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Scrittura creativa – Il patto narrativo

Scrittura creativa_Il patto narrativoNel nostro consueto spazio dedicato alla scrittura creativa parleremo oggi del patto narrativo. Forse che lettore e scrittore sono in aperto conflitto e abbiamo bisogno di sancire un “patto” per far loro cessare le reciproche ostilità? C’è del vero in questa battuta: il confronto non è forse cruento, come quello tra duellanti, ma vi assicuro che non è certo meno sottile e accanito. È un’arte della guerra pertinente alla sfera dell’intelletto, come accade per gli scacchi, ed è importante conoscere le regole del gioco per non incorrere in un poco dignitoso “scacco matto” inferto dal vostro contendente nel volgere di poche mosse.

Il lettore stipula una sorta di “patto narrativo” con lo scrittore, nella misura in cui la lettura è un processo attivo dove lo stesso lettore coopera in maniera molteplice a dotare il testo di un senso. Nel processo di lettura è perciò necessario interrogare il testo e compiere tutta una serie di inferenze (o deduzioni, caro Holmes!) in relazione alle informazioni in esso contenute.

Non c’è scrittura senza lettura e chi scrive deve, prima di tutto, essere lettore esigente di se stesso. Perciò dico sempre (non sono il solo, è una sorta di mantra parlando di scrittura creativa) nel corso dei miei laboratori: leggete leggete leggete. Di tutto: iniziate dalla lista della spesa, passate per Dylan Dog e su fino a Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer. Avvicinatevi ai testi in maniera critica. Vi attraggono? Non vi attraggono? Vi annoiano a morte? Non li comprendete? Sono molto lontani dal vostro modo di vivere ed esprimervi? Domandatevi perché. Su tutto dovreste avere un’opinione. Non siate qualunquisti. Ci sono tante cose che ci accadono, ogni giorno. Cerchiamo di non attraversarle senza averle adeguatamente ponderate, di non ignorarle come se non esistessero. Non dico che la vostra opinione non possa essere modificata, una volta acquisiti nuovi elementi. Dico: “formatevi un’opinione” perché, come sostiene Platone, l’opinione è un grado intermedio tra l’ignoranza e la scienza. Vi sembra poco?

Lettori prima che scrittori, dunque. Esercizio: scrivete una o due cartelle di un racconto. Lasciate decantare il vostro elaborato per qualche giorno e poi tornate a leggerlo. Immaginatevi di essere il vostro primo lettore. Uscite dal vostro corpo di “scrittore”, trasmigrate nell’anima del vostro lettore. Fatevi una domanda: «Che tipo di lettore siete?». Ora provate a leggere ad alta voce le vostre due cartelle. Sentite il ritmo? Sentite il respiro della prosa? Fate fatica ad arrivare al punto? Avete il fiato corto perché non c’è una virgola o un punto là dove ci starebbero bene? Ci sono troppi avverbi lunghi come “sistematicamente” o “incontestabilmente” sui quali incespicate? Come suonano certi aggettivi? Vi piace la melodia delle parole che avete scelto?

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Potreste essere un lettore ingenuo, uno che si immedesima nella storia, che attua processi di identificazione nei confronti dei personaggi, ma soprattutto è ben disposto ad accettare per vera la storia che gli viene proposta, anche nei suoi aspetti fittizi. Oppure un lettore disponibile, consapevole del carattere ampiamente o del tutto fittizio della storia narrata, ma disposto a una momentanea e parziale sospensione delle facoltà critiche, per concentrare la sua attenzione sugli avvenimenti, sui personaggi, sul mondo della storia. Quando devo recensire un romanzo, spero sempre che si riveli una lettura disponibile. Vuol dire che il libro è buono e l’autore riesce ad allentare la mia attenzione critica, coinvolgendomi.

Il lettore critico si propone invece di descrivere, interpretare e magari valutare un testo, di mettere in luce i meccanismi, le relazioni di significato, le implicazioni culturali, la funzione estetica, l’intertestualità, eccetera. Si tratta di una “lettura seconda”, nel senso che si presuppone come già avvenuta una lettura disponibile. Io vi esorterei ad avvicinarvi il più possibile, come lettori dei vostri testi, a una lettura critica. È un processo in continuo divenire, che si perfeziona accumulando letture su letture, scrivendo e riscrivendo. Non si improvvisa. È un buon lavoro preparatorio prima di consegnare il vostro manoscritto a un editor di professione o a un agente letterario.

Tornando al nostro patto narrativo, dobbiamo precisare che i lettori modificano la loro soglia di accettabilità degli eventi raccontati, della caratterizzazione dei personaggi e delle forme espressive anche in relazione alle diverse epoche storiche. Ogni epoca elabora certe norme per definire, a livello linguistico, strutturale, formale e contenutistico un determinato grado di rapporto tra finzione e realtà, tra verosimiglianza e possibilità che viene comunemente inteso come “realismo”. Per esempio le parlate gergali e dialettali, l’uso del turpiloquio, le “sgrammaticature” volute e l’illogicità di alcuni dialoghi contemporanei (Pasolini, Gadda, Joyce, Beckett, Pinter per citarne alcuni) sarebbero apparse troppo “realistiche” (e probabilmente respinte) a un pubblico del ‘700.

In sostanza la narrativa non esula dalla dimensione dell’immaginario, anche quando si propone di rappresentare la realtà. Cesare Segre, in Finzioni (Einaudi, 1979) riassume in maniera incisiva i diritti che uno scrittore si arroga: 1. Il diritto di instaurare mondi possibili (se vuole può parlare di fatti, personaggi e mondi del tutto immaginati); 2. Il diritto di onniscienza su questi mondi (può riferire i pensieri e i sentimenti più nascosti dei suoi personaggi; può dipanare le vicende più misteriose e oscure); 3. Il diritto a una selezione di carattere funzionale (può scegliere di raccontare, anche quando parte da eventi reali, alcuni fatti, dialoghi, pensieri e percezioni che costituiscono la sua realtà empirica. Ne consegue che il narratore, secondo Segre, «[…] è insomma un bugiardo autorizzato, per ciò che attiene all’opposizione vero / falso».

Per Aristotele, verosimiglianza non significa verità: l’artista e il poeta sono “creatori”; possono attingere alla realtà, ai fatti realmente accaduti, ma questa è più l’eccezione che la regola. Il concetto di verosimiglianza sembra privilegiare più la credibilità presso i lettori che la sua probabilità o possibilità stabilite in base a criteri oggettivi. Sto pensando al momento di grande diffusione che stanno vivendo le autofiction, ovvero storie in cui gli autori si drammatizzano: “spacciano” al lettore vicende in cui il protagonista porta il loro nome e cognome, dove i riferimenti autobiografici sono evidenti e dove la realtà di quanto accaduto è labilmente contigua all’invenzione, alla “trasposizione” narrativa. Può risultare curioso, oggi, che un romanzo come Il fu Mattia Pascal di Pirandello abbia ricevuto, alla sua uscita, molte accuse di inverosimiglianza. Pirandello era consapevole di intaccare una convenzione radicata come quella della verosimiglianza, e pubblicò una postilla al romanzo in cui citava un fatto di cronaca molto simile alla sua storia. Eravamo ancora lontani dalla real Tv e da programmi come Chi l’ha visto! Eppure i suoi critici avevano ragione dal loro punto di vista: la verità di un fatto non ne determina la verosimiglianza. Il possibile non è sempre credibile.

La condizione della verosimiglianza, nella pratica narrativa, dipende perciò dalla accettabilità del patto narrativo, ovvero dalle relazioni che il fatto raccontato instaura col mondo reale empirico. Nel lettore, lo abbiamo visto, è necessario un certo grado di immedesimazione nella vicenda perché tutto funzioni e venga accettato. Per dirla con Umberto Eco, l’autore sembra dire ai suoi lettori: «Voi non credete a quello che vi racconto e io so che voi non ci credete, ma una volta stabilito questo, seguitemi con buona volontà cooperativa, come se io stessi dicendovi la verità».

Sento spesso dire che uno scrittore cerca di scrivere per sé (prima che per il suo pubblico, se ne ha uno) le storie che vorrebbe leggere. Sarà bene, in quest’ottica, che il vostro Io lettore stipuli un solido patto narrativo col vostro Io scrittore, e che non sia per nulla indulgente; che lo induca a ri-scrivere, se necessario, più e più volte. Ci ritorneremo sopra. Nel frattempo vi aspetto alla prossima chiacchierata sulla scrittura creativa.

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Commenti

Ciao Alberto,
sarò sincero fino a rischiare la presa in giro da parte di qualcuno.
Un [triste] giorno in cui ho deciso di imparare a "riempire il foglio". Allora mi son dato [e mi do] da fare per leggere e documentarmi sull'argomento. Ma devo ammettere una cosa. Faccio sempre tanta difficoltà a capire due concetti: il patto narrativo, il punto di vista.
Ma no tanto perché ostici o ermetici per me, quanto perché leggo dichiarazioni e verità, come dire senza offendere nessuno, scontate; evidenti.
Esempio, il patto narrativo.
È tacito che, di norma, lo scrittore deve tendere al verosimile, non già ad abbandonarsi a "miracolse" situazioni (il genere fantasia ha un'altra trattazione). Mi sembra il minimo.
Il punto di vista.
Saltare frequentemente [e irrazionalmente], come una persona affetta dal ballo di San Vito, mi sembra sia chiaro a molti, credo?
Non so se mi son riuscito a spiegare.
Enzo

Caro Enzo, grazie per il tuo intervento.
Non c'è niente di scontato nel "patto narrativo" e nel "punto di vista" (di cui parlerò in una prossima puntata della mia rubrica). Nel tuo caso, come per molti altri che scrivono abitualmente, pensare al lettore che ti legge (o divenire lettore di te stesso) è forse "naturale" e sembra non aver bisogno di ulteriori riflessioni o apparati teorici, ma quando ci si approfondisce nella trattazione di argomenti di "narratologia", esplorata da più studiosi e ricercatori, che hanno sicuramente più titolo e competenze del sottoscritto, diviene difficile stabilire in maniera incontrovertibile tutte le varianti della speciale alchimia e delle relazioni che si instaurano tra chi scrive e chi legge.

Tendere al verosimile vuol dire tutto e niente. Ogni scritto ha una sua specificità; un romanzo o un racconto sono come degli ecosistemi che si auto-reggono su una loro intrinseca coerenza, che si auto-governano in base a regole interne stabilite dall'autore e dagli enunciati del testo che ne restituiscono l'intento rappresentativo. Analizzare e descrivere la verosimiglianza di un testo vuol dire prenderlo in esame in toto e riferirlo alla realtà, così come la conosciamo secondo le diverse scienze, ma anche e soprattutto rispetto alle convenzioni storiche letterarie, alle altre opere con le quali dialoga, ai suoi canoni e modelli di riferimento, ai generi e ai paradigmi estetici etico/morali e sociali di un'epoca, per dirne solo alcuni. Anche rispetto al nostro vissuto, alla nostra realtà empirica. Un esempio per tutti è il Pirandello de "Il fu Mattia Pascal". Verosimile non è sempre credibile. Il discorso è molto vasto... Spero di esserti stato utile in questa riflessione

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