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Si può scrivere e lavorare al tempo stesso? La risposta di Virginia Woolf

Si può scrivere e lavorare al tempo stesso? La risposta di Virginia WoolfNell’ottobre del 1928 Virginia Woolf tiene due conferenze alle studentesse del Newnham e del Girton College di Cambridge sul tema “Le donne e il romanzo”. Un anno dopo, dalla rielaborazione di queste appassionate conversazioni tra donne, la scrittrice londinese pubblica A Room of One’s Own; convertite in quello che sarebbe divenuto il saggio della letteratura femminile-femminista europea, Il Saggiatore lo diffonderà in Italia nel 1980, con il titolo Una stanza tutta per sé.

Il tono sempre ironico con cui la Woolf traduce sulla pagina la sua «lunga fatica» dedicata a quelle «Giovani affamate ma coraggiose… Intelligenti, avide, povere, destinate a diventare nugoli di maestre», lo ritroviamo immerso in questa «gelatina rossa» gustosamente impregnata di echi proustiani, di riflessioni sul lavoro delle sue amate Jane Austen ed Emily Brönte, di attacchi alle paure della coscienza non solo femminile di fronte alla libertà intellettuale.

 

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Mentre riflette su quanto emerso dalle due conferenze per elaborare il suo saggio, Virginia appunta sul diario – pubblicato nel 1953 con il titolo Diario di una scrittrice:

«Sabato, 27 ottobre

[…] Ho detto loro pacatamente di bere vino e di procurarsi una stanza indipendente. Perché lo splendore e i piaceri della vita devono essere riversati soltanto su pochi privilegiati e sugli altri niente? […] Una conversazione come quella di stasera mi dà un senso di vitalità, di stimolo; le mie angolosità, le mie zone oscure si smussano e si illuminano.».

Si può scrivere e lavorare al tempo stesso? La risposta di Virginia Woolf

Questa, di getto, sarà la chiave di tutto il saggio che Virginia scriverà come fosse un racconto in prima persona diretto a tutte le anime che di lettura e scrittura si nutrono, al di là del tempo e dello spazio che creano apparenti distanze di corrispondenze. Così, mescolato alle tre Mary della celebre ballata Mary Hamilton, l’io narrante di Una stanza tutta per sé a volte fugge da quello della Woolf, a volte coincide con quello della scrittrice che si lascia ricreare, assorta nei suoi pensieri, in un bel giorno di ottobre, sul prato di un immaginato college di Oxbridge. Proprio qui, nei luoghi degli studi universitari, si configura il tema della narrazione:

«Percorrevo un’ala dopo l’altra, e lungo quelle antiche aule l’asperità del presente sembrava smussarsi e sparire; il corpo pareva racchiuso in una miracolosa vetrina che non lasciava penetrare alcun suono, e la mente, libera da ogni contatto con la realtà concreta (purché non si calpestasse il prato un’altra volta) poteva assorbirsi in qualunque meditazione che si armonizzasse col momento […] ma eccomi finalmente davanti alla porta d’ingresso della biblioteca. Devo averla aperta, perché apparve … un signore disapprovante, argentato, gentile, il quale scacciandomi si rammaricava a bassa voce del fatto che le signore siano ammesse alla biblioteca solo se accompagnate da un professore del college, oppure munite di una lettera di presentazione.»

 

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Chiusa fuori dalla tradizione del suo tempo, immersa in un mondo organizzato e vissuto da uomini in toga, molti dei quali somiglianti a «gamberoni che si muovono pesantemente sulla sabbia in fondo a un acquario», la protagonista ritorna nel cortile dell’Università dove vagabonda tra la cappella e lo spiazzo, proiettando la mente oltre quelle mura, per vederle nascere, quelle mura, e quella cappella, e quello spiazzo, in un’immagine che ha il sapore di una genesi:

«Un tempo probabilmente queste corti quadrate, con le loro aiuole curate, i loro edifici massicci, e la cappella stessa, erano state paludi dove le erbe ondeggiavano e il maiale grufolava…  e poi con infinita fatica questi blocchi grigi…furono posati ordinatamente uno sopra l’altro; e poi i pittori portarono i vetri, e i muratori lavorarono per secoli su quel tetto…».

Si può scrivere e lavorare al tempo stesso? La risposta di Virginia Woolf

E così Mary-Virginia legge il suo presente per guardare il passato e i suoi lasciti, uno dei quali ricorrente più degli altri: la povertà economica delle donne che su quel tetto non soltanto mai lavorarono ma neppure ebbero il piacere di vederlo sopra le loro teste.

A questo punto la protagonista, che si delinea nella prima sezione del saggio, cede il passo alla scrittrice che chiede più avanti, alle sue ascoltatrici, di

«immaginare una stanza, come migliaia di altre, con una finestra da cui si vedono, al di sopra dei cappelli della gente, dei camion e delle macchine, altre finestre; e nella stanza un tavolo con un foglio bianco sul quale è scritto a grandi caratteri: LE DONNE E IL ROMANZO, nient’altro.».

 

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La scena si sposta ora da Oxbridge a Londra, con una visita al British Museum: da qui in poi, la denuncia della Woolf si fa chiara e audace: «Devo dirvi che mia zia, Mary Baton, è morta per una caduta da cavallo… La notizia della mia eredità mi giunse una sera, più o meno quando fu approvata la legge che concedeva il voto alle donne. La lettera di un avvocato cadde nella cassetta da lettere; aprendola, scoprii che lei mi aveva lasciato cinquecento sterline l’anno, per sempre. Delle due cose – il voto e il denaro – confesso che il denaro mi sembrò quella infinitamente più importante. […] Ogni volta che cambio un biglietto da dieci scellini, cancello qualche residuo di quella ruggine e di quella corrosione» che nascevano allora, come oggi, dalla difficoltà di trovare il tempo della serenità per scrivere, perché la paura di doversi dedicare a vita a un lavoro indesiderato e sottopagato divorava allora, come oggi, anche i semi delle buone piante.

 

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La scrittrice conosce bene quel sentimento legato alla fatica di guadagnare con il tipo di occupazione proposto alle donne intorno al 1918:

«Prima mi ero guadagnata la vita facendo lavoretti per i giornali, la cronaca di uno spettacolino qui, di un matrimonio là; avevo guadagnato qualche sterlina scrivendo indirizzi sulle buste, leggendo libri alle vecchie signore, facendo fiori artificiali, insegnando l’alfabeto ai bambini dell’asilo.»

E se questa era la norma e l’uso per le donne del XX secolo, cercare in mezzo alla letteratura una presenza femminile nei periodi precedenti, per esempio quello elisabettiano, sembra un salto nel buio: nessuna poetessa compare tra gli scaffali setacciati dalla scrittrice che sonda, alla ricerca di un nome di donna tra i poeti e gli scrittori della storia; il risultato è quello di pochi pseudonimi di menti illuminate come Currer Bell (Charlotte Brontë), George Eliot, George Sand: perché già dalla firma potesse essere giudicata un’opera artistica.

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L’amarezza, causata dalla constatazione della quasi totale assenza della scrittura femminile nel corso del tempo, trapela da alcune delle pagine di questo saggio ed è un sentimento che alla lunga produce rabbia verso chi, anima sensibile, non ha lottato per dare voce al proprio talento.

La sezione che conclude Una stanza tutta per sé dà corpo più delle altre a questa rabbiache ancora, a novant’anni dalla conferenza, ci viene restituita velata di forza, ottimismo e speranza:

«Nel mio discorso vi ho detto che Shakespeare aveva una sorella; ma non cercatela nella biografia del poeta scritta da Sir Sidney Lee. Morì giovane; ahimè, non scrisse mai una parola. Giace sepolta là dove ora si fermano gli autobus, di fronte ad Elephant and Castle. Ora io credo che questa poetessa, che non scrisse mai una parola e venne sepolta ad un crocicchio, viva ancora. Vive in voi e vive in me, e in molte altre donne che non sono qui stasera, perché stanno lavando i piatti e mettendo a letto i bambini. Ma lei vive; perché i grandi poeti non muoiono; sono presenze perenni: hanno solo bisogno di un’opportunità per tornare fra noi in carne e ossa. Questa opportunità, credo, cominciate ad essere in grado di offrirgliela voi. Perché credo che se viviamo per un altro secolo – parlo della vita comune, che è la vera vita, e non delle piccole vite isolate che viviamo come individui – e se ognuna di voi ha cinquecento sterline e una stanza tutta per sé; se abbiamo l’abitudine della libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo; […]; se guardiamo in faccia il fatto, perché è un fatto, che non c’è alcun braccio a cui appoggiarci, ma che camminiamo da sole e che dobbiamo essere in relazione col mondo della realtà e non solo col mondo degli uomini e delle donne, allora l’opportunità si presenterà, e quella poetessa morta che era la sorella di Shakespeare rivestirà il corpo di cui tante volte si è spogliata.»

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