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Sei pezzi facili sulla crisi dell’editoria (in Puglia)

Editoria, PugliaArticolo di Carlotta Susca pubblicato nella webzine Sul Romanzo n. 6/2013 Racconto della crisi.

Gli autori

Il punto iniziale della filiera editoriale, la figura investita del compito di comunicare delle verità raggiunte attraverso la riflessione, lo studio. Delle persone particolarmente sensibili, forse. Sicuramente in grado, più di altre, di cristallizzare sulla pagina il condensato di una scena di vita significativa, di riassumere il senso di una esistenza esemplare. Altruisti.

Non un insieme di piccoli coltivatori di orticelli sterili, dediti alla masturbazione intellettuale o all’osservazione ombelicale, non-lettori incapaci di comprendere cosa possa essere vagamente interessante per gli altri, vanitosi appagati del proprio nome stampato – non troppo piccolo, per carità – sulla copertina di un libro anche graficamente brutto, impaginato male, non corretto (non letto, perfino, neanche da chi lo pubblica).

 

Gli editori

Intermediari con un ruolo fondamentale, gli editori mettono in piedi un’impresa nota per la sua natura ambigua (culturale e commerciale). Lo fanno per passione, perché hanno un progetto, un’idea attorno cui aggregare dei contenuti. Amano cercare talenti, aiutarli socraticamente a estrapolare dal loro testo un libro: la pars destruens, in cui favoriscono l’eliminazione delle trovate facili e scontate, la richiesta al lettore di uno sforzo di volontà per andare oltre il primo capitolo; la pars construens, in cui si fanno – il loro staff per loro, la schiera di editor ben pagati e preparati di cui dispongono – ostetrici del libro che nasce, ed eliminano i personaggi superflui, inseriscono interlocutori dove il monologo di un personaggio sarebbe ingiustificato dal punto di vista diegetico, anticipano la scena clou per creare attesa, dispongono il testo in base a una sapiente alternanza di suspance e distensione, dosano le parti dense e quelle scorrevoli. Chiariscono allo scrittore quale sia il fulcro del testo.

Oppure commissionano un lavoro, contattano scrittori che invitano a riflettere su un’idea, su un taglio interpretativo sulla realtà.

Confezionano il libro con cura, riflettendo sulla migliore giustapposizione di titolo e sottotitolo, sul rapporto fra questi e l’immagine di copertina. Investono nella comunicazione che consenta al pubblico di venire a conoscenza dell’esistenza del testo. Non sono appagati della pubblicazione avvenuta, delle copie cedute interamente all’autore, di tre righi in più su un catalogo magari sciatto.

 

Le librerie

Imprese parimenti anfibie, devono contemperare la vastità e profondità del catalogo con una selezione di qualità. Con librai competenti e personale interessato ci riescono senza difficoltà: sanno consigliare il lettore, dialogare con lui, suggerirgli letture interessanti sulla base degli acquisti effettuati. Sanno anche sconsigliare un testo già pronto per essere pagato, perché se un ragazzino d’estate compra la Divina Commedia su suggerimento dell’insegnante di scuola media, forse è il caso di indicargli Il giovane Holden, o Harry Potter, o anche Il signore degli anelli, se la mole non è un deterrente. 

Le librerie organizzano eventi sforzandosi di non proporre la classica presentazione frontale con cinque relatori in un’ora, di cui metà di prolissi e pomposi ringraziamenti.

Impresa commerciale, quella libraria è anche culturale, e non è più vero che ci sia bisogno di ricordare al pubblico la natura economica di un’azienda che pur si occupi di libri. Ora l’ha capito bene, il pubblico. È tempo di recuperare l’altra informazione, e di ricordare che pur sempre si veicola cultura.

 

Gli “operatori culturali”

Una truppa. Gli operatori culturali sono i disinteressati fanti della cultura, gli instancabili strumenti di diffusione del libro. Organizzano fiere e festival, maratone, manifestazioni, match, book crossing. Sanno optare per la qualità, e chiamare il nome ‘grosso’ quando il suo libro è interessante, e solo in quel caso. Oppure sanno accostare al ‘grosso’ il ‘piccolo’ che merita attenzione, in modo da bilanciare qualità e necessaria apertura al pubblico. Sanno dare una tematica alle loro rassegne, e mantenerla con coerenza. Sanno rendere la forma della presentazione funzionale al suo contenuto. Sanno guadagnarsi la fiducia del pubblico, che può contare su un livello costante di qualità. Sanno costruire sul territorio, fra un festival e l’altro, le necessarie infrastrutture culturali per seminare in maniera duratura interesse e favorire la crescita. Sanno immaginare e attuare un percorso che sappia utilizzare i finanziamenti pubblici nel modo migliore, che non li sprechi per una tre-giorni semivuota autocelebrativa, che non li butti per dare notorietà a chi la ha già, che non ritenga risolto in un’estate il compito di Fare Cultura.

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Il pubblico

Un insieme di persone con sviluppato senso civico, gente aggiornata, informata, costantemente interessata ai dibattiti letterari. Individui che sanno discernere un libro da un insieme di fogli con dell’inchiostro sopra, che abbiano dei gusti e che coltivino un interesse per un settore: l’hard boiled, la saggistica storica, la poesia contemporanea. Gente che segue un percorso di crescita e sviluppo, che sappia collocare i vari tipi di libri in una immaginaria biblioteca delle preferenze, che intervenga alle manifestazioni per accrescere la propria visione del mondo, e che sappia criticare e sanzionare le iniziative inutili e male organizzate. Persone curiose, che siano disposte a farsi convincere all’acquisto di un libro perché l’autore ha detto cose interessanti.

Che non occupano la sedia di un evento perché non avevano nulla di meglio da fare, perché sono paghe dell’ascolto di altra gente che parla, e nel frattempo sperano che il dibattito si faccia acceso, e degeneri magari in rissa, perché così avviene nella televisione che guardano e che piace loro.

 

Quindi?

Mettiamo di trovarci in una regione italiana famosa per un particolare tipo di pasta fatta a mano (e abbinata a un particolare tipo di verdura, utilizzato perlopiù nella sua parte apicale), una regione la cui zona meridionale adesso goda anche di una certa fama per via di spiagge molto belle e di una certa danza che prende il nome da un certo insetto. Insomma, siamo in questa regione. Qui ci sono editori e librerie e autori e persone molto valide, persone che quotidianamente operano in campo culturale per scelta, con sacrificio e con grandissima professionalità e abnegazione. Ci sono persone che considerano la letteratura la propria ragione di vita, e altre per cui è comunque molto importante, persone che scrivono, pubblicano, leggono e organizzano eventi perché considerano imprescindibile l’impegno con i libri e con la cultura. Ma c’è anche tanto dilettantismo, e appartenenza al settore per casualità o per opportunismo. Operatori in tutti i campi della filiera privi di un’idea, che si occupano di libri per moda, che non sanno operare scelte, che non ne hanno gli strumenti. E le nuove generazioni che si affacciano al mondo dell’editoria e che sperano di lavorare in questo settore – di mettere al suo servizio studi, professionalità, attitudini, capacità – si ritrovano ad avere a che fare con un segmento saturo e in cui è difficile scindere ciò che merita di essere portato avanti da ciò che deve essere lasciato nell’oblio che merita. L’abitudine a considerare quello culturale un hobby è radicata in maniera profonda, e la convinzione che i libri non possano dare lavoro è difficile da estirpare: per questo, chi potrebbe investire in formazione, innovazione tecnologica, internazionalizzazione preferisce spesso portare avanti pratiche consolidate per tutto il tempo in cui sarà ancora consentito.

In Puglia si attende con grande trepidazione l’approvazione definitiva della Legge sul libro e sulla lettura, e la speranza degli operatori del settore è che questo possa portare a una gestione più mirata di fondi e di interventi pubblici. Le esperienze più che positive di Apulia Film Commission e di Puglia Sound (a cui le altre regioni guardano con grande interesse) non hanno ancora un degno corrispettivo in campo letterario, e solo pratiche lungimiranti potranno portare qualche risultato. La considerazione dell’editoria regionale dovrà contemperare la collocazione geografica degli operatori del settore con la necessaria apertura nazionale e internazionale, nella convinzione che l’editoria ‘pugliese’ non debba essere tale per tematiche e livellamento qualitativo, ma solo per la collocazione fisica e legale nel territorio regionale. Il prodotto librario non deve e non può essere DOP né DOC, non deve fare di ulivi e paesaggio il suo segno identitario né deve essere protetto in quanto pugliese, ma usufruire di buone pratiche politiche che consentano la valorizzazione delle tanto discusse eccellenze (ma che siano tali!).

Per leggere gli altri articoli pubblicati sulla nostra Webzine n. 6/2013, clicca qui.

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