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Schiava a sedici anni – L’ultimo viaggio di Silvia

Schiava a sedici anni – L’ultimo viaggio di SilviaSi chiude qui, con una bracciante italiana, questo viaggio per sfruttati e sfruttatori, in giro per l’Italia. E si chiude dove sono partito, in Puglia, in provincia di Brindisi. Silvia è di Mesagne, comune noto per fatti di mafia e di corruzione politica. È una bracciante di appena sedici anni: una giovanissima lavoratrice a nero.

«Non so fare altro. A scuola non ci voglio andare più. Se non lavoro, mi sposo. Ma mo’ non tengo testa per sposarmi. Voglio un fidanzato come si deve, ma qua non ci stanno»

 

Siamo davanti alla bella struttura del castello di Mesagne. Un edificio che circonda il centro storico e lo domina con tutta la sua poderosa vastità.

 

«Ma tu vieni da una famiglia di braccianti?»

«Di braccianti e caporali. Mio zio è caporale. Grazie a lui abbiamo lavorato tutti. È un lavoro che ti spacca la schiena, ma che altro possiamo fare. Noi non abbiamo terra. Zio ha comprato tanta terra, così mo’ lavoro per lui»

 

In Salento si sta verificando, infatti, questo fenomeno. Sono i caporali a comprare la terra e a diventare padroni. Da piccoli e feroci aguzzini a latifondisti senza scrupoli.

 

«Lo zio tiene sotto cento persone solo sulla terra sua. A me mi ha chiesto di comandare una squadra…»

«E tu?»

Tentenna decisamente. Scuote la testa.

«No. Non lo voglio fare. Faccio questo lavoro da quando avevo tredici anni. Non andavo a scuola per venire in campagna… Non me la sento. Lui è ricco, ma io non voglio farmi la terra su quelli come a me»

 

Comprendo. C’è una divisione morale tra lei e lo zio caporale: uno iato.

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«La terra è dura. Durissima. Io non ci lavorerò ancora per molto. A diciotto anni me ne vado in Svizzera, dove c’ho un altro zio, ma questo è bravo. Fa il pasticciere»

 

Questi sono comuni di emigranti. Zone dalle quali nei decenni sono partiti in migliaia per andare a servire l’Europa centro-settentrionale. D’estate i comuni si riempiono di famiglie miste: bruni i mariti, bionde e grasse le mogli, straniti e fuori luogo i figli.

 

«Allora ti fidanzi con un bello svizzero!»

«Vediamo. Mo’ mi metto i soldi da parte, poi si pensa. Sono brava a cucinare, voglio aprire un ristorante», fa e sorride.

«Da quanto tempo tuo zio fa il caporale?»

«Quello è nato violento, mia madre lo dice sempre. Se no non diventava potente. Ha cominciato con le donne. Poi una se l’è sposata. Dopo è passato ai maschi. I maschi sono difficili da governare, vanno presi a mazzate, non vogliono stare sulla pianta e rovinano il pomodoro. Scuotono troppo forte e il pomodoro cade e si ammacca. Lui gli ha insegnato il lavoro, ai maschi. È uno bravo. Sa come si raccoglie, perché quello faceva lui da bambino. Noi siamo una famiglia che viene dalla terra, te l’ho detto»

«Avete litigato con la scuola», commento.

«Sì, per questo siamo poverelli. Tranne mio zio»

 

È l’amara lezione della storia meridionale. Chi studia, può farcela, ma chi non studia ce la fa solo con la testa e con le mani. È la storia dei caporali e dei banditi della Sacra Corona Unita, dei pescetti che si fanno squali e si pappano la roba degli altri con il sangue degli altri.

 

«E tu te ne vuoi andare perché non ce la fai più?»

«Perché se resto finisco come loro. Se me ne vado, almeno c’ho una speranza. L’ultima speranza»

 

La guardo. La fisso. Sente il peso di generazioni di sfruttati. Andrà via, forse, per provare a cercare altrove non un salario più congruo, ma una libertà che qui irrimediabilmente non ha. Mi alzo, ci salutiamo.

 

«Domani vado a raccogliere le olive. Vuoi venire?», dice ridacchiando.

 

La ringrazio, le sorrido e penso che se mio nonno non fosse venuto via da queste terre anche io, adesso, sarei bracciante come Silvia.


Segui il nostro speciale I nuovi schiavi. Reportage tra i lavoratori agricoli.

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