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Papa Francesco«La sopravvalutazione degli indizi nasce sovente da un eccesso di meraviglia» (U. Eco, I limiti dell’interpretazione)

 

 

Ho la vaga sensazione di non essere l’unico italiano all’estero che, nei primi mesi di vita nel nuovo Paese, si sia sentito come Totò in quella scena di Letto a tre piazze in cui, al ritorno dalla Siberia sovietica, non riesce a prender sonno se prima non appende il ritratto di Stalin sul letto. Confesso che ci ho messo un po’ a capire che anche a me mancava qualcuno: lo Stalin buono della televisione italiana, l’unica al mondo con almeno una notizia sul papa in ogni edizione dei suoi principali tiggì. Inutile dire che si tratta quasi sempre di servizi redatti devotamente in ginocchio, almeno dai tempi in cui il Tg2 mandò in pensione Ugo D’Ascia, vaticanista sardonico, oggi ingiustamente trascurato persino da Google.

 

Una volta ogni nascita di papa, però, tutto il mondo è Belpaese e si sintonizza sulle onde del Vaticano. Impossibile seguire tutto quanto si è scritto e detto su Francesco I in questi giorni, ma buona parte di quel che ho visto e letto mi pare appartenga a quel genere di esercizio critico a metà fra l’esegesi biblica e le Mythologies di Roland Barthes. Insomma il nuovo capo di quella Chiesa che rifiuta l’eutanasia è stato oggetto di un tale accanimento ermeneutico da far quasi pena. Intere truppe di pensatori in diretta e chili di editoriali scritti nottetempo hanno discettato sull’abito bianco, la stola (“el gh’ha compraa anca la stola”, il riflusso di coscienza mi dà rigurgiti di Jannacci e chiedo scusa), il “buonasera”, le abitudini modeste: beve il mate (come dire che Elisabetta II beve il tè), solo si fa il pranzo da se stesso (come la pucciniana Mimì, che però non andava sempre a messa) e viaggia in metrò, quindi a Roma, dopo l’ambasciatore USA, abbiamo un altro pericoloso fiancheggiatore illustre dei grillini. A completare il quadro dell’esegesi paranoide ci si metteva, a un certo punto, anche la nuvola a forma d’angelo, come in quel dialogo fra Amleto e Polonio che Umberto Eco cita a esempio di superamento di ogni limite dell’interpretazione (nel libro da cui ho rubato l’epigrafe).

 

E come in certe pratiche etnologiche, o in certa poesia amorosa (“Transforma-se o amador na cousa amada, por virtude de muito imaginar”, scriveva il poeta Luís de Camões) gli osservatori si sono trasformati nella cosa osservata. Più papisti del papa, insomma. Cosa persino sconvolgente quando l’italiano all’estero apre (sul pc) un giornale come Repubblica e legge titoloni tipo quello della mattina del 15 marzo: “Chiesa cammini nella luce”. Minaccia o promessa che sia, non è certo una notizia e, per ritrovare un po’ di sano laicismo, bisognava andarsi a scovare il solito Odifreddi rintanato nel suo blog dove, si sa, è autorizzato a scherzare coi santi, purché lasci stare i fanti (israeliani).

 

Ma questa società dell’informazione (e dei blog da stanare) non perdona. Circa un minuto dopo la comparsa del neoeletto in piazza san Pietro, già vedevo scorrere sul pc le prime notizie sul presunto coinvolgimento dell’allora quarantenne gesuita Bergoglio nei misfatti della dittatura argentina. Poi, pian piano, seguivano citazioni sulle sue idee (dichiarate e non presunte) a proposito di donne, aborto e omosessuali. Michela Murgia, intellettuale cristiana che sul ruolo della donna nella sua religione ha scritto un bel libro intitolato Ave Mary, citando un collega scrittore (Emanuele Tonon), ha invocato la grazia dei dieci minuti. Ossia, pur concludendo il suo pezzo con una punta di amarezza per quanto aveva appreso in un istante su quest’uomo venuto dalla fine del mondo, diceva che gli si sarebbero dovuti garantire almeno dieci minuti di gloria illibata. Una proposta più ragionevole, ma in fondo simile a quel che chiedono molti miei amici milanisti di sinistra dal lontano 1994: novanta minuti alla settimana di stand-by cerebrale.

 

È vero che sul web siamo tutti eroi (come dicevano a Milano nel 1848) della sesta giornata. Ma questa Chiesa, che già col Decameron non andava molto d’accordo, volente o nolente dovrà fare sempre più i conti con un sistema orizzontale dell’informazione in cui nessun ser Ciappelletto diventerà mai santo grazie a dieci minuti di stand-by informativo. Tonon e Murgia parlano di “macchina del fango”, ma è un esempio dell’incapacità dell’italiano, anche colto, di uscire dall’Italia. Stando a quanto emerge dagli archivi a portata di clic, il nome di Bergoglio compare in ricostruzioni giornalistiche che non sono firmate Vittorio Feltri, né paiono scritte in dieci minuti come il libro di Vittorio Messori in edicola già dal 19 marzo (la macchina dell’incenso).

 

Naturalmente queste accuse riguarderanno sfumature, atteggiamenti inopportuni, errati calcoli delle conseguenze di un gesto. Ogni conservatore, quando il gioco si fa improvvisamente duro, si riconosce in quella frase di Marlon Brando in Fronte del porto, con cui Elia Kazan giustificava le sue delazioni nella caccia alle streghe maccartista: “I figured the worst they’d do is work him over a little” (pensavo che tutt’al più se lo sarebbero lavorato un po’). Gli si potrà ricordare l’epigramma di Pasolini a Pio XII: “Non ti si chiedeva di perdonare Marx... Lo sapevi, peccare non significa fare il male: non fare il bene, questo significa peccare”. Poi ciascuno resterà libero di riporre le speranze che vuole su un papa che, per primo, dopo quasi 800 anni, ha scelto il nome di Francesco. C’è gente in Italia che ancora vota (o non vota) PD perché un tempo si chiamavano comunisti.

 

A questo proposito, mi accanirei un po’ anch’io: i preti incappati nelle maglie della repressione per colpa (secondo l’accusa) del comportamento di Bergoglio si chiamavano Orlando Yorio e Francisco Jalics. Il primo è morto e aveva un nome poco papabile; il secondo pare si sia riconciliato da tempo con il cardinale in un abbraccio solenne. Ecco un’altra lettura possibile della scelta di quel nome. Sarà un pontificato di espiazione.

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