolare a fatti veramente accaduti, anche se in Corea ci sono stati diversi omicidi rimasti impuniti. Prima del 1990 non c’era la tecnica del DNA con cui sono stati risolti molti casi di recente, e del resto in quegli anni la polizia non poteva impegnarsi molto a indagare sui delitti perché doveva reprimere il movimento studentesco!

 

Il protagonista uccide decine di persone, poi si dimentica di tutto, annullando anche la propria esistenza. Il lato oscuro di noi stessi è sconosciuto anche a noi?

In un certo senso siamo tutti assassini, perché lo erano diecimila anni fa i nostri antenati, ed è una cosa che è rimasta in qualche modo nel nostro DNA, fa parte del nostro carattere.

 

In questo libro, dunque, torna il tema del personaggio che non ricorda, presente anche nel suo romanzo precedente L’impero delle luci. Perché questo tema della memoria e del passato è così importante per lei?

Ci sono vari motivi che mi spingono a scrivere su questo tema. Uno è il fatto che da ragazzino ho avuto un incidente, che mi ha fatto perdere il ricordo dei miei primi dieci anni di vita. Allora non me ne rendevo conto più di tanto, ma quando poi ho iniziato a scrivere, ho cercato di tirare fuori i miei vecchi ricordi dell’infanzia, ma non ci sono riuscito. Un altro motivo viene dalla realtà del mio Paese: In Corea abbiamo avuto un forte sviluppo economico negli ultimi vent’anni, con dei cambiamenti frenetici, che hanno cancellato interi quartieri delle città per ricostruirli in modo diverso. Una volta ho cercato di tornare nel luogo dove giocavo da bambino e non sono più riuscito a trovarlo. Sta sparendo il nostro passato, con i suoi ricordi, ed è anche per questo che sono sensibile al tema della memoria e lo inserisco nei miei libri.

 

L’umanizzazione della prospettiva dell’assassino è un concetto molto interessante, che ricorre spesso sia nella letteratura, sia nel cinema e nella tv. Secondo lei la figura dell’assassino sta prendendo in parte il posto che apparteneva prima all’eroe romantico? In altre parole, per uno scrittore è più affascinante raccontare un assassino o un eroe romantico?

Il protagonista incarna in sé due tipi d’uomo, di cui uno è molto malvagio e l’altro molto debole. Quando noi vediamo un malvagio chiediamo una punizione adeguata al suo crimine, mentre quando vediamo una persona debole proviamo solidarietà e cerchiamo di aiutarla.

Non basta però mettere in contrasto le due cose, demonio oppure eroe. Io penso che esistano diverse categorie di persone: buona/semplice, cattiva/semplice, molto cattiva/semplice, molto cattiva/complessa. Le persone buone/semplici non attirano molto la nostra attenzione, mentre quelle cattive/semplici ci sembrano già più interessanti e sono presenti in abbondanza nelle opere letterarie.

Naturalmente ci sono anche le persone buone/complesse o anche molto complesse, ma a me come personaggi interessano soprattutto quelle molto cattive/complesse.

La maggior parte di noi ritiene di essere una persona buona, magari anche complessa, ma la realtà non è sempre così. La gente è più cattiva di quanto sembri, ed è per questo che i lettori sono attratti dai personaggi cattivi. Pensate, ad esempio, al protagonista di Lolita: è un uomo complesso e cattivo, eppure noi proviamo empatia per lui.

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«Siamo tutti assassini», le memorie di un serial killer raccontate da Kim Young-HaIn un passo del libro il protagonista riceve copie della rivista che aveva pubblicato le sue poesie e poi le brucia, dichiarandosi insoddisfatto delle poesie che scrive e che legge. Lei ha fiducia nella letteratura e nella poesia, oppure attraverso questa immagine ci vuole trasmettere diffidenza e scarso apprezzamento nei loro confronti?

Nel personaggio convivono due caratteri contrastanti: uno è l’assassino, l’altro è il poeta. Da giovane l’assassino era il più forte, ma da vecchio è cresciuta la parte artistica. Il protagonista fatica ad accettare il suo cambiamento perché pensa sempre di essere ancora una persona molto forte, perciò considera la sua parte artistica come debole e femminile. Nel libro le due forze si contrastano e definiscono il carattere del personaggio.

 

Il protagonista scrive una specie di diario in cui racconta la sua vita quotidiana ma si esprime anche su svariati argomenti, dalla società circostante alla storia della Corea. C’è qualcosa di personale che ha trasferito nel suo personaggio?

No, il punto di vista del protagonista non è il mio, non ho introdotto nulla di strettamente personale. Quando scrivo un romanzo, di solito faccio così: prendo alcuni libri che immagino il mio personaggio possa avere letto, e leggendoli a mia volta costruisco il suo carattere.

 

Il romanzo non dice perché il protagonista da giovane era diventato un serial killer. «Non ero spinto a farlo da un banale impulso omicida, né tantomeno da una perversione sessuale. No. Mi spingeva l’amara consapevolezza di non essere mai stato in grado di assaporare un piacere perfetto»si legge nella prima pagina. Secondo lei come si può pensare di raggiungere il piacere uccidendo?

Non ho inserito nel romanzo scene piene di orrore, come si possono trovare in un romanzo come Il silenzio degli innocenti, ma è proprio questa mancanza di descrizioni degli omicidi commessi che deve colpire chi legge. Se avessi spiegato le ragioni per cui il personaggio era diventato un serial killer, i lettori avrebbero potuto provare empatia nei suoi confronti. Tempo fa ho letto il diario lasciato da un autentico serial killer, e mi aveva colpito il fatto che non cercasse di spiegare o giustificare le sue azioni.

 

Il libro si apre e si chiude con due citazioni della Sutra del Diamante e della Sutra del cuore, in cui si parla del vuoto, e dell’assenza di qualsiasi concezione positiva o negativa della vita. Perché il protagonista fa proprie queste idee?

Forse i lettori occidentali avranno qualche difficoltà a capire questi passaggi, mentre per i coreani buddisti questa è la parte più tremenda del libro: l’essere è anche il nulla, e noi non possiamo dividerli nettamente. L’assassino cerca di giustificare il suo comportamento perché, se nel mondo nulla ha significato, lui può permettersi di commettere anche degli omicidi.

Questa sua interpretazione del buddismo crea paura e orrore nei lettori: il male esiste, ma se non esistono più le persone uccise è come se il male non fosse accaduto, o almeno così si giustifica il protagonista, che piange solo la sua morte che si avvicina. La morte è peggiore del male.


Leggi tutte le nostre interviste agli scrittori.

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Commenti

Interessante questo coreano, e la casa editrice è veramente coraggiosa. Chissà che alla letteretura asiatica non capiti ciò che è avvenuto in campo cinematografico: film strepitosi. Intanto mi cerco il libro.

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