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Siamo sicuri che l’eterna giovinezza sia un bene? Intervista a Grégoire Delacourt

Siamo sicuri che l’eterna giovinezza sia un bene? Intervista a Grégoire DelacourtSottile e acuto, entra sotto la pelle come un olio che nutre e rigenera l’organismo. Il pensiero. La prospettiva. Perché semmai avessi creduto che la giovinezza prolungata – o eterna – fosse un vantaggio, un sogno da realizzare, dopo aver letto La donna che non invecchiava più di Grégoire Delacourt, ti sorgerà almeno un ragionevole dubbio. Pubblicato da DeA Planeta, nella traduzione di Tania Spagnoli, il nuovo romanzo dell’autore francese è l’ulteriore conferma che Delacourt è un narratore straordinario e un pensatore dalla mente acuta.

La storia è quella di Martine, più tardi Betty, una donna nata e cresciuta in modo normale, con le caratteristiche tipiche delle diverse età, nella linearità di un orizzonte sereno e pacifico. C’è soltanto un punto nero nella sua infanzia. Un dolore atroce. Martine perde la mamma, in modo stupido, per colpa di una stupida macchina, all’uscita dal cinema. Ha trent’anni la mamma quando muore e questa cristallizzazione – dei trenta – ritornerà inattesa lungo il romanzo. Infatti, dopo il matrimonio con il fidanzato della sua giovinezza, un figlio e un’esistenza serena e pacifica così com’era iniziata, prima del grande lutto, Martine, ormai Betty, si presta come modella per un fotografo che vuole immortalare il passare del tempo. Scatta fotografie nello stesso giorno tutti gli anni chiedendo ai modelli di mantenere quanto più possibile una fissità nell’aspetto, nell’espressione del viso. È un dettaglio, un gioco, una cosa minima che si rivela uno specchio. Inconfutabile. Martine (Betty) non invecchia più. Fuori, sulla pelle del viso, del collo, delle mani ha sempre trent’anni. Dentro il corpo procede nella sua inesorabile e lenta autodistruzione, fuori però non vi sono i segni. Un sogno realizzato, verrebbe da dire. L’eterna giovinezza, apparente. Eppure, a guardarlo meglio, invecchiare è un dono.

 

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In tour in Italia per promuovere l’uscita del nuovo romanzo, Grégoire Delacourt ha svelato qualche dettaglio che si cela dietro la stesura de La donna che non invecchiava più.

 

Nel nuovo romanzo parla di un argomento che negli ultimi decenni ha trasfigurato la società: tutti sembrano cercare l’eterna giovinezza, o almeno di prolungarla. Una volta raggiunta, però, questa potrebbe rivelarsi una maledizione…

È una tragedia, l’eterna giovinezza non può essere altrimenti che una vera tragedia. Pensi a doversi sciroppare l’ episodio numero 20 mila di Grey's Anatomy. Come dicevo, una tragedia. Se le cose sono belle è appunto perché non durano.

Siamo sicuri che l’eterna giovinezza sia un bene? Intervista a Grégoire Delacourt

Dalle pagine emerge un pensiero molto forte e altrettanto stimolante, ovvero che non c’è sofferenza umana che non possa trasformarsi in una fonte d’amore. La sofferenza è un’occasione per migliorarsi?

La sofferenza ci mette in contatto con il mondo, con l’empatia, e ci permette di essere connessi con gli altri. Nella mia personale esperienza, il dolore si è rivelato un’occasione per incollare meglio il vaso di coccio che ero stato un tempo.

 

C’è un momento in cui lascia intuire che la paura nasce quando si diventa genitori, ovvero dall’adolescente quasi onnipotente si passa a sentirsi umani grazie ai figli?

Il punto è questo: quando si esce dal proprio bozzolo, dalla fase in cui si è il bambino di qualcuno, siamo posti davanti a scelte necessarie che ci spingono a tentare di giudicare noi stessi in relazione agli altri. È un processo doloroso che richiede una buona autostima, ma è anche un processo in cui entra in gioco la sofferenza. Nel momento in cui questo si è completato, ovviamente le cose cambiano e lì abbiamo l’adolescente. Tutto cambia ancora nel momento in cui si hanno figli perché allora ci ricordiamo della nostra stessa sofferenza da bambini. L’importante è ricordarsi di non interferire con il dolore e la sofferenza dei figli perché è la loro occasione per comprendere qualcosa in più di loro stessi e del mondo.

 

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Dice: l’amore risiede nell’attesa e nella distanza, nella pazienza e nell’incanto…

Aggiungerò una cosa semplice. In francese la parola amore, amour, dicono faccia rima con la parola sempre, toujours. Ma è una grande bugia. Amour fa rima con chaquejours, con tutti i giorni. L’amore richiede la nostra attenzione, il nostro impegno tutti i giorni per renderlo il più forte possibile.

 

«La bellezza è antidepressiva», sostiene nel romanzo e parla dell’Italia e delle sue meraviglie che curano effettivamente gli animi dei due personaggi che vi si recano. Ha anche lei un luogo così?

Credo che ciascuno di noi abbia un posto di questo tipo e per me è la Toscana. Ai miei occhi, trovarmi tra quelle terre mi porta a esclamare Ma che bella la vita!. Mi porta a riconciliarmi con la vita. Però non sempre si tratta di un luogo geografico, questa oasi curativa la possiamo trovare anche nell’amore che proviamo per un altro.

Siamo sicuri che l’eterna giovinezza sia un bene? Intervista a Grégoire Delacourt

«Niente dura ed è in questa incertezza che sta la chiave di tutto». Può commentare questo pensiero, per favore?

Tutto ciò che è effimero ci tocca nel profondo. Mi vengono in mente le parole di Raymond Radiguet che dicevano qualcosa come: era così bello che sapevo di doverlo rendere un giorno. La bellezza nella vita è un regalo, e la riceviamo come in una specie di affitto. Ecco perché chi pensa alla chirurgia estetica è un ladro e un bugiardo.

 

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«La gente nota se una donna ingrassa, se si tinge i capelli di un altro colore, se porta i tacchi più comodi, ma se rimani la stessa, le persone sono cieche, forse anche perché si cullano nell’illusione di non cambiare neanche loro – è l’effetto specchio»

Credo che Girard abbia espresso al meglio questo aspetto della società nella teoria del desiderio mimetico. Infatti sostiene che noi vediamo negli altri noi stessi. Se pensiamo a due persone che si rivedono dopo tanto tempo, la prima cosa che si diranno sarà “non sei cambiato per niente” e mentiranno entrambi perché vorrebbero fosse reale, che l’altro ci confermasse di essere rimasti giovani. Detto altrimenti, proiettiamo noi stessi riflessi negli occhi degli altri, non solo: se ci si riflette anche migliori questo aiuterà a ritrovare la propria autostima.


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Per la prima foto, copyright: Icons8 team su Unsplash.

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