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chiesaDesidero raccontarvi una storia che mi appare illuminante per comprendere, almeno in superficie, quanto l’incontro delle diversità possa talvolta essere proficuo. Per farlo ho bisogno di porre intanto sul terreno del confronto alcuni paletti, non tanto per limitare, quanto per direzionare il mio tentativo di descrizione.

Anzitutto è necessario che io premetta un fatto accaduto nel 2001. Due lettere. La prima, 3 ottobre:

 

***

Egregio Signore,

ho preso atto della Sua dichiarazione di abbandono della fede cattolica e darò disposizioni al Parroco del suo Battesimo, secondo quanto da lei richiesto.

Nel frattempo, se lo riterrà opportuno, mi dichiaro disponibile ad un incontro per illustrarLe le conseguenze di ordine giuridico-canonico della Sua Scelta.

L’incontro potrà essere concordato telefonicamente (tel. 02/#######).

 

Pur esprimendo un certo rammarico per la Sua decisione, desidero manifestare anche sentimenti di fiducia nel cammino di ricerca della verità, che idealmente ci unisce, e porgo cordiali saluti.

***

 

Firmato dal responsabile dell’Arcidiocesi di Milano, ufficio per la disciplina dei sacramenti.

Le conseguenze di ordine giuridico, a piè di pagina, erano:

 

-         esclusione dall’incarico di padrino per battesimo e confermazione.

-         licenza dell’Ordinario del luogo per l’ammissione al matrimonio.

-         esenzione dall’obbligo della forma canonica per il matrimonio.

-         privazione delle esequie ecclesiastiche in mancanza di segni di pentimento.

-         esclusione dai sacramenti e dai sacramentali.  

-         scomunica latae sententiae.

 

Non concordai incontri, e dopo quasi due mesi, il 28 novembre 2001, ricevetti una seconda lettera:

 

***

Egregio Signore,

in risposta alla Sua lettera indirizzata mesi addietro al parroco di S.Vigilio in Calco (LC), e facendo seguito alla mia lettera raccomandata con ricevuta di ritorno del 3 ottobre scorso, comunico che la pratica riguardante l’abbandono della Chiesa Cattolica, secondo i suoi desideri, è stata condotta a termine.

 

La sua rinuncia è stata annotata sul libro dei battezzati della parrocchia di cui sopra.

 

Mi dichiaro ancora una volta e sempre disponibile ad un qualsiasi contatto in ordine alla questione dell’abbandono della fede e delle sue conseguenze e porgo cordiali ossequi.

***

 

Firmato dal medesimo responsabile dell’Arcidiocesi di Milano.

Non è mia intenzione narrare con accuratezza il percorso sofferto e complesso che mi portò a tale decisione, anche perché fu meditato con mente e cuore per circa dieci anni, cioè da quando, durante l’ultimo anno delle scuole medie inferiori, capii che riti e parole che mi circondavano nell’ambiente religioso che frequentavo non mi appartenevano più. Questo per dire che non fu scelta improvvisa, non fu slancio emotivo non soppesato, bensì un percorso entusiasmante e malinconico che negli anni coltivai perlopiù solo, ecco una delle parole chiavi: solo. 

A quattordici anni mancavano riflessioni, esperienze e letture che seguirono, rafforzando sempre più dentro me l’idea che non mi garbava l’indifferenza come modalità di comportamento, o di qua o di là, altresì in ambito religioso. Rimasi nel limbo per lungo tempo perché non sapevo come uscirne, pur fra dubbi, possedevo una certezza: non mi sentivo cristiano, tanto meno cattolico. Non intendevo dedicarmi a un’altra religione, avevo sperimentato nei miei mondi interiori che quanto m’era stato donato per eredità culturale dai genitori cozzava contro la mia visione del mondo.

 

CristoNon credevo nella divinità di Cristo, non credevo nei Santi, non credevo nella Madonna, ritenevo la Bibbia un cumulo di contraddizioni e una serie di accadimenti dal dubbio valore storico, non credevo nello Spirito Santo, non credevo in altre cose del cristianesimo, e a dirla tutta non ero neppure convinto che vi fosse un solo Dio. Per ogni mia non credenza ci sarebbe da contestualizzare, spiegare, provare a definire, elencare testi che ho letto con grande curiosità nel tempo; non è mia intenzione banalizzare significati e tradizioni, magari un tempo ci sarebbero stati in me orgoglio, rivendicazione, rabbia, presunzione, di libertà in primo luogo, ricordo ancora quando verso la fine del 2001 provai sull’epidermide una sensazione di libertà incredibile.

Mi sentivo solo dopo avere ricevuto la seconda lettera, ma contento. Avevo seguito i miei ideali contro tutti (almeno tale era il mio pensiero), contro i genitori che mal digerivano una posizione di principio simile, contro mia nonna che si chiese senza tanti giri di parole se frequentavo compagnie sbagliate, contro altre persone evidentemente se dopo qualche tempo qualcuno pensò di attaccare alla porta principale della chiesa del mio paese un foglio nel quale era descritto che non ero una persona raccomandabile perché avevo negato i miei sacramenti.

Perché un giovane – chissà per quale ragione – può dire di non credere in Dio e tutto o quasi è tollerato, l’importante è che si lasci la situazione nel grigio d’opinione, però se un altro giovane cerca un modo serio per non credere, prendendo posizione pubblica e ufficiale, allora si scatenano maldicenze e intolleranza, quasi fosse una malattia. Una malattia quando si cerca coerenza d’intenti e di azione? Una malattia quando si prova a cercare un percorso di verità lontano dalle verità rivelate? Una malattia quando quel cervello che Dio gli/le avrebbe dato si cerca di farlo funzionare indipendentemente dalle tradizioni ricevute?

 

Le due lettere rappresentarono uno spartiacque. Prima riparato dalla tradizione o quanto meno difeso dagli insegnamenti di qualcun altro, dopo solo, solo con le mie oscurità, solo con i miei dubbi, e i pochi amici interessati a tali argomenti si limitavano a dire d’essere atei, senza indagare ulteriormente, più per dare contro che per una proposta alternativa, più per sentirsi diversi che per cercare un vero e nuovo percorso interiore. Era proprio la necessità di avere un’alternativa che mi spinse a divorare con passione una quantità non indifferente di testi su argomenti di carattere religioso, dalla Bhagavadgītā al libro dei morti tibetano, al Corano; oppure mi ritrovai a parlare con induisti, islamici, quaccheri, battisti, atei, ma anche con seguaci di Sai Baba (morto di recente), adoratori di Padre Pio, frequentatori del Reiki, sciamani e alcuni satanisti, kantianamente persuaso che avrei un giorno strutturato tutte le esperienze vissute per conquistare una mia serenità spirituale, ovviamente solo. Non per spocchia o diffidenza verso la condivisione, solo poiché sono convinto da anni che siamo soli come cani di fronte alla morte e alle grandi domande dell’essere umano, poi qualcuno decide di viaggiare assieme ad altri, io non sono quel tipo di persona: la vita e la morte sono temi che girano dentro me, ne parlo pochissimo con gli altri.

Ebbi momenti di forte sconforto quando lessi alcuni libri di Karlheinz Deschner (autore semisconosciuto in Italia) o di Hans Küng (non fece mai mancare forti critiche al recente beato Giovanni Paolo II), e mi entusiasmai scoprendo le idee d’avanguardia di Salvatore Minocchi o Ernesto Buonaiuti (in parte riprese dal Concilio Vaticano II), come rimasi scioccato nel conoscere la potenza mistica di un indiano d’America.

 

Una lunghissima premessa per palesare, seppur grossolanamente, la mia curiosità verso le religioni e la spiritualità, anche del mondo cristiano. Perché facili sono le banalizzazioni quando si parla di cristianesimo o di qualsiasi altra religione; facile dire che tutti i religiosi sono pecore rintronate; facile, da una parte del fiume, gridare all’altra sponda “sbagli”. E anch’io per anni sono stato schiacciato dalla presunzione di stare dalla parte giusta, dardeggiando in estenuanti discussioni i poveri credenti o chi ritenevo comunque meno preparato, meno coerente, meno consapevole in ambito religioso. Li ritenevo tali con una gran bella dose di faccia tosta a volte, ma tant’è, la gioventù è misteriosamente splendida anche per questo forse.  

 

Continuo domani, vorrei provare a rispondere alla domanda del titolo del post facendovi giungere anche col mio punto di vista.

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Commenti

Condivido pienamente le tue parole. Il mio viaggio interiore, o spirituale, è stato altrettanto sofferto, tortuoso, colmo di dubbi, di certezze momentanee e poi di nuovo il dubbio atroce. Ho passato anche diverso tempo in un monastero, per comprendere qualcosa in più. Le mie risposte iniziano a tratteggiarsi solo ora, in modo sbiadito.
Ammiro profondamente la tua capacità di essere sincero con te stesso e agire di conseguenza.
Irina

Io trovo i valori alla base della religione cristiana bellissimi e rivoluzionari (soprattutto per tempi in cui vigeva la schiavitù: tutti uguali e tutti fratelli, pace e amore universali). Fascinosa anche la mitologia e le narrazioni evangeliche, compresa la vicenda del Golgota+Resurrezione e via discorrendo. Dopodiché prescindo anch'io da rituali, dogmi e storicizzazioni dell'idea originaria, ma mi piace alternare momenti di laicità assoluta (con la morte la poesia chimica si impadronirà delle nostre spoglie riciclandole nel gran tutto della natura:-) )ad altri di abbandono all'irrazionale (la speranza in una "patria più vasta e accogliente").

P.S. Ammetterai la potenza della metafora della Croce (dell'ingiustiza)... [anche nell'immagine da te riportata]

Intanto ho letto tutto con molta attenzione e molto rispetto per una persona che non prende una posizione tanto per farlo (come purtroppo fa la maggior parte delle persone credenti o non ).
La parola "solo" mi ha colpito perché spesso ci si trova soli in queste situazioni, secondo me non avresti dovuto lasciar perdere l'invito che ti fu fatto due volte da quella persona ma posso comprendere che forse preferivi non essere ulteriormente influenzato proprio da qualcuno che professava una fede dalla quale ti eri appena staccato con tanta "fatica".
spesso si va a cercare risposte molto lontano o leggendo libri e libri quando sarebbe più facile avvicinare qualcuno che forse con tanta semplicità potrebbe farti sentire meno solo, condividendo la tua stessa solitudine.
aspetto di leggere il resto per capire meglio.
unsaluto
falconier

Senti, una religione che crede nell'Uno e nel Trino non può certo amare la coerenza.
E in generale è vero che la coerenza e la chiarezza - in tutti i campi, non sono religioso - rendono nemici perfino gli amici più stretti e i familiari. Si muore soli, come soli si è vissuti.

E' "l'atra face del ver" come avrebbe detto Leopardi, cioe' l' oscura fiaccola del vero...quanto e' difficile abbandonare ogni consolazione in una vita migliore dopo la morte, e sentirsi completamente soli perche probabilmente in realtà non c'e nessuno che ci guarda e protegge...e' l' inquietudine del vero e del vedere la vita senza veli o abbellimenti esterni..

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