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“Se son rose” di Massimo Vitali

“Se son rose” di Massimo Vitali“Mettiamo che io abbia un figlio che un bel giorno vuole sapere che lavoro fa il suo papà. Io gli direi: ma io non sono tuo papà. Mettiamo che lui dica non scherzare, lo devo scrivere in un tema per la maestra. Allora gli direi: e va bene, sono tuo papà. Però da oggi sono anche disoccupato.”

Roversi, il protagonista del romanzo, non ha un figlio. Il lavoro invece ce lo aveva fino a poco tempo prima, ma adesso è stato licenziato. Comincia così Se son rose (edito da Fernandel, 2012), secondo libro del bolognese Massimo Vitali, dopo il successo ottenuto con l'opera d'esordio L'amore non si dice (Fernandel, 2010). Con un incipit del genere, l'autore ci cattura subito attraverso il suo umorismo leggero e riflessivo. Di fatto, Roversi decide di prendersi una pausa di riflessione, perché sia il suo datore di lavoro sia sua moglie gliel'hanno chiesta. Le circostanze vogliono che si fermi a pensare nel bagno delle donne di un cinema, chiudendosi là dentro per un periodo indefinito. Eppure Roversi, nonostante sia la tranquillità quello che cerchi, non troverà pace nel bagno del cinema Corallo. Alla sua porta busseranno i personaggi più variegati, ma anche i più strampalati che si possano incontrare. Lui però non aprirà a nessuno.

Storia originale e grottesca, dai capitoli brevi, caratterizzati da uno stile di scrittura più dedito ai fatti che alle descrizioni; ogni capitolo ha un titolo diverso, e ognuno è quasi un racconto a sé stante. Del protagonista si conosce solo il cognome: tutti lo chiamano Roversi, a partire dalla moglie per arrivare fino alla madre (anche se il suo nome di battesimo si scoprirà durante la lettura). Centodieci chili, un (ex) lavoro nel settore delle patate e un amico (Pancaldi, anche lui chiamato per cognome) più strano di lui. E poi Emilia: i due si conoscono fin da quando erano bambini e adesso il loro matrimonio si trascina stanco verso l'abitudine, o almeno così pare. Ma tanti altri personaggi fanno da contorno, personaggi che perlopiù si chiamano Giuseppe; con questo nome compariranno un fabbro, un travestito, un prete, un analista e persino un cane (Vitali cita poi Achille Campanile in apertura, e da Tragedie in due battute viene ripreso un dialogo in cui si fa riferimento proprio a un signor Giuseppe).

Un piccolo ritaglio di mondo come rifugio sicuro, per un uomo che non ha nessuna intenzione di affrontare i problemi della vita. Come lui stesso dice: “Per indole e per struttura sono da sempre materiale inadatto al combattimento. Non so combattere e nemmeno voglio imparare”. L'indole è quella di una persona buona, forse fin troppo, anzi passiva e rinunciataria. La struttura è quella che prende forma attraverso la sua stazza imponente ma innocua, quei centodieci chili di un omone la cui paura più grande è quella di rimanere senza cibo. Ma non solo: Roversi odia lo sport e mangerebbe qualsiasi cosa (infatti finisce per divorare pure le scatolette del cane e, per sua stessa ammissione, parafrasando una frase del libro verso il finale, “sarebbe pronto a mangiarsi un maiale di sei quintali. Anche vivo.”). Tra i capitoli più divertenti, Trasformazioni (attenzione al racconto su Heidi), Trame (si distingue fra testardi malleabili e testardi inflessibili) eTeorie (in quest'ultimo strappa più di una risata la storia dei “superpoteri” dell'amico Pancaldi). Cartelli offre invece una lista esilarante dei divieti imposti dalla moglie, e conseguenti cartelli disseminati per l'appartamento a ricordare due dozzine di regole domestiche. Bellissima la definizione dell'amore che lega Roversi a Emilia in Tremarella (“Mi scaldava di un amore condominiale, quel tipo di amore che ti fa venire i brividi quando lei è nei paraggi. E dato che lei abitava di fianco a me, io avevo i brividi tutti i giorni”), mentre Se son rose... dà il titolo al romanzo e con Il cielo dietro l'angolo l'autore riesce a essere addirittura poetico.

Se son rose è comunque un'opera che non si fonda soltanto sull'umorismo. Una volta letto, vi ritroverete prede della nostalgia a pensare la cosa più elementare del mondo e che però allo stesso tempo vi era sfuggita: quando qualcosa non si ha più, poi, inevitabilmente, manca.

 

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