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Scrivere per raccontare una fantasia. “Nel profondo” di Daisy Johnson

Scrivere per raccontare una fantasia. “Nel profondo” di Daisy JohnsonEverything Under è titolo e insieme traccia narrativa del primo romanzo di Daisy Johnson, giovane e già nota scrittrice britannica che esordisce nel 2016 con la raccolta di racconti Fen. Fazi Editore lo pubblica, in prima edizione italiana, tradotto da Stefano Tummolini in Nel profondo.

Sono pagine di densa tensione emotiva, pagine di silenzi e di ricordi terribili, fiaccanti eppure necessari che legano i lunghi anni di Gretel alla madre Sarah, alla sua decisione di vivere con lei, ancora bambina, lungo il canale dell’Oxfordshire, su un barcone decadente dal quale ci si difende a stento dai venti, dal freddo ciclico dell’inverno e dal caldo umido che lo avvicenda inesorabile. Qui Sarah, nel tempo, infarcirà Gretel di parole speciali, inventando una lingua “privata” tra lei e la figlia, che, probabilmente, sarà il suo stimolo adulto verso la lessicografia:

«Torniamo in quella barca sul fiume a parlare una lingua che nessun altro conosce. Una lingua che è soltanto nostra. Mi dici che senti l’acqua sfanculare a valle; […]. Mi dici che…hai bisogno di svaccarti un po’.»

 

Da qui il confronto tra Gretel e il mondo, quel confronto che la vede emarginata sin dall’inizio, quando i compagni di scuola la prendono in giro per quel suo strano modo di parlare, per quelle parole “private” che loro si divertono a ripetere, come un’eco di scherno, da un corridoio all’ altro della scuola. Eppure erano le parole insegnate dalla madre, le parole tra loro, per capirsi o per giocare a scalfire in un attimo la solitudine di quella vita molto diversa da quella di tutti gli altri.

 

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Ma se è vero che il linguaggio condiziona il nostro modo di pensare, allora Gretel sarebbe stata diversa dai suoi coetanei anche per questo. La coscienza di ciò maturerà nella ragazza sentimenti contrastanti di odio, amore, riluttanza, dipendenza, nei confronti di quella Sarah che aveva avuto tutto il coraggio di tirarla dentro una vita da selvaggia, in mezzo a una natura che cercava con ogni sforzo possibile di dominare, al di là delle difficoltà e dei giudizi degli uomini.

Scrivere per raccontare una fantasia. “Nel profondo” di Daisy Johnson

Pur lontana dalla civiltà, Sarah, a differenza della figlia, ha un’idea sul mondo e su se stessa, almeno fino a quando il lume della ragione rimane acceso. Da quella barca non vorrebbe mai andar via, le piace il rumore del fiume, il fango sotto le mani, il vento, le costellazioni che insegna alla figlia a distinguere nel cielo. Fuori dall’oblò esploriamo anche noi lettori, guidati dalle descrizioni seducenti dell’autrice, dalle riflessioni acute dei suoi personaggi e dai serrati intrecci di fatti, circostanze, omissioni e rivelazioni, di cui è cosparso tutto il romanzo.

Nel profondo troviamo archetipi letterari che ritornano in un originale gioco di flashback scanditi dal ripetersi dei titoli, quasi a segnare la strada dei capitoli e della struttura stessa della narrazione. La precisione instancabile dell’autrice, la capacità di aprire scenari di autentica suggestione letteraria con un richiamo sempre attento al mito e alla tradizione, colorano queste pagine di vigoroso magnetismo.

«Ogni volta che sto per capire cos’è, mi ritrovo lì sulla riva, a tirarmi i capelli corti dietro le orecchie, a fischiare per chiamare un cane che se n’è andato da un pezzo, a cercare di ricordarmi le parole di cui abbiamo bisogno per raccontare questa storia.»

Scrivere per raccontare una fantasia. “Nel profondo” di Daisy Johnson

Le parole di cui Gretel ha bisogno sono sparse in mezzo ai ricordi da bambina, quando la paura di tutto l’assaliva e si concentrava su una di quelle inventate dalla madre e che rappresentava il male, il terrore, la morte: Bonak. I tentativi di Sarah di liberarsi del Bonak costellano l’intero romanzo. Non si tratta soltanto di una parola astratta che identifica la paura, è piuttosto la spasmodica ricerca della personificazione del male che va sconfitto a ogni costo. Soprattutto per questo la madre si ostinerà a vivere lungo il suo fiume, per cercare il Bonak e distruggerlo. Inizialmente sembra una fantasia, un’illusione, un’invenzione prodotta dalla mente distorta di una donna che vive immersa in una natura non sempre benevola; ma poi, verso la fine, scopriamo che il Bonak esiste davvero e allora comprendiamo che la paura è reale, il male vicino e la morte sempre lì in mezzo a noi.

Di male sono picchettate le azioni di alcuni personaggi come Margot o Fiona o Marcus, eppure la scrittrice ce ne fa comprendere le motivazioni, anche quelle più profonde, fino ad avvicinarci alla loro disperazione, ai loro errori, ai loro turbamenti. Si tratta di figure secondarie che impongono la propria presenza quasi a chiedere aiuto, attraverso una costante corrispondenza del dolore.

 

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Scrivere per raccontare una fantasia è, a volte, come in questo caso, il modo più bello per ricordare al mondo che possiamo agire per realizzarla, quella fantasia, nel bene o nel male.

Daisy Johnson, a soli ventisette anni, ci porta per mano dentro la sua.


Per la prima foto, copyright: Nathan Anderson su Unsplash.

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