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Seamus Heaney. Poesia come memoria viva

[Articolo pubblicato sulla Webzine Sul Romanzo n. 4/2013, La forza della memoria]

Seamus HeaneyL’importanza della memoria è ribadita in vario modo in tutta l’opera di Seamus Heaney: ora è una memoria personale o limitata alla storia familiare, ora abbraccia tutto il passato d’Irlanda o del Nord germanico; ora si estende all’antichità classica e, con lo studio di Dante, al Medioevo italiano.
Heaney guarda spesso alla letteratura irlandese ed europea del passato e se ne appropria in maniera attiva, per capire il presente, teso com’è a fare della sua arte «a model of active consciousness».
«La memoria è la facoltà che mi ha fornito il primo stimolo per scrivere poesia», dichiara nel saggio Feeling into Words, commentando il suo primo componimento, Digging, scritto nel 1964. Nei saggi raccolti in Preoccupations – volume di riflessioni in prosa sulla poesia propria e altrui – il poeta nordirlandese rincorre la memoria personale, tracciando innanzitutto il «retroterra intimo e magico» della propria scrittura: impressioni infantili, prime letture, l’opera di poeti passati e presenti, scelti come punti di riferimento. Incomincia raccontando di Mossbawn, la fattoria dei genitori nell’Ulster, il primo luogo dell’infanzia: una terra verde di campi di piselli, salici dal tronco cavo e accogliente in cui rifugiarsi, acquitrini pieni di giunchi. Per il poeta venticinquenne, a metà degli anni ‘60, Mossbawn è l’omphalos, a un tempo il centro dei ricordi e il fondamento della sua poesia. Poesia che, come la pompa d’acqua piantata nel cortile della sua casa di bambino, vuole scavare in profondità, portare la memoria in superficie, ricreandola e intessendola nei propri versi.
La terra da scavare è ricca, stratificata. Vi s’incrociano influenze inglesi e memorie gaeliche.
Mossbawn è situata tra una florida tenuta inglese – il Moyola Park – e le torbiere sulla sponda occidentale del fiume Bann, uno degli insediamenti più antichi d’Irlanda, in cui si conservano selci e fossili di pesci. Heaney – nordirlandese cattolico – cresce sospeso tra due mondi, due storie, immerso in una lingua che porta in sé questa cultura divisa. Pur se parola anglosassone, Mossbawn viene pronunciata e intesa come gaelica: significa allora non «casa dei coloni sulla  torbiera», ma «muschio bianco della torbiera». Una cultura feconda l’altra, l’inglese s’intreccia con il gaelico, le letture con le radici. È così che pian piano Heaney diventa poeta: poeta di una terra senza fondo, che lo invita a scavare, indagandola.

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In quest’indagine, il poeta si fa archeologo e oracolo. Heaney sostiene un’idea della poesia «come divinazione, […] rivelazione dell’io a se stesso, come restituzione della cultura a se stessa». Se il poeta trasforma in parole la vita sepolta dei sentimenti, le poesie sono «elementi di continuità, con l’aura e l’autenticità che hanno i reperti  archeologici».
Scriverle è «uno scavo alla ricerca di reperti che finiscono per essere piante»: vivi e fecondi, dunque.

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