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Scrittura creativa – Il lavoro sul soggetto

Scrittura creativaLa volta scorsa ci eravamo lasciati, nell’ambito di questa rubrica dedicata alla scrittura creativa, col proposito di scrivere un soggetto, ovvero un esercizio che prevedeva di esporre la vostra idea su quanto avete deciso di raccontare. Di cosa tratta la storia che vorreste scrivere? Qual è la linea di sviluppo che avete in mente? Poche frasi, in modo chiaro e conciso, vi esortavo. Passeremo ora in rassegna alcune definizioni, perché chi scrive si deve abituare a dare i giusti nomi alle cose, rappresentare con le parole l’esperienza sensibile, poterla contemplare nella sua plasticità, così come lo scultore osserva affiorare dal marmo grezzo il volume della figura che sta plasmando con martello e scalpello.

Qualcuno di voi potrebbe obiettare che il termine soggetto è forse un po’ vago parlando di narrazione; alcuni lo riferiscono al suo utilizzo più comune, nella cinematografia, come «progetto embrionale di un film, originale o desunto da un’opera letteraria o teatrale». Ma la definizione più illuminante per i nostri intenti è la seguente: «Ordine di fatti o di argomenti, cui si riferisce una trattazione, una discussione o anche un’espressione artistica».

C’è tutto quel che ci serve. Sentiamo, in proposito, cosa scrive Sebastiano Vassalli: «Chi vuole raccontare una storia deve avere un progetto non troppo articolato (una “scaletta”) che gli permetta di orientarsi nei labirinti della scrittura e di arrivare a produrre quell’ammasso provvisorio di parole che chiamerò, per comodità, la prima stesura […] Il progetto iniziale (la “scaletta”) è poco più che un promemoria e sta tutto in una sola pagina. Può essere un elenco di capitoli, o una successione di temi o avvenimenti che gli imprevisti e le difficoltà della scrittura potranno poi modificare in mille modi».

Conosco molti scrittori che lavorano con una “scaletta”. Hanno un’idea di base e sanno benissimo quel che vogliono dire e dove andranno a parare. La variabile, a volte, è rappresentata pure dal genere scelto. Poniamo il caso che io stia scrivendo una storia poliziesca. Ci sarà un omicidio all’inizio; le indagini verranno affidate al detective di turno che, nella maggioranza dei casi, è anche il protagonista o il personaggio di cui si adotta, in prevalenza, il punto di vista. Poi dovrò dare corso alle indagini, creare i collegamenti logici che mi permettano di comporre tutti gli indizi raccolti e di traghettare il lettore verso la soluzione del caso. Non dovranno mancare i “colpi di scena”, la suspense o, se previsto, il ribaltamento dei fatti rispetto alle premesse illustrate in apertura del mio racconto. È comprensibile che generi come il thriller, l’horror o la science-fiction abbiano degli elementi e degli stilemi già molto definiti a priori, che si rivolgano a un pubblico di lettori appassionati e competenti in materia, dei lettori molto “esigenti” su questo versante. Il nostro soggetto, perciò, dovrà essere molto più strutturato.

Ci sono, però, anche scrittori che partono esclusivamente da una loro piccola-grande “ossessione”. C’è un motivo che li martella, come una canzone che continua a “risuonare” nella loro mente. A volte è solo un personaggio, che si rivela per gradi o si impone a un autore e chiede che si racconti la sua storia. In certi casi il personaggio ha soltanto un nome, o un cognome. Oppure si interessa di… Capita, talvolta, che l’autore dia avvio al processo di scrittura partendo da un’immagine, o da una frase. È un terreno molto più insidioso, che può rivelare comunque aspetti inediti, una sorta di “viaggio interiore” per chi scrive, una ricognizione a vari livelli dell’esperienza di sé e del mondo.

C’è un autore al quale sono molto affezionato – credo di aver letto quasi tutti i suoi libri – che lavora nel modo che ho qui sopra illustrato. In uno dei suoi romanzi più riusciti, Un cuore così bianco (Einaudi, 1999), il madrileno Javíer Marias parla dell’amore e della morte, del segreto e della sua possibile convenienza, della persuasione e dell’istigazione. Il suo talento è stato quello di sviluppare una narrazione a partire da un fatto che apprendiamo già dall’incipit: «Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più una bambina ed era appena tornata dal viaggio di nozze, andò in bagno, si mise davanti allo specchio, si sbottonò la camicetta, si sfilò il reggiseno e si cercò il cuore con la canna della pistola di suo padre […]». Marias si aggroviglia a questo evento tragico per ricostruire la vita di Juan e dei personaggi che gli ruotano intorno, coi loro dubbi esistenziali, trasmettendo al lettore un senso di perturbamento, la sensazione di una realtà ineffabile e scomoda, ardua da definire e anche da accettare. Non si esce indenni da un romanzo come questo, e volutamente l’autore ha adottato una narrazione (a lui congeniale) che manca di una direzione, che si interrompe per divagare, per seguire una digressione (forse solo apparente) o un inciso, e per tornare in seguito a rimarcare alcuni temi, aggiungendo ulteriori elementi alla riflessione, mutando le prospettive della nostra possibile comprensione del testo e così via.

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Apprendiamo cosa pensa lo stesso Marias del suo modo di scrivere in un brano tratto dal volume Literatura y fantasma (Siruela, Madrid, 1993): «Non solo ignoro ciò che voglio scrivere e dove voglio arrivare, e non dispongo di un progetto narrativo da enunciare prima o dopo la stesura dei miei romanzi, ma non so neppure, quando ne inizio uno, di cosa tratterà, o come si svilupperà, o quanti saranno i personaggi, né come andrà a finire. […] Esistono scrittori accorti e lungimiranti, per me invidiabili, che sanno, come Balzac o Fuentes, in cosa dovrà consistere la totalità della loro opera. […] Sono scrittori che, per così dire, lavorano con una mappa, e prima di mettersi in marcia conoscono già il territorio che devono attraversare: si limitano a percorrerlo, sicuri di conoscere i mezzi adeguati per riuscirvi. […] Io lavoro piuttosto con la bussola, e non solo ignoro i miei propositi e cosa voglio o di che parlare in ogni occasione, ma non conosco neppure la rappresentazione, per utilizzare un termine che possa contenere sia ciò che suole chiamarsi trama, argomento o storia, sia l’apparenza formale o stilistica o ritmica, sia la struttura. Scrivere senza regole è, credo, molto pericoloso, e il più delle volte dà risultati disastrosi».

Ho evidenziato due modi antitetici di trattare il nostro soggetto per sottolineare quanto non ci siano regole rigide nella scrittura. La scrittura è espressione del nostro modo di essere, anche se può e deve (in parte) venir disciplinata. Lo stesso Marias, nel suo “vagare con la bussola”, riconosce la pericolosità di non darsi delle regole; non posso pensare che un romanzo come Un cuore così bianco, pur composto con un simile “orientamento” nello sviluppo della narrazione, non sia stato sottoposto, in seguito, a un’attenta revisione da parte del suo autore, a un’armonizzazione delle situazioni e degli argomenti, allacciati tra loro nei diversi fili che compongono un gomitolo variegato e solo apparentemente inestricabile.

Fin qui abbiamo in parte esplorato la questione del soggetto, della “traccia” o “scaletta” che dir si voglia. Nei manuali di scrittura creativa potete trovare questi argomenti pure sotto la voce di storiao fabula, in contrapposizione al discorso o intreccio. Diremo perciò che per storia o fabula si designa una successione di avvenimenti reali o fittizi che formano l’oggetto della nostra narrazione. Gravitiamo, pertanto, sul piano dei contenuti.

Se avete qualche domanda da farmi a proposito del soggetto vi esorto a utilizzare i commenti in calce al post. Sono altresì gradite anche le vostre opinioni in merito agli argomenti fin qui trattati. La prossima volta prenderemo in esame il discorso o intreccio. Vi aspetto.

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Commenti

Caro Alberto,
Intervento molto interessante e arricchente, con un implicito, molto gradito, suggerimento di lettura.
Grazie.

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