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«Scrivo per sapere perché scrivo». Ricordo di Alberto Moravia a 25 anni dalla scomparsa

«Scrivo per sapere perché scrivo». Ricordo di Alberto Moravia a 25 anni dalla scomparsaAlberto Moravia, a 25 anni dalla scomparsa lo ricordiamo così: «Scrivo per sapere perché scrivo». Si tratta di una sorta di “autoritratto”, raccolto da Renzo Paris, dove si legge, tra l’altro: «[…] segno distintivo: claudicante (ora con bastone). Non ha titoli di studio. […] Il suo hobby: viaggiare. I suoi motti preferiti sono: scrivo per sapere perché scrivo. Una vita ne vale un’altra. Non mi piacciono i miei libri, mi piacciono i libri degli altri». Per il critico di turno potrebbe rivelarsi agevole tracciare un profilo dello scrittore Moravia; il nostro si è molto raccontato, attraverso gli innumerevoli reperti: le interviste filmate e trascritte, i dialoghi con i maggiori intellettuali della sua epoca, con i tanti amici scrittori e critici. C’era in lui una grande consapevolezza della propria opera ma anche un’interpretazione personale – alquanto lucida –, in chiave “letteraria”, della sua vicenda autobiografica; eppure nel raccogliere e assemblare la cronologia e gli eventi di una figura di riferimento del Novecento italiano qualcosa si sottrae deliberatamente all’analisi, per celarsi nell’ombra o in una luce crepuscolare, dai contorni poco definiti. Forse è questo che ci rende affascinante e attuale Moravia, che ce ne fa parlare ancor oggi. O forse è altro che dobbiamo sviscerare dai suoi libri, che ce lo fa sentire un “classico” ineludibile, un autore da rileggere nel corso del tempo.

Quella “luce crepuscolare” di cui ho parlato non tragga in inganno: è una figura retorica, ma la qualità volatile, l’illusoria possibilità di raccontare Moravia nella sua integrità è rimarcata anche da Raffaele Manica, in Moravia (Einaudi, 2004), che lo definisce «uno scrittore completamente diurno (non si direbbe mai, però, solare), poco amante perfino del chiaroscuro, e dai suoni che riducono gli armonici grazie a una secchezza che si deve pur chiamare progettuale». Persino la sua routine aveva qualcosa di progettuale: si alzava presto il mattino, si sedeva alla macchina da scrivere e lavorava fino a dopo mezzogiorno. Il pomeriggio usciva, era facile incontrarlo per le vie di Roma. Spesso andava al cinema, vedeva il primo spettacolo, quando la sala era quasi vuota. Si concentrava meglio così, per i suoi articoli di critica cinematografica. La sera era dedicata a qualche amico. Così per anni, anche in vacanza. Questo approccio molto “professionale” al suo lavoro è ben lontano dal mischiare la vita con l’arte, proprio di tanti suoi colleghi. Nella scrittura Alberto Moravia ha sempre convogliato la sua inesausta curiosità, la sua sete di conoscenza, i suoi grandi interrogativi sull’esistenza.

«Scrivo per sapere perché scrivo». Ricordo di Alberto Moravia a 25 anni dalla scomparsa

Nel 1929 esce per le edizioni milanesi Alpes Gli indifferenti. Si tratta del primo romanzo di un giovane ventiduenne romano, figlio di un impresario edile. Si firma Moravia ma all’anagrafe è Alberto Pincherle; Moravia è il secondo cognome della famiglia paterna, e viene adottato in questo caso pure per distinguersi da un noto omonimo, storico delle religioni. Alberto è reduce da un sanatorio; dall’età di nove anni è afflitto da una forma di tubercolosi ossea che lo costringe alla quasi immobilità per ben cinque anni, impedendogli di compiere studi regolari. Consegue «a mala pena», come ebbe a dire, la licenza ginnasiale. Non potendo vivere come gli altri ragazzi della sua età, si dedica con grande impegno e passione alla lettura. È un Moravia molto intenso che parla, durante le interviste, delle letture fatte: l’amato Rimbaud, Mallarmé, Leopardi e Manzoni ma anche le più importanti tendenze della cultura europea: Dostoevskij, Shakespeare, Goldoni, Racine, Molière e Joyce.

«Scrivo per sapere perché scrivo». Ricordo di Alberto Moravia a 25 anni dalla scomparsa

Gli indifferenti arriva in poco meno di un anno alle ventimila copie, poi passa a un altro editore, Corbaccio. E dire che, per pubblicare il libro, il suo autore aveva contribuito con il denaro del padre, per cinquemila lire. Il titolo diviene l’icona di un’epoca e di una condizione esistenziale, considerato uno degli esperimenti più intriganti della nuova narrativa italiana. Sono passati solo sei anni dall’uscita di un altro “classico”: La coscienza di Zeno, opera di un triestino appartato e avanti con gli anni, Italo Svevo. I due romanzi si accostano bene al “male di vivere” contenuto in una silloge poetica del 1925, Ossi di seppia di Eugenio Montale, a incorniciare una vera e propria temperie culturale. Il romanzo moraviano presenta un solido impianto, con una struttura teatrale “in blocchi”, tipica del gusto letterario francese in voga in quel periodo. Moravia stesso afferma che si era riproposto di scrivere una tragedia in forma di romanzo, ma poi si accorse che per ambiente e personaggi gli sfuggivano i motivi propri di questo genere. Cambiare sarebbe stato, allora, un voltare le spalle alla realtà. «Mi si chiariva, insomma, l’impossibilità della tragedia in un mondo nel quale i valori non materiali parevano non aver diritto di esistenza e la coscienza morale si era incallita fino al punto in cui gli uomini, muovendosi per solo appetito, tendono sempre più a rassomigliare ad automi […]» (in Alberto Moravia di Fulvio Longobardi, La Nuova Italia, 1975).

A quanti gli chiesero, in seguito, di parlare degli intenti sociali e di critica antiborghese che molti attribuiscono al suo romanzo più celebre, Moravia oppose l’obiezione che se per critica antiborghese si intende un chiaro concetto classista, niente era così lontano dal suo animo quando lo scrisse. Almeno nello stile di vita Alberto Moravia era un borghese; scrisse perché stava dentro la borghesia e non fuori. Gli indifferenti furono un mezzo per rendersi consapevole della condizione della borghesia; se ne risultò un’opera antiborghese, secondo Moravia, il merito (o il demerito) era da attribuire alla borghesia italiana, ben poco suscettibile di ispirare ammirazione o la più lontana simpatia. Non è un caso che il primo romanzo si svolga “al chiuso”, tra le quattro mura della famiglia Ardengo, tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso e Moravia infonde nello sguardo lucido e disilluso del personaggio di Michele la sua particolare vicenda e vitalità sentimentale: Michele è la proiezione di tutte le esperienze che Moravia non aveva fatto e non riusciva a fare. In quella casa isolata dalla storia e dalla cultura, Moravia restringe la focalizzazione e (re)inventa il romanzo, servendosi della gente che conosceva, seguendo un novello Adamo nel sogno ancor vago di un paradiso perduto. Sono detriti di letteratura, brani di vecchi romanzi la materia di cui dispone, e tanto gli basta per sentirsi a vent’anni come se fosse il primo a scrivere, a prendere visione, con nitore e altrettanta crudeltà, della crisi della borghesia, della sua cultura decadente e irrazionalistica, della prigione in cui si dibatteva e si sarebbe dibattuta la letteratura fino all’ultimo dopoguerra, delle muraglie erette – anche sull’exemplum del romanzo moraviano, che influenzò in maniera concreta il Sartre de La nausea – dagli esistenzialisti francesi degli anni Quaranta.

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Dopo i riconoscimenti tributati al romanzo d’esordio, Moravia viaggia tra Francia e Svizzera, inseguendo una donna che vorrebbe prendere in moglie, ma il matrimonio sarà rifiutato. In una località sul Lago di Ginevra scrive Inverno di malato dove trasfigura, con pochi ritocchi, la sua esperienza in sanatorio. Il racconto è uno dei suoi migliori; uscirà sulla rivista «Pegaso», diretta da Ugo Ojetti, e confluirà nel 1935 in una raccolta di undici racconti, già noti ai lettori e ospitati in riviste, La bella vita. Nella raccolta sono presenti altri gioielli dell’arte di Moravia, come Delitto al circolo del tennis e Morte improvvisa. Nel frattempo conosce a Firenze Montale, riallaccia i rapporti con Mario Soldati, frequenta Emilio Cecchi e inizia a collaborare con «La Stampa», diretta da Curzio Malaparte. Seguiranno viaggi in Austria, Germania, Cecoslovacchia e Inghilterra. Il 1935 è anche l’anno di pubblicazione di Le ambizioni sbagliate, al quale si dedica per quasi sei anni, con sette stesure diverse. «Il mio solo romanzo che non avrei dovuto scrivere». Tutto il lavoro dedicato a questo libro appare alla critica, poco benevola, come una sorta di apprendistato tardivo. Le ambizioni sbagliate è un imponente romanzo d’atmosfera, dove la scrittura procede per grandi campate, con un occhio alla lezione di Manzoni e Dostoevskij. Inizieranno in questi anni i primi problemi con la censura fascista: il nuovo romanzo viene recensito da un mensile comunista clandestino. Nel 1941 verrà sequestrato alla seconda edizione il romanzo allegorico La mascherata, una satira corrosiva contro il regime fascista, rappresentato in una dittatura sudamericana di pura invenzione.

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Nello stesso anno si sposa con Elsa Morante, che aveva conosciuto nel 1936. Con la moglie trascorre un lungo periodo a Capri, dove scrive Agostino. Il romanzo breve vede la luce in un solo mese, nell’agosto del 1942 (e così titolato), in un momento di grande felicità espressiva. L’apertura solatia del romanzo, in quella cittadina balneare – che è Viareggio – è di una bellezza abbacinante quanto fragile, incrinata da qualcosa che si svelerà nella lettura, l’esplorazione dell’adolescenza e del passaggio all’età adulta, indagate attraverso il rapporto tra un figlio e sua madre. Anche qui gli echi e i rimandi all’autobiografia sono rilevanti, ma questo è meno importante. Agostino scopre il sesso, e questa nuova consapevolezza cambia in modo radicale il suo rapporto con la madre. Da genitrice sacra e custode della purezza, la madre diviene una donna simile alle altre, anche alle donne proletarie, così come sono dei proletari i compagni di gioco del ragazzo. Agostino è una favola portata alle sue estreme conseguenze; lo stesso Moravia suggerisce che la storia è anche l’incontro con la cultura moderna, che presuppone l’opera di due grandi detective del pensiero, Freud e Marx, ovvero la scoperta dei due elementi che sembrano schiudere all’autore i significati dell’esistenza: il sesso e la differenza di classe.

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Nei cinque anni che vanno dalla scrittura di Agostino alla pubblicazione di La romana (1947) l’Italia sembra andare in pezzi. Dopo la caduta di Mussolini, nel luglio 1943, Moravia vive ancora a Roma con la Morante, tra molte difficoltà. Nel tentativo di allontanarsi dalla città, in quanto nella lista delle persone “da arrestare”, la coppia rimane bloccata per molti mesi sulle montagne intorno a Fondi, quegli stessi luoghi che rivivranno ne La ciociara (pubblicato nel 1957). Ci sono dieci anni tra questi due libri, anni operosi, di intensa attività editoriale, dove rimette mano ai racconti e li organizza in nuove sillogi. La novità (se di novità si può parlare) è che ora lo sguardo dello scrittore è rivolto al popolo. Attraverso la graduale maturazione della popolana Cesira, in La ciociara, Moravia racconta il disorientamento e la disperazione della realtà italiana del dopoguerra. Ne La vita interiore (Bompiani, 1978) annota: «La leggenda che circola in Italia è che io sono sempre stato agiato. Non è vero, fino alla pubblicazione della Romana sono stato privo di beni, assolutamente, e nel dopoguerra ho conosciuto la povertà nel vero senso della parola. Questa era la situazione, sennò non si capiscono i Racconti romani e La ciociara, che sono descrizioni di gente povera, di poveri».

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Con l’annuncio della Liberazione lo scrittore ritorna a Roma e riprende la sua attività letteraria e giornalistica, specie con «Il Corriere della Sera». Si può dire che Moravia inizi solo ora a esplorare Roma, a spingersi in zone della città in cui non era mai stato. La mole imponente dei Racconti romani, che a più riprese e sistemazioni editoriali divengono centotrenta, costituisce un repertorio del neorealismo moraviano. Si tratta di narrazioni basate sull’azione e sull’osservazione: piccole truffe, amori difficili, scioglimenti nel paradosso. Anche la lingua si modifica un poco per convergere sull’obiettivo e rendere la “psicologia della città”; la narrativa si ammanta di una patina dialettale, senza ricorrere mai apertamente al dialetto, per rendere un ambiente, una società e un modo di pensare. La città è pure molto presente in La noia (1960), dove si sente la ripresa della voce peculiare di Moravia, declinata su un tema ottocentesco, da Baudelaire a Schopenhauer.

Dagli anni Sessanta in poi la biografia di Alberto Moravia sembra coincidere con i viaggi e la pubblicazione di libri di viaggio. Moravia si separò dalla Morante nel 1962, quando si scoprì innamorato di Dacia Maraini. Con la Morante aveva fatto diversi viaggi: Egitto, Medio Oriente, Iran e India. Ma Elsa dava il meglio di sé nell’emergenza, com’era stato nelle difficoltà del periodo bellico. Lì aveva raggiunto il massimo della sua espressione, a detta del marito. Potevano andare in capo al mondo, ma la condizione psicologica era ovunque simile al quotidiano tran tran di via dell’Oca. Dacia è invece l’ideale compagna di viaggio, con lei Moravia sente di viaggiare davvero, in un modo avventuroso, nella dimenticanza della vita di ogni giorno, come in un sogno. La scrittura di viaggio di Moravia si relaziona materialmente con la scrittura di viaggio di Comisso, o di Parise, autori di reportage memorabili. Scrivere di viaggio diviene un confronto stretto e costante con l’autobiografia, un percorso verso la saggezza, un dare forma alla vita, ma non procede per accumulo, anzi scarnifica il già conosciuto per dare spazio alla scoperta, all’intelletto curioso e meravigliato che formula nuovi quesiti. Moravia non rinuncia al giudizio su quel che vede, ma il suo giudizio è sempre dubbioso, capace di rimettersi in discussione in ogni momento, per prolungare la scoperta e non smettere di viaggiare.

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Escono altri libri, buoni e meno buoni: L’attenzione (1965), Io e lui (1971), la storia dal registro grottesco di un uomo e del suo sesso. Il sesso come “principio d’identità” è stato una costante nell’opera di Moravia. E ancora L’uomo che guarda (1985), Il viaggio a Roma (1988) La villa del venerdì e altri racconti (1990) e scritture per il teatro. Era stato messo all’indice dalla Chiesa per questi temi, ma pure i benpensanti, di ogni appartenenza politica, andavano in crisi per tutti quei personaggi femminili che nelle sue pagine parlavano in prima persona. Moravia demoliva col suo lavoro l’ipocrisia e minava i fondamenti più vacillanti del buon senso e della morale comune. E si continua a viaggiare: ne La donna leopardo (Bompiani, 1991) i personaggi agiscono in Gabon, in Africa, nel continente tanto amato nei suoi ultimi anni dallo scrittore. L’Africa offre una ritrovata energia creativa, semplice e primigenia, lontano dalle secche della forma romanzo e dalla cultura estenuata dell’Occidente.

Trascorre il Capodanno del 1990 nello Yemen, ma muore a Roma, una mattina di settembre, colpito da un ictus mentre si sta radendo, guardandosi per l’ultima volta allo specchio, come racconta Renzo Paris. Nel 1986 aveva sposato in Campidoglio la sua nuova compagna, Carmen Llera, suscitando il clamore dell’opinione pubblica per la differenza d’età tra i due, ben 45 anni. Qualcuno degli amici ha riferito che c’era un moto di stizza nella sua espressione congelata dall’ictus.

«Scrivo per sapere perché scrivo». Ricordo di Alberto Moravia a 25 anni dalla scomparsa

Lo script de La donna leopardo, trovato sulla scrivania in una cartellina, avrebbe avuto sicuramente altri ritocchi, ma l’importanza, sottolineata dalla curatela di Enzo Siciliano, è qui dovuta al fatto che Moravia non è riuscito a distruggere le stesure precedenti. La punteggiatura è esiziale, e in questo Moravia sembra ricongiungersi alle sue origini, a quel primo romanzo che scrisse a letto, con le frasi staccate da spazi bianchi, quasi fossero dei versi, intervenendo in seguito per strutturarlo sintatticamente. Sappiamo perciò come lavorasse Moravia, di quel suo procedere per stesure successive. Finita una stesura ricominciava, dimenticando volutamente quanto aveva scritto fino a quel punto. Quella che dai suoi detrattori era stata considerata come una scrittura sciatta, poco attenta allo stile, era il punto di arrivo di un equilibrio. Le sue non erano versioni alternative, quel che voleva Moravia era «un accurato progresso di spoliazione tematica, di resa all’essenziale del groviglio romanzesco». La sua era la ricerca di una pulizia, di una chiarezza e di una delicatezza dell’ingranaggio, elementi in grado di garantire la tensione drammatica, di fornirgli delle risposte – e forse la sua espressione di stizza di fronte alla morte è stata un ulteriore interrogativo – in sintonia col suo motto prediletto: «Scrivo per sapere perché scrivo».

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Commenti

Grazie, Alberto, hai scritto un'indagine molto interessante su questo autore, di cui, ahimè, ho letto solo due romanzi: il primo, Gli Indifferenti e uno degli ultimi,1934, e che tu mi stimoli ad approfondire.

Molti anni fa ho avuto modo di leggere una sua riflessione sul mestiere di scrivere che mi colpì molto e che trovo illuminante. L'ho ripescata dal web (non possiedo più il testo). Così si esprimeva Moravia:
Con ‘Gli Indifferenti’, per la prima volta in vita mia, mi parve di mettere i piedi sopra un terreno solido. Dalla buona volontà sentii ad un tratto che passavo alla spontaneità. Auguro a tutti coloro che hanno l’ambizione di scrivere di avvertire una volta nella loro vita questo passaggio così importante. È il passaggio dalla letteratura, disperante mestiere, all'espressione letteraria come mezzo di conoscenza.
(da A. Moravia. Ricordo de Gli Indifferenti, in L’uomo come fine, Milano, Bompiani, 1963)

Grazie a te Giovanni. "Gli indifferenti" rimane forse il romanzo fondamentale di Moravia, per lo stile, lo sguardo e il particolare contesto storico in cui origina. "La spontaneità" di cui parla Moravia è uno di quei traguardi cui molti autori ambiscono: il sentire la naturalezza del mezzo espressivo, avvertire che la scrittura è una compagna quotidiana, che ti aiuta a comprenderti e comprendere il mondo che ti circonda, e che la tecnica è al servizio del pensiero e dell'immaginazione e li traduce (con spontaneità e immediatezza) sulla carta. Ti consiglio di leggere anche "Agostino" e le raccolte dei suoi racconti, specie i racconti romani e quel piccolo capolavoro che è "Inverno di malato".

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