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Scrivere è cercare il lato oscuro dell’uomo. Intervista a Fabio Mongardi

Scrivere è cercare il lato oscuro dell’uomo. Intervista a Fabio MongardiIl romanzo giallo, dal noir al thriller, in tutte le sue declinazioni, appassiona da sempre moltissimi lettori, al punto che ormai questi romanzi di genere sembrano essere gli unici a diventare bestseller. Ma quali sono le ragioni che spingono i lettori verso questo genere letterario? Si tratta solo della possibilità di entrare in contatto con il proprio lato oscuro o è semplicemente una moda letteraria?

Ne abbiamo parlato con Fabio Mongardi che, dopo il romanzo d’inchiesta Il caso Manzoni, è tornato in libreria con Il Verme (edito da Paralleo45), thriller che vede l’ispettore Attilio Neri alle prese con tre vittime di omicidio, tutte reduci dai campi di sterminio nazisti.

 

Dal romanzo d’inchiesta al giallo passando attraverso il noir. C’è un filo conduttore che accomuna la sua produzione letteraria?

Sì, c’è quello che io penso sia il dovere di ogni scrittore: raccontare delle nostre emozioni più profonde, quindi anche del lato oscuro dell’uomo. Indagare per capire il senso profondo dei nostri comportamenti più disturbati e cercare quella linea sottile che spesso unisce il male al bene; come dice lo psichiatra Andreoli: anche nel più feroce assassino io cerco l’uomo. Qui non si tratta di subire il fascino del male, si tratta di capire chi siamo, di dare un senso alla nostra condizione e alla vita. Lo scrittore che voglia chiamarsi tale ha questo difficile compito, come lo psichiatra, il filosofo o il terapista.

 

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Con Il caso Manzoni (edito sempre da Parallelo 45) ha posto al centro della narrazione il periodo della Liberazione e, per certi versi, il mondo dei partigiani. Ne Il Verme le vittime sono tutti reduci dei campi di sterminio nazisti. È stata casuale la scelta di riferirsi al periodo della seconda guerra mondiale oppure c’è qualcosa che l’affascina particolarmente di quel momento della nostra storia?

Come spiegavo prima il mio impegno è quello di cercare l’uomo, e dove cercarlo se non nel dolore? Dove se non in quella situazione limite dove non hai più nessuna maschera, dove sei costretto a essere te stesso, non puoi barare, sei nudo, sei tu. In questo senso la seconda guerra mondiale, come tutte le guerre con i loro orrori e le loro carneficine, è per me particolarmente affascinante. Inoltre ritengo sia importante raccontare la Storia, per non dimenticare e capire chi siamo e perché.

Scrivere è cercare il lato oscuro dell’uomo. Intervista a Fabio Mongardi

Il Verme presenta tutti gli ingredienti per inaugurare una saga con protagonisti l’ispettore Attilio Neri e i suoi uomini. È un’opzione che prenderebbe in esame? E perché secondo lei sempre più autori di genere scelgono la strada delle saghe?

Questa domanda mi fa un po’ male e spiego subito il perché. Dopo il successo del mio poliziesco pubblicato in Germania, mi venne chiesto dall’agente letterario tedesco di scrivere un sequel. Forse per paura di non farcela, o perché deluso dalla scadente qualità dei sequel e dal bisogno che avevo di cercare sempre nuovi stimoli, rifiutai. Fu una scelta folle che ho pagato duramente. Ora non rifiuterei, consapevole però che è molto difficile farlo e mantenere un certo livello qualitativo.

Questo è il motivo per cui molti si buttano sulle saghe: scrittura facile, profondità dei personaggi zero e poco sforzo. In questo modo però si diseduca il lettore e ci si danneggia.

 

Attilio Neri, l’ispettore, e Bruno Deserti, un rapinatore pluriomicida recidivo, sembrano due volti della stessa medaglia. Perché ha pensato di far scorrere parallele le loro due storie? Cosa accomuna e cosa divide (oltre al fatto di occupare due lati opposti della barricata) questi due personaggi?

L’idea del rapinatore killer mi è venuta da Fabio Savi, componente della banda della Uno bianca; in particolare mi ha colpito il fatto che si sia praticamente fatto catturare sapendo che sarebbe andato incontro all’ergastolo. Perché? mi sono chiesto. Cosa è scattato in quel momento nella sua testa? È uscito l’uomo di cui parla Andreoli? Ho cercato di capirlo scrivendo la storia e ho messo i due personaggi in parallelo come se rappresentassero il bene e il male. Alla fine, come succede sempre anche nella realtà, buono e cattivo sono solo semplificazioni facili e i due personaggi hanno diversi tratti in comune, paradossalmente direi una certa onestà ed etica. Quello che li divide probabilmente sono le esperienze, il vissuto giovanile e gli incontri fatti.

 

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Negli ultimi tempi si assiste a un buon successo commerciale (e non solo) di thriller e noir. È solo una moda editoriale o ci sono anche ragioni non prettamente letterarie che spingono i lettori verso questo genere?

La spiegazione credo sia abbastanza complessa. Dobbiamo partire da un fatto preciso: credenti o non credenti il mistero e l’incertezza sono alla base delle nostre vite; ma mentre una volta l’uomo ne era praticamente avvolto e non sentiva certo il bisogno di andarselo a cercare, oggi che la scienza e la società moderna sembrano in grado di spiegarci tutto, abbiamo una situazione capovolta. Ecco allora il bisogno di frequentare il mistero e il male, come si frequenta il terapeuta, perché questa frequentazione è rassicurante.

Fino a quando il male rimane dentro uno schermo o tra le pagine di un libro non arriva fino a noi.

Scrivere è cercare il lato oscuro dell’uomo. Intervista a Fabio Mongardi

Quest’attenzione editoriale e dei lettori per i romanzi di genere ha contribuito anche a un rinnovamento? Oppure c’è solo il rischio di una loro uniformazione a diktat commerciali?

Su questo purtroppo sono abbastanza pessimista. Mi sembra, in realtà, che questo successo stia uccidendo il genere e non mi riferisco solo all’originalità, che ormai è andata a farsi friggere, ma anche alla qualità della scrittura. Molto raramente ormai si leggono storie scritte bene. Sembra quasi che lo scrittore di gialli e polizieschi non si senta scrittore vero, ma semplicemente uno scribacchino miracolato, che quindi non ha il dovere di sforzarsi e migliorarsi sempre.


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Per la prima foto, copyright: Jordan McDonald.

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