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Scrivere vuol dire smettere di scrivere. “Un problema per Mac” di Enrique Vila-Matas

Scrivere vuol dire smettere di scrivere. “Un problema per Mac” di Enrique Vila-MatasStrana, interessante, bizzarra, imperfetta opera: Enrique Vila-Matas, Un problema per Mac, (traduzione di Elena Liverani), Feltrinelli.

Perché imperfetta? Romanzo tutto di “testa” paga il prezzo di eccessive elucubrazioni. Non può essere che così, il tema del romanzo è quanto di più cerebrale ed ellittico uno scrittore possa concepire: l'essere e ilnon essere della letteratura. In Vila-Matas valgono i paradossi e gli ossimori, al punto che in più di una pagina troviamo scritto «Scrivere vuol dire smettere di scrivere». Affermazione che trova riparo in altre affermazioni del tipo «Scrivere è tentare di sapere cosa scriveremmo se scrivessimo». A firma di Nathalie Serraute. Ricorrere ad altri scrittori, del presente e del passato, serve a Vila-Matas come impulso alla vertigine che si frappone tra vita e letteratura. Frasi come «Un soggetto che c'è per non esserci», travalicano il confine della letteratura e si impongono come ginepraio dell'essere e del divenire.

Il protagonista del romanzo di Vila-Matas, sulla sessantina, dopo un dichiarato e sofferto fallimento commerciale, decide di mettersi a scrivere senza cedere alla letteratura. Scriverà un diario.

 

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Scrivere tenendosi lontano dalla scrittura. Niente di meglio che redigere un diario, forma di scrittura che allontana la letteratura a favore della vita circostanziata (vissuta) giorno per giorno, ora per ora.

Vila-Matas è prodigo di disquisizioni, citazioni, nomi di scrittori e titoli di libri prestigiosi. Una prima considerazione salta all'occhio: l'avversione per la forma romanzo dello scrittore spagnolo, o di chi ne fa le veci come protagonista del libro. Negazione che in Borges ha un illustre sostenitore, a quanto scrive Vila-Matas: «Considerò sempre i romanzi non narrativi. Diceva che erano troppo lontani dalle forme orali». La vita di per sé è racconto, mentre il romanzo è ripetizione (i surrealisti negavano al romanzo valore letterario). Ma la ripetizione è il capestro cui pure il racconto soccombe, solo il diario nella sua forma oggettiva che segue il susseguirsi dei giorni può schivare questo rischio.

Dice il protagonista: «Questo è un diario, un diario, un diario. Ed è anche una rivendicazione segreta della “scrittura di letteratura”». E parla di «fastidiosa tensione tra romanzo e diario, tensione che dovrebbe cessare immediatamente». Il lamento prosegue. «Se un giorno dovessi scrivere un romanzo, mi piacerebbe perderlo, come si perde una mela tra le tante comprate nel negozio di alimentari pakistano». Lo scrittore Vila-Matas fa dire allo scrittore Sanchez, coprotagonista del romanzo: «Non avevo ancora iniziato a scrivere e già mi volevo ritirare».

Scrivere vuol dire smettere di scrivere. “Un problema per Mac” di Enrique Vila-Matas

È così pericolosa la letteratura? Vila-Matas fa di tutto per combatterla senza mai abbandonarla. Straordinario ossimoro!Il tema della “fuga” dalla letteratura permea il romanzo. Ma se si fugge dalla letteratura si fugge pure dalla vita?

Sono molte le fughe tentate seminate nel romanzo: comparazioni, incursioni nel terreno del cinema, della musica, della pittura, quando paragona il “grande” Macedonio Fernandez, mito della letteratura argentina, a Duchamp «che gioca a scacchi in un bar di Cadaques». Fernandez è lo scrittore che «dedicò anni della sua vita al Museo del romanzo della Eterna (Primo romanzo bello), il libro che è sempre rimasto solo un progetto, perché non iniziò mai a scriverne la storia e il prologo costruito sulla base di ricerche, riflesse in molteplici prologhi».

Siamo nel campo del fantasma della letteratura. Dello scrivere per “smettere di scrivere”. Vila-Matas è abilitato a trattare il tema. È lui che in altre occasioni ha parlato di Michi Panero, suo compatriota, come del più grande scrittore che non ha mai scritto niente. Di lui dice: «Michi aveva iniziato già da giovane il suo allontanamento dalla scrittura e aveva fuggito la poesia come la peste». A sua volta Vila-Matas è indicato dalla stampa spagnola come uno dei probabili scrittorinascosti dietro il nome di Antoni Casas Ros, definito lo “scrittore invisibile” (la nostra Elena Ferrante). I conti tornano e non tornano: ossimoro che riguarda certa letteratura, specie di aerea spagnola e latino-americana. Un'aerea in cui si gioca col gatto e col topo.

Ma la letteratura, quella compiuta, soffia sul fuoco.

Resisterà Mac a non misurarsi in un romanzo? Lo scrittore neofita debutta dichiarando di amare i libri postumi e di volerne scriverne un «falso che possa sembrare postumo e incompiuto mentre in realtà sarebbe del tutto concluso». Si delinea fin dalla prima pagina l'area in cui si muoverà Vila-Matas:la letteratura inesistente che nel Novecento ha in Borges il maggiore esponente, e che risale, per fare il nome più illustre, aRabeleais e alla sua inventata Biblioteca di San Vittore in Gargantua e Pantagruel, esempio di ciò che verrà chiamata pseudobiblia e che troverà un recente epigono in Roberto Bolano, autore di un falso manuale di letteratura inLa letteratura nazista in America (1996).

Vila-Matas inventa lo scrittore Ander Sanchez (a meno che tra le antologie consultate ne sia sfuggita una che confermi l'esistenza di un simile nome di scrittore) e lo offre in pasto al suo protagonista di nome Mac perché crei un antagonista letterato cui muovere guerra. E la guerra sarà quella di riscrivere e modificare i racconti di cui è composto il libro di Sanchez dal titolo Un problema per Walter (il titolo del vero libro di Vila Matas identificato con il titolo del falso libro di Ander Sanchez).

Che Vila-Matas voglia pure in un certo senso scherzare sembrerebbe provato dal titolo dato ai paragrafi che scandiscono i capitoli: [Puttanoroscopo]. Titolo copiato da una poesia di Samuel Beckett, di cui Mac afferma di aver capito poco, specie il discorso «sull'uovo e sulla gallina». In effetti la poesia di Beckett è alquanto ermetica (la presenza delle parentesi quadre introdotte da Vila- Matas forse vuole ispirare nel lettore evocazioni algebriche?). La cosa induce a delle disquisizioni sull'oroscopo redatto da una specialista su cui l'aspirante scrittore sembra voler fondare il proprio ego: non valgono i milioni di persone accomunate dallo stesso segno zodiacale, no, l'oroscopo che Mac legge sul giornale è scritto appositamente ed esclusivamente per lui soltanto! Qui sembra poter individuare nelle parole scritte nell'oroscopo quel grado di ritorno negato a un tipo di scrittura che «non conosce un punto d'arrivo». Questo sembra poter capire, sebbene il dubbio di capire male faccia capolino tra le trame oscure del [puttaoroscopo], titolo che non sembra inerire al contenuto dei singoli paragrafi e capitoli (grava sul tema dell'oroscopo il sospetto di gratuità). Si può capire male nel leggere un testo di letteratura e capire egualmente? Punto d'arrivo a cui sembra indirizzarsi la prosa enigmatica di scrittori del tipo William Gaddis e altri. Vien da sé il riferimento allo sperimentalismo letterario. Ma Vila-Matas sembra procedere pure per altre strade: la morte personale di cui parla Rilke. Mac, l'uomo che vuole “scrivere per smettere di scrivere” parla di un morto che in taluni momenti gli presta una seconda voce. Non è un caso allora che il personaggio inventato di Walter sotto falsa potestà dello scrittore Sanchez sia un ventriloquo (Thomas Bernhard a chi gli chiedeva “cos'è la letteratura?”, rispondeva battendo ripetutamente il piede a terra; Vila-Matas sembrerebbe propendere per la corporalità ambigua di chi parla senza aprire la bocca). Singolare è l'episodio riportato da Vila-Matas riguardante la sfida tra due «geni della letteratura polacca» a colpi di smorfie «estreme che non si fermavano fino alla distruzione del nemico». Smorfie al posto di parole. Sembra di capire si tratti di scrittura mimica, da opporre alla letteratura scritta.

Scrivere vuol dire smettere di scrivere. “Un problema per Mac” di Enrique Vila-Matas

Vila-Matas evita le rigidezze della metaletteratura, preferisce aggirarsi in una quotidianità di luoghi e situazioni corrosi o corrisposti dal riporto (ricordo o pensiero) letterario. Sospetta l'adulterio della moglie Carmen, consumato proprio con lo scrittore di cui critica i racconti proponendosi di riscriverli, solo perché glielo suggerisce la lettura di un racconto dello stesso scrittore-rivale dal titolo Carmen. Non si può evitare la letteratura, vera o falsa che sia. Benedizione e maledizione. Onnipresenza e ubiquità che fa rima con promiscuità, quando lo scrittore non è capace di evitare ciò che Vila-Matas insiste a chiamare ripetizione (lo scrittore spagnolo non sembra allinearsi a quanto scritto daKierkegaard: «Senza la ripetizione la vita intera svanisce in un rumore vuoto e inconsistente». PerVila-Matas, la vita intera non abbraccia la letteratura?).

Saggio/romanzo, intelligente, sottile, istruttivo, non evita però il rischio di attorcigliarsi troppo attorno a forzature concettuali. Affascinano ma pure non mancano di disturbare certi toni aforistici e dottrinali. La costruzione rimane confusa, forse intenzionalmente: in questo caso, il rischio è di allontanare il lettore verso un centro da cui muoversi per interpretare ed equilibrare i lati più oscuri. Il concetto, o sospetto, di ripetizione si ripete senza offrire al lettore sufficienti appigli interpretativi, ripetuto in una circolarità che crea più emotività che emozione nel lettore, disarmandolo e proiettandolo nudo alla meta. Ecco: si potrebbe considerare questo testo zeppo di parole e concetti in una nudità assiomatica: prendere o lasciare. Meglio prendere, rileggere, discutere, a patto però di non costruire troppo aprioristicamente i fondamenti trasformandoli in forzate spiegazioni e giustificazioni.

 

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Nota sentimentale: tra i moltissimi scrittori citati (si ha l'impressione che non manchi nessuno dei grandi scrittori del Novecento, e di altri grandi del passato), nelle ultime pagine spicca il nome di Daniele del Giudice, di cui Vila-Matas estrapola «indimenticabili parole in Lo stadio di Wimbledon: “Puòdarsi che si fosse reso conto di aver fallito. Tuttavia era sempre stato un fallito”». Il recensore di queste note è di Venezia e abita a pochi minuti dall'abitazione di Del Giudice, da anni ricoverato in un istituto veneziano per una grave e inguaribile malattia degenerativa. È motivo di commozione veder citato il nome di Del Giudice, e un onore poterlo onorare ricordando come un altro scrittore lo onori. Per entrare nel merito delle «indimenticabili parole», non sfugge la circolarità presente nel testo Lo stadio di Wimbledon: il protagonista di Del Giudice ambisce a diventare scrittore, si reca a Trieste alla ricerca di Roberto Bazlen, amico di Italo Svevo ed Eugenio Montale, da sempre interessato alla scrittura senza aver mai scritto nulla. Se passiamo a esaminare la frase citata da Vila-Matas, «Puòdarsi che si fosse reso conto di aver fallito. Tuttavia era sempre stato un fallito», risulta una coscienza di se stessi nata da una tardiva consapevolezza di fallimento divenuto riconoscimento di indubbia identità. Non è facile interpretare la frase di Del Giudice, senza attenersi a quel tuttavia. Rapportato al testo di Vila-Matas vale il tuttavia della barriera tra vita e letteratura come identità stessa della letteratura. Vale pure come chiosa alla lettura del libro dello scrittore di Barcellona.


Per la prima foto, copyright: Adolfo Félix su Unsplash.

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