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Shady Hamadi ci racconta il suo esilio dalla Siria

Shady Hamadi ci racconta il suo esilio dalla SiriaÈ uscito da un paio di mesi il nuovo lavoro dello scrittore Shady Hamadi, Esilio dalla Siria – Una lotta contro l’indifferenza, pubblicato dalla casa editrice torinese Add Editore.Il libro esce dopo il successo de La Felicità araba – Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana, pubblicato anche in edizione tascabile, che è stato salutato da Dario Fo come un libro che «ci dà una possibilità rara: diventare coscienti di ciò che accade in questo piccolo grande mondo».

Hamadi, blogger de «Il Fatto Quotidiano», è nato a Milano nel 1988, da madre italiana, cristiana, e padre siriano, musulmano, in una famiglia “illuminata”, dove le differenze sono sempre coesistite tranquillamente. Fino al 1997 gli è stato vietato di entrare in Siria, a causa all’esilio del padre Mohamed, membro del Movimento nazionalista arabo. Con lo scoppio della rivolta siriana contro il regime di Bashar al-Assad nel marzo 2011, Hamadi diventa un attivista per i diritti umani e un importante punto di riferimento per la causa siriana in Italia. In queste settimane è in giro per l’Italia (il 2 giugno a Torino, il 3 a Vimercate, il 7 a Barbarano Vicentino, l’8 giugno a Milano, il 28 a Lucera)per raccontare quello che sta succedendo sotto i nostri occhi e di cui noi italiani-occidentali non siamo quasi per nulla consapevoli.

Una tragedia umanitaria di gigantesche proporzioni che affonda le radici in complesse vicende storiche e geopolitiche che non arrivano ai nostri orecchi e ai nostri occhi. Il compito di Hamadi – portare avanti con urgenza e passione la sua lotta contro l’indifferenza alla guerra e al dramma siriano– è tanto doloroso quanto prezioso perché esalta la dimensione di quel dovere civico nei confronti del proprio popolo e della propria terra, quella stessa dimensione che noi europei abbiamo quasi interamente perso. Esilio dalla Siria è dedicato alla nonna di Shady e a suo cugino Mustafa, morto sotto tortura e inghiottito nelle carceri siriane: il volume è parte di quella che sarà una trilogia.

Shady Hamadi ci racconta il suo esilio dalla Siria

Che cosa significa essere in esilio?

Conosco la sofferenza dell’esilio, perché ci sono nato. Ma attraverso il mio esilio volevo raccontare quello di un intero popolo, non solo quello fisico, ma quello che vivono quotidianamente i siriani, ovvero l’esilio nell’incomprensione della comunità internazionale. Come è possibile che quando le troupe televisive vanno a Palmira, non venga in mente a nessuno di parlare della popolazione di Palmira? Ho provato il dramma della perdita, quando sono morti amici e parenti e i loro corpi non ci sono mai stati ridati. Ho sperimentato la sofferenza inflitta dall’attesa del ritorno di un carcerato. Desideravo, inoltre, raccontare le difficoltà che ho incontrato, da cinque anni a questa parte, perché ci sono dei preconcetti molto diffusi sia nell’agenda politica sia in certo giornalismo e, dunque, volevo portare avanti la battaglia contro l’indifferenza.

 

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Che genere di difficoltà ha incontrato? Diffidenza? Intento di screditarla? Resistenza oppure minacce?

Non ho mai voluto parlare delle minacce di morte che mi arrivano, delle e-mail minatorie e dei messaggi. Questo non mi hai mai interessato e non l’ho scritto nel libro perché penso che non sia nulla in confronto a ciò che ha subito mio cugino o a ciò che subiscono quotidianamente i siriani. La difficoltà principale che ho incontrato è che, spesso, quando arrivo a parlare della questione siriana nelle sedi istituzionali, incontro politici che parlano di questioni geopolitiche, del gasdotto, del petrolio, dei blocchi di interessi internazionali, mentre io porto le istanze della società civile siriana. L’altro pregiudizio è che, a detta di molti, non può esserci un movimento pacifista in Siria perché è un Paese principalmente di religione musulmana, e figurarsi se può esistere un Islam pacifico! Con questo libro ho sentito la necessità di riaffermare la verità e la nostra storia, vorrei essere un ambasciatore capace di arrivare a tutti coloro che sono distratti dal tanto rumore che si fa quando si parla di terrorismo e mondo arabo.

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Che cosa pensa del gesto del Papa che, in visita a Lesbo, ha accolto 12 rifugiati siriani?

L’unica strada possibile è quella della convivenza islamo-cristiana, senza avere paura del futuro senza Hassad che ha tutelato le minoranze, anche quelle cristiane, soffocando comunque tutti i diritti. Il gesto del Papa è stato bello, ma spero che venga colto nel suo vero senso dalla Chiesa d’Oriente.

 

In questo libro, come nel precedente, colpisce la descrizione del paesaggio fisico-geografico e umano che ha un impatto sorprendente…

Ho amato profondamente la vallata dove c’è il villaggio della mia famiglia, ma soprattutto mi ha colpito andare lì e confrontarmi con quello che sono. È come se avessi avuto di fronte a me uno specchio impolverato e l’avessi dovuto ripulire per trovare me stesso. La prima volta che mi portarono da mia nonna mi lasciarono di fronte alla porta della sua casa: quando la aprì e mi vide, non mi riconobbe e chiuse immediatamente la porta dicendo “Chi sei?”. Mio cugino provava a spiegarle che ero suo nipote, il figlio del primogenito Mohamed. La stessa cosa è avvenuta con mia zia, la sorella di mio padre, completamente impaurita. Entrambi i gesti rappresentano appieno la pesantezza dell’esilio di cui mio padre mi ha parlato poco perché c’è la necessità ineludibile di dimenticare ciò che è accaduto, le torture, il male, il dolore, le violenze. Che cosa ha significato per mio padre scappare da solo, lasciare tutto? Poco tempo fa ho parlato con un cugino che vive in Germania e insieme abbiamo riaperto i cassetti del confronto, i ricordi rimossi, e infatti presto andrò in Germania per condividere queste cose. Ho rincorso per anni la possibilità di tornare nella mia terra, mentre oggi mi trovo di fronte a centinaia di famiglie che fuggono.

Shady Hamadi ci racconta il suo esilio dalla Siria

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A proposito della tortura che ha subito suo cugino Mustafa, sul caso Regeni vuole dire qualcosa? In un articolo del suo blog ha parlato di «vecchi tromboni del giornalismo»…

Per quanto riguarda il caso Regeni, ho firmato un appello fatto dai suoi amici. Regeni rappresenta i tanti giovani italiani, bravissimi e in gamba, che studiano, lavorano in giro per il mondo parlando con i loro coetanei e Regeni parlava l’arabo. Tutto il contrario di questi vecchi tromboni che non parlano arabo, pur lavorando sul Medio Oriente e non capisco perché non ci sia la volontà di approfondire le vere questioni che attraversano questi territori. Fino a quando arabi e siriani si ammazzano tra loro, non fa niente, ma quando poi viene colpito uno dei nostri, ci si accorge improvvisamente che questi sono veri e propri regimi.

 

Che cosa possiamo fare noi che assistiamo impotenti a questo dramma? Che contributo possiamo dare?

Non siamo impotenti e bisogna necessariamente creare una resistenza culturale. Questo libro è nato con l’intento di far avvicinare la gente alla lettura e alla conoscenza del dramma siriano. Abbiamo bisogno di intellettuali veri, per me è stato più facile avvicinare Dario Fo per La felicità araba piuttosto che molti altri autori che, chiusi dentro le loro torri d’avorio, non erano interessati alla questione siriana. Bisogna stimolare la cittadinanza attiva, costruire dal basso una rete di solidarietà per la Siria, mandare lettere ai giornali italiani per chiedere la verità.


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