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Scrivere è illusione e mistificazione. Intervista a Mauro Garofalo

Scrivere è illusione e mistificazione. Intervista a Mauro GarofaloNon è solo la storia di un uomo, Ballata per le nostre anime è, in qualche modo, la storia di molti, forse perché «molti» è anche il protagonista, Simone Pianetti, di cui l’autore, Mauro Garofalo, ci restituisce un’immagine affascinante, specie per il contrasto di sensazioni che suscita.

Esce per Mondadori e Ballata per le nostre anime è un miscuglio di sentimenti e di sensazioni perché questo Simone, Simù, un po’ lo capisci e un po’ lo giudichi e, per quel che resta, lo condanni.

È la ricostruzione di una storia realmente accaduta, scritta con uno stile piacevole. Fosse un dipinto, lo stile usato sarebbe quello della scuola veneziana che giocava con il colore sulla tela creando paesaggi e personaggi vivi, palpabili.

In occasione dell’uscita del romanzo, Mauro Garofalo ci ha raccontato qualcosa sulla nascita della Ballata per le nostre anime, su chi sia stato il personaggio la cui storia racconta, e, inoltre, ci siamo addentrati in certe riflessioni nate proprio dalla lettura.

 

«È così che nascono le storie, da un malinteso». La Ballata per le nostre animecome nasce?

Da un dubbio. Ovvero, se volevo raccontare la storia di un pluriomicida. All’inizio ho avuto resistenze.

Ho sempre scritto, e immaginato, personaggi che aderissero alla mia etica. Ho capito però che stavo fuggendo. La storia c’era, così la possibilità di creare un personaggio sfaccettato, che aveva compiuto un atto terribile, cattivo, e però aveva anche visto cose belle nella sua vita, le valli al tramonto, un amore lontano, il rientro in Italia, l’impegno, il progetto di una famiglia. Non era una storia mia e proprio per questo potevo imparare a usare parole nuove.

Spesso ci rintaniamo in convinzioni che scontano il nostro conosciuto fino a lì. Il malinteso allora è la paura di cambiare. Accettare quello che (ancora) non siamo in grado di capire. Ho cercato allora di cambiare prospettiva, la sintassi ha così assunto una struttura a ballata: una forma-romanzo asincrona e sghemba.

È stato quel presupposto sbagliato – farsi giustizia da soli, la ragione sconfitta dalla rabbia – che mi ha condotto verso un finale disilluso. Della vita di un uomo restano fantasmi, il costruito, quanto ha distrutto.

È il malinteso di avere ragione, di pensare sempre che il nostro modo di vedere le cose sia l’unico e il giusto, ma possiamo davvero giudicare? E in base a cosa, e chi? Ci chiederebbe Musil. Quel che resta delle nostre esistenze. La media di tutti i giorni che abbiamo lasciato svanire, per abitudine o incapacità.

 

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Chi è Simone Pianetti e perché ha scelto di raccontare la sua vicenda?

Simone Pianetti, Simù, è stato molte cose. Figlio di benestanti rurali nella bergamasca di fine Ottocento. Tiratore scelto del re. Uno dei molti emigranti italiani che sbarcò, e visse, in America, all’inizio della modernità. Un uomo che tornò in patria e cercò di farsi strada, in qualche modo, scontrandosi con la meschinità e la burocrazia. Fu padre di molti figli, marito di un’unica donna, oste chiacchierato dalle malelingue, visionario mugnaio. Nel tempo ha assunto una famigerata nomea d’eroe, di tremendo monito per i potenti. Pianetti, la furia vindice, il giorno di ordinaria follia insito dentro ognuno di noi.

Quando l’editore mi ha proposto di scrivere del Pianetti – l’idea e la storia sono merito dell’editor Giordano Aterini e di Giovanni Francesio, che era stato già mio editor per Alla fine di ogni cosa – ci ho messo due giorni a comprendere che potevo raccontare la vicenda, stando però a una “giusta distanza” dal personaggio, fuori fuoco. Allora avrei potuto indagare la dimensione minima degli oggetti, le piccole esistenze di uomini e donne di un’altra epoca, la meschinità e la bassezza che contraddistingue il genere umano, ma così anche le vite minute e i vicoli, quel tempo collettivo fatto di giorni di festa e caso, che spesso viviamo incoscienti. Inoltre, era una storia che finiva con una scomparsa – come il caso Majorana, libro di Sciascia che ho amato oltremodo da adolescente – il mistero infittiva una trama nera, e la consegnava alla grande Storia. Quando Pianetti scompare in montagna tra i boschi assieme a lui svanisce una certa illusione di umanità e progresso. Di lì a pochi giorni, infatti, scoppia la Prima guerra mondiale.

Scrivere è illusione e mistificazione. Intervista a Mauro Garofalo

Leggenda e verità storica: in che modo s’intrecciano nella Ballata per le nostre anime?

«Il poeta è un fingitore» diceva Pessoa. Scrivere è, anche, un atto di illusione e mistificazione. Sappiamo giusto l’emerso. Lavoriamo sulla superficie di ciò che definiamo realtà, ci convinciamo di un’ipotesi e su quell’idea costruiamo mondi abitati da personaggi di finzione.

La mente umana ragiona per riempimento. Ciò che non vede – il vuoto, lo spazio bianco – viene affidato all’immaginazione. «Vediamo le cose non per come sono, ma per come siamo», si potrebbe dire citando Anaïs Nin.

A ogni modo, per quanto riguarda i fatti mi sono affidato alla preziosa ricostruzione di Denis Pianetti, pronipote del protagonista, che ha raccolto nel libro Cronaca di una vendetta (CorpoNove) moltissimo materiale dell’epoca: articoli di giornale, fotografie, atti, documenti ufficiali. Di qui, la struttura orizzontale della Ballata, le vicende seguono la cronologia dei fatti. Tutto il resto è invenzione. I personaggi, i giorni, gli incontri, le emozioni, il crescendo del furore cieco, il carattere del protagonista, le ragioni (quali?) dell’omicidio premeditato.

Ho tentato di scrivere da molti punti di vista: il protagonista nei capitoli dispari, i morti ammazzati e la Natura nei capitoli pari, e uno di questi è la leggenda. Ho avuto sempre in mente una domanda: cosa rimane della vita che abbiamo vissuto? Qualche oggetto, forse. Un vago disordine. Siamo stati, insomma. Ma solo per accumulo.

 

Il tempo di Pianetti è un tempo in cui fare il soldato è una scelta deplorevole. Fare il contadino, d’altro canto, è un’opzione non di comodo. Parliamo di un dettaglio, s’intende, ma ci permette di capire che ci stiamo addentrando in un mondo diverso, quasi capovolto, rispetto al nostro. Com’è il mondo che fa da sfondo alla storia di Simone Pianetti? Cos’ha in comune con quello di oggi?

Per quello che posso dedurre da narratore, il mondo di Pianetti è in bilico tra l’Ottocento e il Novecento, le classi sociali e la rivoluzione industriale, la Belle époque e la macina della Grande guerra. Inoltre, tra la vita rurale e la vita urbana, l’urbanizzazione e l’abbandono delle campagne: dalla vita scandita dalle stagioni si passò in pochi anni alla città fatta di impegni, agi e servizi. Il tempo vissuto dalla generazione di Pianetti è collocato su un punto di snodo, una sorta di confine tra un “prima” e un “dopo”.

In modo analogo, in questi giorni, molti di noi si stanno domandando: voglio/posso continuare a vivere in città? O dobbiamo riscoprire i piccoli borghi – dando avvio a una sorta di spopolamento di ritorno – e, ancora, qual è il confine delle libertà personali e collettive, dobbiamo seguire la strada della solidarietà o rinsalderemo l’egoismo, cosa prevarrà l’apertura verso gli altri o, piuttosto, la definitiva chiusura dei muri e degli affetti?

Oggi sono in bilico molte certezze che hanno formato il mondo per come lo conoscevamo.

C’è un “prima” rispetto alla pandemia. Dovremo re-immaginare il futuro, la linea retta con cui avevamo pensato si sarebbe srotolato il tempo ha preso, invece, un’altra via. Dovremo decidere cosa tenere del vecchio mondo, come distribuire la ricchezza, come affrontare le prossime crisi, comprese le climatiche.

Scrivere è illusione e mistificazione. Intervista a Mauro Garofalo

Si legge: «Crediamo di avere grandi vite, compiere grandi gesti, l’uomo può fare tutto, abbiamo conquistato terre e donne, sconfitto nemici, creato persino l’arte, la musica, ma qui» e con le mani aveva indicato l’aria luminosa del sottobosco, il silenzio carico di fruscii sotto gli alberi scricchiolanti vita invisibile, «potrebbero schiacciarci come formiche, basta un masso». Quanto è pericoloso aver dimenticato la nostra finitezza? Penso alla stessa emergenza che stiamo vivendo che credo ci stia costringendo a una riflessione in merito alla nostra fallibilità.

Viviamo un tempo di nemesi. Negli ultimi due secoli l’uomo ha eroso le risorse del pianeta, solo i virus si comportano così: attaccano il corpo ospite e lo portano alla morte. Più che la fallibilità, quindi, il mondo dell’infinitamente piccolo pone una questione dimensionale.

Il Novecento è stato il secolo del Tempo. La contemporaneità, oltre la Fisica e la tecnologia, si misura con lo spazio dell’uomo sul pianeta, di conseguenza, quali debbano essere le narrazioni della contemporaneità.

Occupiamo suoli e mari eppure, al di fuori della nostra biosfera, esistono altri mondi: il regno minerale, le piante – e ci stiamo accorgendo dell’importanza dei boschi, avere del verde intorno, oltre all’emersa correlazione tra propagazione dei virus e inquinamento –, dovremo comprendere inoltre in quale rapporto vogliamo evolvere con gli animali (oltre l’allevamento e l’estinzione) visto che proprio un salto di specie pare essere stato l’origine del Covid-19; e ancora, quale lo spazio dell’abitare – dovremo forse dare un nuovo significato al concetto dihabitat – e quale lo spazio del selvatico, quale la frontiera tra progresso e Natura, un dilemma quasi sempre risolto in chiave oppositiva (aut aut) che oggi, per la prima volta, possiamo invece tentare di risolvere come congiunzione, anche narrando gli altri mondi come ha fatto Richard Powers con il suoOverstory.

 

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«Cos’era in fondo un popolo? Una terra è una lingua. Forse la stessa lingua che parlavi era la terra che ti teneva in piedi. Le parole con cui chiamavi il mondo». Questo è ciò che era un popolo. In che misura lo è ancora? O meglio, cos’è un popolo?

Bisognerebbe chiederlo ai poeti. Di cosa sia questa parola plurale che racchiude legioni di individui e molte vite.

Il linguaggio mette in forma il mondo, nominiamo oggetti ma comprendiamo anche con gli occhi, le mani, spesso è ascoltando l’altro che capiamo verità che a noi soli, altrimenti, sarebbero negate. È il territorio sdrucciolo dell’incontro.

Siamo uno dei popoli che abita il pianeta per un certo tempo. Che storia lasceremo ai nostri figli? Perchè sarà in base a quella che ci giudicheranno. Come per Pianetti che scompare per i suoi simili pure rimane nelle leggende popolari, ed è attraverso quelle narrazioni che esce dal folto e si consegna a noi, cento anni dopo.


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