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Scrittura creativa – Il finale

The EndCi sono delle regole per scrivere un finale? Se in scrittura creativa si fa un gran parlare dell’incipit – deve agganciare il lettore, destare curiosità e coinvolgimento nella storia –, il finale è altrettanto rilevante? Alla prima domanda, d’istinto, mi viene di rispondere “mah…”; alla seconda un deciso “sì”.

Partiamo dal sì. Il finale, o explicit, è un momento di grande importanza e non va trascurato. Se avete lavorato bene al vostro script, il finale è una sorta di catarsi (così diceva Aristotele nella Poetica), una “purificazione dell’animo”: il momento in cui tutta la tensione accumulata durante la lettura trova il suo scioglimento. Accade, talvolta, che l’explicit ci deluda fortemente, come lettori, che ci lasci con l’amaro in bocca per la sua irresolutezza, per un esito infausto o perché abbiamo la sensazione che l’autore non sapesse più dove andare a parare e in chiusura non abbia saputo trovare una buona idea per sbrogliare la matassa narrativa.

Sono, questi, aspetti opinabili; molto è lasciato al gusto soggettivo del lettore. Se esaminiamo i classici, o comunque dei campioni rappresentativi di narrativa, scopriamo che sono diverse le tipologie di finale. Quel che mi preme sottolineare è che questi diversi tipi di finale non sono in dipendenza dal genere narrativo praticato o da tecniche specifiche: il finale è sempre legato agli avvenimenti della storia che stiamo raccontando. È la storia che stiamo inventando a generare degli effetti; gli eventi che raccontiamo ne sono le cause e ci devono suggerire il finale.

Mi sto portando lentamente verso quel “mah…” iniziale, a proposito delle “presunte” regole sul finale. Nel finale portiamo a una soluzione tutte le questioni che abbiamo aperto nel racconto, cerchiamo di chiarire o spiegare le trame principali ma anche le sottotrame. Il protagonista riesce o fallisce miseramente? Ha trovato quel che cercava? È riuscito a risolvere i suoi problemi, a redimersi agli occhi dei suoi amici, parenti, conoscenti e della società? Ha trovato l’amore? Recupera il malloppo? Si allontana in tempo, su una navetta di salvataggio, prima che il pianeta esploda?

Pensate al momento in cui avete ideato la vostra storia. Avete disseminato vari indizi, creato una successione di eventi, più o meno intrecciati tra loro, li avete distribuiti in sequenze temporali e spaziali, avete costruito una rosa di personaggi e li avete fatti interagire tra loro. È naturale che, in questo febbrile andirivieni, abbiate pensato a un finale della storia. Magari non vi è stato chiaro ed evidente fin da subito, ma proseguendo nella narrazione è come se poteste intravederlo. I contorni non sono ancora nitidi, ma ci state arrivando a grandi passi: lo “scolpirete” scrivendolo. E limando ancora.

Ecco, magari le regole non ci sono, ma delle linee guida, ora che ci penso, ci potrebbero stare. Andate a rileggere cosa vi dicevo a proposito della costruzione del personaggio. È cambiato il personaggio nel corso della vostra storia? Se sì, dovete motivarlo. Risolvete il personaggio e la storia. Cosa gli è accaduto? Quali prove ha superato? Trovate un finale che si adatti alle caratteristiche del personaggio; che ne sia, per così dire, la diretta conseguenza. Cercate di renderlo efficace e funzionale. Se avete tratteggiato bene il vostro personaggio, è come se la storia vi prendesse per mano e andasse lentamente scrivendosi da sola. Abbiate fiducia nel processo.

Crimini e misfatti (1989) di Woody Allen è un film che indaga in profondità le scelte morali, il “cambiamento” dei personaggi e coinvolge il pubblico a dare un giudizio etico sul finale narrativo. Due vite parallele si sfiorano in occasione di una conversazione, nel corso di un ricevimento nuziale, nella società dell’alta borghesia newyorkese e tracciano in terza persona un bilancio delle loro esistenze. Il personaggio di Judah (un nome, un programma!), noto chirurgo oftalmologo e filantropo, è cambiato rispetto all’inizio della vicenda. Il medico tradisce da anni la consorte con l’ex hostess Dolores. L’amante, stanca di una relazione senza sbocco, cerca di rivelarsi alla moglie tradita per mezzo di una lettera che – intercettata dallo stesso Judah – non arriverà mai a destinazione. Minacciato da Dolores, Judah si rivolge al fratello, che la fa assassinare da un sicario. Il medico la farà franca; salverà la sua reputazione, ma non la sua integrità morale. Il documentarista Cliff, deluso dalla sua vita e da un rapporto coniugale che si trascina stancamente, trova nella dolce Halley un possibile riscatto. I due sono attorniati da un ambiente vacuo e autocelebrativo, rappresentato dal cineasta Lester, figura invadente e ipertrofica, miliardario di successo e di dubbia moralità, che ricopre Halley di attenzioni. Cliff è innamorato della ragazza e la corteggia timidamente; tra loro c’è un coinvolgimento emotivo e una condivisione di valori. Stimano il professor Levy, figura di grande spessore intellettuale e celebratore della vita. Ma quando il professore si suicida, giustificando la sua scelta estrema con una banale frase d’addio, il mondo di Cliff e Halley vacilla, così come i loro riferimenti. Halley finirà per cedere al corteggiamento del tronfio Lester e Cliff rimarrà uguale a se stesso, personaggio umbratile e disilluso nei confronti dell’esistenza.

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Non è un happy end, ne converrete. Se volete un finale lieto potete sempre affidarvi a Jane Austen e al suo Persuasione (1817). Anne Elliot è la secondogenita di Sir Walter Elliot; sua madre è morta da tempo e sua sorella Elizabeth ha preso il suo posto nella gestione della casa; la sorella minore, Mary, ha invece sposato un ricco proprietario terriero. Gli Elliot sono orgogliosi della loro posizione sociale, a parte Anne, che non dà peso alle differenze di classe, ma si fa comunque convincere da Lady Russel, la migliore amica di sua madre, a rompere il suo fidanzamento col capitano Wentworth, un ufficiale di marina di ceto inferiore e senza molte prospettive per il futuro. I due – che comunque si amavano – si ritrovano dopo otto anni, complice il fatto che il cognato dell’ufficiale, l’ammiraglio Croft, ha affittato la residenza degli Elliot, indebitatisi per aver vissuto al di sopra delle loro possibilità. Anne scopre che nel frattempo Wentworth è diventato ricco in seguito a una promozione, ottenuta per il suo ruolo nelle guerre contro Napoleone. Non è questa la molla decisiva a ricomporre la coppia, che chiarisce i propri sentimenti attraversando diverse peripezie, ma diciamo che famigliari e i parenti dei due si ricompattano, in parte, proprio in virtù del cambiamento del loro status sociale. Al coronamento del sentimento amoroso segue un wind-up, un capitolo conclusivo dove la Austen rivela al lettore il destino dei vari personaggi coinvolti nella storia (Sir Elliot, le due sorelle di Anne, la stessa Anne e il suo capitano, Lady Russel tra gli altri). Lo stratagemma, a bocce ferme e dopo la soluzione della vicenda, ha l’obiettivo di offrire al lettore, in prospettiva e da una certa distanza, un affresco della società delineata nel romanzo nel confronto con gli imprevisti che la vita ci riserva.

Un finale similare, aperto, dove la storia viene contemplata a distanza di tempo dal protagonista che l’ha vissuta, si ha in Lolita di Vladimir Nabokov. H. H. è in carcere, dopo aver ucciso Quilty, il regista che gli ha portato via la figliastra Lolita, per la quale aveva un attaccamento morboso. Lei si era rifatta viva a distanza di tempo, col bisogno di denaro. Era stata scaricata da Quilty; ormai era una diciassettenne, in attesa di un figlio dal marito Dick, che non conosce nulla del suo passato. Una vicenda torbida e scabrosa si compensa e sublima nella bellezza che sfiorisce ma rimane eterna nell’arte. «Questa, dunque, è la mia storia. […] nessuno di noi due sarà vivo quando il lettore aprirà questo libro. […] Sii fedele al tuo Dick. Non lasciarti toccare dagli altri. Non parlare con gli sconosciuti. Spero che vorrai bene al tuo bambino. Spero che sarà un maschio. Spero che quel tuo marito ti tratti sempre bene […] Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell’arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere, mia Lolita.» (Vladimir Nabokov, Lolita, Adelphi, 1993, traduzione di Giulia Arborio Mella)

Ci sono anche finali che costituiscono una vera e propria cesura, un’interruzione più o meno netta della storia. J. R. R. Tolkien ha scritto un monumentale romanzo come Il signore degli anelli (1954), e come lo termina? «Egli trasse un profondo respiro. “Sono tornato”, disse.» Dopo tutta una serie di conflitti e avventure uno ha pure diritto a riposarsi, che ne dite?

Altri finali sono basati sul ribaltamento, sul colpo di scena finale. In La versione di Barney di Mordecai Richler (Adelphi, 2000), Barney è un ricco ebreo canadese, produttore televisivo di successo. Si decide a scrivere un’autobiografia per dare la sua versione dei fatti che hanno portato alla morte del suo amico “Boogie” Moscovitch, per liberarsi dall’accusa di omicidio mossagli dallo scrittore Terry McIver. I dubbi del lettore circa la presunta colpevolezza di Barney vengono fugati nel “poscritto” del testo, opera del figlio Michael, in cui si spiegano i “vuoti di memoria” di Barney (dovuti all’incipiente Alzheimer) e si svela il mistero su Boogie (grazie, nientemeno, che a un Canada Air!).

Infine, possiamo avere dei finali che rilanciano la narrazione. È il tipico caso dei romanzi seriali, o comunque di sceneggiature per la Tv e il fumetto. In questi finali è piuttosto frequente che al termine di un combattimento senza esclusione di colpi, che ha visto trionfare l’eroe di turno, il robot assassino (per esempio un Terminator e simili) sia deflagrato nell’esplosione di un sinistro laboratorio sotterraneo. Ma sotto le macerie annerite e fumanti, un rosso occhio cibernetico lampeggia ancora, poco prima della parola “fine”. È pronto l’antefatto di un nuovo episodio.

E voi: avete già un finale per la vostra storia? La vostra avventura con la scrittura creativa è appena iniziata, forse, ma il mio contributo finisce qui. Alla prossima.

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