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Se l’antiabortismo uccide, che si fa?

Se l’antiabortismo uccide, che si fa?Come avviene negli Usa, anche in Italia l’antiabortismo uccide. La morte di una donna per aborto non praticato ha suscitato, in Italia, una piccola ondata di commozione ma non ha aperto a un dibattito politico sulla 194 e sugli eccessi della cosiddetta obiezione di coscienza.

Ci sono regioni italiane, da Nord a Sud, nelle quali il numero dei medici non disposti a praticare gli aborti è superiore al novanta per cento. Un dato per niente rassicurante perché rivela l’eccesso di libertà concesso alla classe medica, in generale, in Italia. È proprio così. In virtù di una considerazione miracolistica della medicina, i medici italiani sono considerati dei taumaturghi intoccabili, caste superiori al cui cospetto gli altri, gli umani, devono obbedire. L’obbedienza della legge, che deve garantire a tutte le donne il diritto all’aborto, viene così negata e i medici giustificati: perché la loro coscienza è più importante della coscienza della paziente e della coscienza storica di un Paese.

 

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Il medico che si rifiuta di intervenire, che sceglie di stare dalla parte della vita, non può però cagionare la morte della paziente: perché smentisce sé stesso. Eppure, questo è accaduto, nel silenzio quasi assoluto della ministra Lorenzin. La sanità italiana ha fatto fuori una vita in più, uccidendo una donna adulta che aveva diritto alla pratica dell’aborto. Si apre così una strada alla divisione tra donne e donne: le utili alla rinascita demografica italiana, le destinate a perire di aborto mancato. Questa divisione tanto assomiglia alle divisioni sociali di un tempo, che ora si ripropongono in un’Italia talmente depressa e sempre meno acculturata da assomigliare sempre di più al suo passato peggiore. Tanto è vero che il flebile dibattito sull’aborto non ha avuto al centro il tema del diritto, ma della giustizia, della sanzione contro il medico in questione.

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Il punto, in una società laica fondata sul diritto, non è la pena, ma la prevenzione del reato, il rispetto della norma, la condivisione sociale della regola che garantisce la libertà di abortire. In Italia, purtroppo, la conoscenza del diritto va facendosi debole. La conoscenza della legge va annullandosi. La storia stessa evapora nel bollitore della contemporaneità. Quando la risposta al declino socio-demografico è il pride della fertilità (il fertility day), non ci si deve stupire più di niente.

 

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Tutto corre nella direzione della divisione sociale in due gruppi di italiani: i sani e i non sani, i ricchi di salute e gli ammalati, gli utili e gli inutili.

 

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Questa tendenza, tutta italiana si badi bene, è uno dei fattori di espulsione delle forze più giovani, una delle molle che spingono gli italiani a cercare all’estero l’affermazione democratica delle loro (nostre) legittime ambizioni. Tra queste, per le donne, quella di non morire di antiabortismo.

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