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“Siamo buoni se siamo buoni” di Paolo Nori: un gioco metaletterario

Paolo Nori, Siamo buoni se siamo buoniIl libro di Paolo Nori, Siamo buoni se siamo buoni, edito da Marcos y Marcos, è tutto raccolto e spiegato nella dedica iniziale, nella Dichiarazione di Timur Kibirov: «Ti voglio dire, / che ti voglio / dire, che ti / voglio dire, che / voglio dirti, che / ti voglio dire, / che ti voglio». Difficilmente capita di trovare un esergo che incornici in modo così esatto il testo che viene preceduto.

È l’anticipazione appunto di un movimento che conduce il lettore per tutto il romanzo, in una storia che il protagonista nonché voce narrante inizia a spiegare, che poi perde per tanti rivoli, per tante persone, per tante parole, e in alcuni momenti recupera e sembra voler finire, ma poi interrompe ancora, e proprio quando te l’eri dimenticata, ecco che riprende e conclude. E tutto si fa chiaro.

Ermanno Baistrocchi lo spiega all’inizio: a volte non si ha abbastanza coraggio di dire le cose, né di scriverle. Possono succedere eventi, come l’incidente in cui è coinvolto Ermanno e che quasi lo uccide, che quel coraggio te lo fanno tornare per lo meno a cercare (trovare poi è un altro discorso).

Il filo conduttore della storia è fragile: dopo quest’incidente, tutti davano Ermanno per morto. Baistrocchi infatti è un personaggio noto: è stato un editore, ma ha deciso di lasciare l’editoria per dedicarsi alla scrittura. Proprio la notizia della sua morte fa impennare le vendite dell’ultimo libro che ha scritto, La banda del formaggio (esatto, proprio come il precedente vero libro di Nori: qui potete leggerne una bella recensione). È marketing anche questo, per cui se uno muore, subito i suoi libri vengono stravenduti. In questo libro, l’autore ci ha messo tante cose di se stesso: ha parlato dell’amico Paride, che si è suicidato; di sua figlia Daguntaj; di Emma, la donna con cui ha messo al mondo Daguntaj; di se stesso, anche. Solo che ne ha parlato prendendosi qualche libertà, falsando un po’ la realtà.

Che è un po’ quello che Nori fa in Siamo buoni se siamo buoni, mettendoci delle cose che gli sono successe, come l’incidente di cui è stato realmente vittima nel 2013 (ne parla «Il Post»). In un gioco metaletterario che manda tutti in confusione, l’autore e il narratore di questo romanzo fanno scopertamente quello che tutti gli autori fanno (o dovrebbero fare): attingere a piene mani materiale dalla vita per trasfigurarlo in costruzione letteraria.

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Paolo NoriMa rintracciare nel testo strutture e sovrastrutture si rivela futile, ne disarticola troppo il godimento. Va letto così, trascinando lo sguardo dietro alle parole che scorrono alla velocità dei pensieri – e la capacità della penna di stare insieme ai pensieri, questa è la cosa più bella di Nori. Ciò che ne caratterizza la personalità letteraria, ne segna l’originalità, ne decide la fedeltà di un lettore.

Siamo buoni se siamo buoni è un libro che, nella produzione di Nori, sa di bilanci, anche se non intende assolutamente farne. Non tanto bilanci in cui si mette sul piatto ciò che è andato bene e ciò che è da buttare. Sembrano piuttosto quei bilanci che portano Ermanno ad aprire gli occhi all’improvviso, e rendersi conto di quanto il suo mondo, che è solo suo e solo lui conosce, sia popolato. Magari prima non ci aveva fatto tanto caso, a quanto fosse popolato, né si era mai reso conto di quanto avesse da perdere. Si accorge anche di quello che potrebbe ancora avere, per quanto le aspettative siano un rischio, perché uno poi si aspetta chissà che cosa, «invece succedeva chissà niente». Come quando Ermanno è fermo alla banchina dei treni, a contare quante persone si baceranno, quasi in attesa che le cose belle succedano: «E quando ero arrivato in stazione, a aspettare il treno, avevo quaranta minuti di anticipo, mi ero messo sul binario 10, mi ero chiesto quanta gente si sarebbe baciata, quel giorno, sul binario 10 della stazione Termini, e ero stato lì trentacinque minuti a contare, non si era baciato nessuno».

Forse, le cose belle succedono solo se uno ci si mette di impegno, o se si è buoni, come pensava sempre Ermanno da bambino. Ma, Nori insegna, la differenza è sottile, perché Siamo buoni se siamo buoni, non perché siamo buoni. «Non so se si capisce».

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