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Scrittori da (ri)scoprire – Fausta Cialente

Scrittori da (ri)scoprire – Fausta CialenteTra le scrittrici italiane che hanno affrontato le tematiche femministe, spesso in forte anticipo sul loro tempo, spicca senz’altro Fausta Cialente (Cagliari, 1898 – Pangbourne, 1994). Figlia di un ufficiale di carriera abruzzese e di Elsa Wieselberger, appartenente all’élite culturale e sociale della Trieste asburgica, cresce spostandosi in continuazione da una città all’altra a causa dei trasferimenti imposti al padre e compiendo per questo studi irregolari, che non le impediscono comunque di manifestare una precoce vocazione letteraria. Il fratello Renato, maggiore di lei di un anno, si appassiona invece al teatro e diventa il più importante attore della sua generazione.

Tra i continui spostamenti della famiglia esiste comunque il punto fermo della casa triestina della famiglia materna, dove i Cialente trascorrono le vacanze estive in un ambiente molto vivace dal punto di vista culturale, grazie soprattutto al nonno musicista. Anche la madre aveva iniziato una carriera da cantante lirica, interrotta dal matrimonio.

 

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Quando il padre abbandona la carriera militare per tentare infelici avventure commerciali la famiglia, ridotta in ristrettezze economiche, si stabilisce a Milano e poi a Genova dove trascorrerà il periodo della Prima guerra mondiale. Qui nel 1920 Fausta incontra Enrico Terni, colto e benestante vicedirettore del Banco di Roma ad Alessandria d’Egitto. I due si sposano nel 1921 a Fiume, dove D’Annunzio aveva instaurato una città stato con leggi autonome, che includevano il divorzio (Terni era separato dalla prima moglie) e si trasferiscono ad Alessandria. Qui la Cialente frequenta una società cosmopolita, ha a disposizione la ricchissima biblioteca della famiglia del marito e inizia a scrivere con regolarità. Nel 1927 scrive il primo romanzo, Natalia, che in Italia viene pubblicato nel 1930 ma che, nonostante un’accoglienza più che positiva, viene censurato dal regime perché contiene la descrizione di una scena di lesbismo e una critica severa della disfatta di Caporetto. Anche il secondo romanzo, Cortile a Cleopatra, incontra qualche difficoltà e viene pubblicato a Milano solo nel 1935.

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In quel periodo Fausta Cialente diventa amica di Sibilla Aleramo, di cui apprezza il romanzo protofemminista Una donna e che l’aiuta a farsi conoscere di più nel mondo letterario ed editoriale italiano, dove pubblica diversi racconti e romanzi brevi. Casa Terni ad Alessandria diventa un rifugio per espatriati e rifugiati politici, ma nel 1940, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, la scrittrice si trasferisce al Cairo, dove per tutta la durata del conflitto lavora come giornalista militante a Radio Cairo, conducendo programmi destinati a informare gli italiani al di là della propaganda fascista e svolgendo anche missioni in Palestina. Nel 1943 Renato Cialente, il fratello attore, muore in un misterioso incidente stradale a Roma, investito da una camionetta tedesca all’uscita dal teatro dove aveva messo in scena per la prima volta un’opera di Gorkij.

 

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Alla fine della guerra Fausta Cialente si separa dal marito e torna in Italia, continuando un’intensa militanza politica e culturale in vari giornali legati al PCI di Togliatti, soprattutto in «Noi donne», periodico dell’Unione Donne Italiane, insieme all’amica Alba De CéspedesSi stabilisce a Roma, fa molti viaggi al seguito della figlia Lili che ad Alessandria aveva conosciuto e sposato un diplomatico inglese, e solo nel 1961 riprende pienamente l’attività letteraria pubblicando Ballata levantina, romanzo che, come quasi tutte le sue opere successive, combina narrazione autobiografica e indagine storica e che arriva secondo al Premio Strega. Negli anni successivi si dedica al recupero e alla riedizione di molti racconti giovanili, finché nel 1966 pubblica un altro romanzo, Un inverno freddissimo, ambientato nella Milano del 1947 alle prese con le macerie della Seconda guerra mondiale. Qualche anno dopo il romanzo diventa uno sceneggiato televisivo di largo successo, Camilla, diretto da Sandro Bolchi e interpretato da Giulietta Masina.

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Negli anni Settanta arriva infine il maggior successo della Cialente, Le quattro ragazze Wieselberger (1976), vincitore del Premio Strega, che racconta, attraverso le vicende della famiglia materna, quelle della borghesia di Trieste che da asburgica diventa irredentista e poi nazionalista, fornendo un forte supporto all’ascesa del fascismo. Negli stessi anni la scrittrice, ormai quasi ottantenne, si dedica a molte traduzioni dall’inglese, tra cui una molto apprezzata dei celebri romanzi di Louise May Alcott della saga di Piccole donne, autrice che ammira molto per la sua visione del mondo femminile.

Fausta Cialente trascorre gli ultimi anni in Inghilterra, dove si era stabilita la figlia Lili, morendo novantacinquenne a Pangbourne, un paesino sulle rive del Tamigi.

 

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Perché rileggere oggi questa scrittrice, di cui il mondo letterario si era dimenticato già molto prima della sua scomparsa? Perché i suoi romanzi sono densi di temi che spesso sarebbero stati sviluppati solo in seguito, dal nazionalismo al colonialismo, con molta attenzione anche per le persone più deboli e sfruttate, raccontandoci la vita di una donna e di un’intellettuale cosmopolita, attenta, curiosa ed estranea al provincialismo, spesso fin troppo presente nella narrativa italiana. Le sue protagoniste femminili, in particolare, sono eroine forti, intraprendenti e capaci di esternare esigenze ed emozioni in un modo che sarà proprio solo di scrittrici della generazione successiva.

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