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«Scrivere è un gesto rilassante», parola di Jason Starr

«Scrivere è un gesto rilassante», parola di Jason StarrSi muovono come in un acquario, i personaggi di Jason Starr nella sua ultima crime fiction, Savage Lane, appena uscita in Italia nella traduzione di Barbara Merendoni, edita UnoRosso, marchio editoriale di Parallelo 45.

Savage Lane è una strada che fa parte della periferia di New York City, dove tutti conoscono tutti e tutti si fanno gli affari degli altri dando vita a una realtà soggettiva. Karen è una donna divorziata, che incontra troppi uomini ultimamente, secondo Mark, il suo vicino e spasimante. È anche una mamma, però, e una maestra di sostegno, ma pure una donna matura e attraente. Dipende da chi la guarda. Deb, invece, è un’ubriacona, una madre assente, così come una donna capace di far perdere la testa a un uomo. Dipende da chi la guarda, anche in questo caso. Ed è proprio la prospettiva multipla a rendere il romanzo travolgente e dal ritmo serrato.

In occasione del tour europeo di Starr, abbiamo avuto l’occasione di incontrarlo l’autore e porgli alcune domande.

Parlando da un punto di vista strutturale, come gestisce la scrittura della storia? Redige una scheda che segue oppure la narrazione fluisce spontanea?

Solitamente, è la trama quella che mi guida. So l’inizio e so dove voglio arrivare, quello che non so è come ci arriverò. Ho scelto di adottare il punto di vista di sei personaggi perché non trovo nulla di più interessante del creare un puzzle che dia un senso profondo alla narrazione. Se si trattasse di un film, sarebbe come puntare la telecamera sul crimine stesso, come aveva detto Tarantino in un’intervista.

 

Leggendo il suo romanzo, mi sono sorpresa a riflettere sulla questione della verità. Che cos’è la verità, secondo lei? È un insieme di tanti pezzi, come uno specchio frantumato che riflette angoli e solo una volta ricomposto integralmente può mostrare la vera immagine?

In questa storia non saprei nemmeno io quale sia la verità ultima e definitiva. Ci sono i punti di vista, questo è certo, ma la loro somma non basta per creare una versione definitiva della verità. Nel romanzo, c’è una dicotomia tra quello che pensano i personaggi e quello che potrebbe pensare il lettore, creando in questo modo un sottotesto alla storia. Il meccanismo dà vita all’umorismo e all’immedesimarsi. Ovviamente, la dicotomia è tenuta assieme dalla narrazione che guida la storia. Difficile, quindi, definire la verità in questo caso.

Ammetto che mentre ho scritto non pensavo a tutto questo, mi sono accorto della divisione di pensiero solo quando ho riletto il romanzo. Quando scrivo sono vicino ai personaggi, alle loro azioni, ai loro comportamenti, quasi come fossi un attore.

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«Scrivere è un gesto rilassante», parola di Jason StarrNarra di personaggi complessi e temi attuali - penso alla violenza tra le mura famigliari, i difficili rapporti madre-figlio, il post-divorzio –, come mai ha scelto di destreggiarsi tra questi argomenti?

A dire il vero non ho scelto gli argomenti, ma questi sono arrivati assieme ai personaggi. Penso per esempio a Owen, l’adolescente che ha un debole per le donne mature. Inizialmente sapevo fosse un diciottenne che non aveva combinato molto nella vita. In seguito, mentre scrivevo, mi sono domandato come fossero i suoi rapporti con la famiglia e che tipo di famiglia fosse. Certo, l’azione avviene soprattutto a livello inconscio, ma restando focalizzato sui personaggi tutta la loro storia emerge con naturalezza.

 

Dal punto di vista stilistico, usa una tecnica molto coinvolgente, quella della molteplice prospettiva, e il risultato è eccezionale. La scelta è dovuta a necessità strutturali o perché la sente vicina?

Bella domanda. Credo che la storia necessitasse una tecnica narrativa di questo tipo. Ho pensato fosse interessante comprendere il pensiero dei personaggi, facendo scaturire nel lettore domande del tipo “perché l’ha fatto?” oppure “non ci posso credere che l’abbia fatto!”, più della classica domanda “chi lo ha fatto?”.

Per esempio, mentre scrivevo, Mark con il suo modo di raccontarsi è stato sin da principio il mio personaggio preferito. Scrivere di lui, mi dava la carica al mattino quando mi preparavo a raccontare il suo punto di vista.

 

Fosse costretto a convincere qualcuno a leggere il suo libro, cosa gli direbbe?

Gli direi che merita di essere letto perché è un romanzo che intrattiene e che ti porta a pensare in maniera differente. Ma anche perché c’è la giusta dose di suspense e intrigo e, soprattutto, perché amerai odiare i personaggi.

 

I suoi maestri letterari?

Sono tanti gli scrittori che reputo maestri della letteratura. Ho iniziato scrivendo per il teatro, quindi apprezzo molto gli autori che hanno una scrittura concisa e chiara. Penso a Beckett, a Dario Fo, ma anche Hemingway, Fitzgerald, Kafka.

 

Un libro che non deve mancare dalla libreria e dalle letture di nessuno?

Più che un libro, ci sarebbe una lista che potrebbe contenere per esempio Dostoevskij, Delitto e Castigo; ma anche Hemingway, Il sole sorgerà ancora. E poi Thompson, L’assassino che è in me, Camus, Lo straniero.

 

Ha rituali per scrivere? Riesce ad autodisciplinarsi e usare in modo giusto il tempo per scrivere?

Non ho rituali, tendo però a isolarmi in un certo qual senso, andando nei caffè-bar dove non c’è internet e lasciando il telefono a casa. Questo perché la grande sfida è vincere le distrazioni, e con questi gesti riesco ad occuparmi solo della scrittura, mettendo da parte qualsiasi altra cosa.

Scrivere per me è un gesto rilassante, è il momento in cui lascio le tensioni fuoriuscire. L’editing, invece, mi dà tensione perché è come essere in una sala operatoria con il paziente che sanguina o in procinto di restare senza qualche appendice mal funzionante.

Mi occupo di molti progetti contemporaneamente, quindi l’autodisciplina è la regola d’oro. Per esempio, quando devo occuparmi di una graphic novel, una sceneggiatura e un romanzo contemporaneamente tendo a trovare diverse caffetterie in cui dedicarmi a ciascuna attività. Mi aiuta molto a concentrarmi su ciò che sto facendo. 


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