Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

Come leggere un libro

Perché è importante leggere

Scacco Matto – “Il desiderio di essere come tutti” di Francesco Piccolo

Scacco MattoUna delle parti più importanti di un articolo è quella che non si vede, anche se il lettore la  decodifica immediatamente: la documentazione. Per scrivere la recensione di un romanzo, bisognerebbe averlo letto, certo, ma spesso questo non basta. Chi ha scritto quel libro? Cosa ha prodotto prima quell’autore? È stato già intervistato da qualcuno? E cosa ha detto? Insomma, documentarsi sull’autore oltre che sull’opera non fa mai male; in più, può regalare delle sorprese. Per la seconda uscita di Scacco Matto, sfida a colpi di parole che vedrà ogni mese me (Ivonne Rossomando) e Pierfrancesco Matarazzo confrontarsi sulla scacchiera di personaggi e idee su cui si regge un romanzo, abbiamo scelto un libro che di documentazione ne ha richiesta molta: Il desiderio di essere come tutti (edizioni Einaudi, 2013, finalista al Premio Strega) di Francesco Piccolo. Nato come giornalista, Piccolo si dedica alla scrittura sia in forma di saggio o fiction sia di sceneggiatura. Ed è qui che la sorpresa di cui parlavamo ci ha folgorato sulla famigerata via di Damasco. Che fosse lo sceneggiatore di film come Il capitale umano di Virzì, Caos calmo di Grimaldi e Habemus Papam di Moretti era per noi cosa nota, ma non ricordavamo che ci fosse sempre Francesco Piccolo dietro la sceneggiatura di alcuni dei più interessanti film di Soldini. Premettiamo, comunque, che questa felice scoperta non ci ha influenzato nelle nostre posizioni e quindi partiamo, l’un contro l’altro armati… di idee, naturalmente.

Cominciamo come al solito dalla storia che l’autore ci propone.

Il romanzo di Francesco Piccolo ripercorre cinquant’anni di vita dello scrittore e dell'Italia politica del suo tempo, e le connessioni che fra i due mondi si sono generate. Nella sua personale storia della politica italiana, Piccolo ci descrive i personaggi che ha amato e “odiato”: da Berlinguer a Craxi, da Moro a Bertinotti, da Zaccagnini a Berlusconi. Partendo dalla propria esperienza (la militanza politica, la sceneggiatura del film Il Caimano,la collaborazione con Fazio e Saviano), l'autore sembra rivolgersi, senza timore, al Partito Democratico per invitarlo a non rifare gli errori del passato, a "rottamare" il tabù della superiorità morale. Questo libro si muove sul doppio binario del rimpianto e della voglia di cambiamento per il Paese e per la sinistra italiana, che deve imparare a coniugare la leggerezza con l'impegno politico, «deve procurarsi il cibo, ma anche coralli per fare collane». Un libro in cui tanti si riconosceranno, per affinità o per contrasto, e che genererà nuovi e preziosi dubbi sul nostro futuro.

 

Il primo impatto:

PF: Il libro si apre con una spedizione di un gruppo di ragazzini in una Reggia di Caserta chiusa. Il loro obiettivo è una Coca Cola rubata. Sarà perché per me è sempre stata un mistero fin da bambino (perché costruire una copia di Versailles di una bellezza folgorante e poi accerchiarla di palazzacci moderni e lasciarla lentamente e inesorabilmente andare in rovina?); sarà perché l'epifania come lettore e scrittore mi è sempre piaciuta (e il libro di Francesco Piccolo ne è, a dir poco, costellato), ma questo incipit ha subito attivato la mia immaginazione. C’ero anch’io con quel gruppo di ragazzini. Anch’io sarei stato quello che rimaneva indietro per provare le sensazioni che mi stavano rincorrendo in quel parco sconfinato, le orme emotive di tutte le persone che mi avevano preceduto in quel posto. E per la prima volta anch’io, come l’io narrante, non sarei stato da solo. Poi l’incanto si rompe. Piccolo non riesce a far finire il capitolo lì, a saziarsi della sua intuizione. Vuole fare di più e presenta al lettore un’altra epifania del protagonista (legata al colera in Campania), che riesce solo a raffreddare l'entusiasmo iniziale.

IR: Prendere in mano questo libro è come prendere in mano una videoteca politica, cui il lettore accede con Piccolo che fa da telecomando e sceglie per noi gli eventi più rilevanti degli ultimi cinquant'anni. Sono d'accordo sul fatto che la Reggia di Caserta, da cui parte la narrazione, sia un magnifico simbolo della decadenza di un palazzo di straordinaria bellezza, ma ciò che mi ha maggiormente colpita è stato vederla profanata da Berlusconi e dai “suoi” ospiti del G7, per i quali è diventata occasione di una “plateale” battuta.

 

Struttura:

PF: Francesco Piccolo tenta una strada non facile: unire il saggio giornalistico al mémoire in cui le vicende personali dell'io narrante si sovrappongono a quelle politiche, come se potessero completarsi solo le une nelle altre. Tentativo ambizioso e apprezzabile in un sistema di omologazione che i romanzi italiani stanno vivendo, ma non del tutto riuscito. Eppure le intuizioni interessanti non mancano, ma spesso sono affogate dalla sovrabbondanza di dettaglio, sia nelle dinamiche politiche sia in quelle personali, trasformate troppo spesso in semplici aneddoti che appaiono sganciati dal resto della narrazione.

IR: Il dettaglio a volte è necessario. Nel contesto attuale e generalizzato di commemorazione, Piccolo è riuscito a rendere il ricordo di Berlinguer particolarmente toccante. Pensiamo a quando, da solo, davanti alla TV che trasmette i funerali, Piccolo saluta il suo mentore politico con il pugno chiuso. L'amore per quest’uomo permea tutta l'opera. È dalla sua parte che si sente Piccolo quando al quarantatreesimo Congresso Socialista (11 maggio 1984) il “suo” leader viene fischiato mentre Craxi, con brutale schiettezza, afferma: «Io non ho fischiato solo perché non so fischiare». La struttura del libro gioca con i ricordi politici dell'autore, con i suoi amori, con la sua idea di superficialità, ma si basa anche sull'analisi di quella purezza e superiorità morale che egli, oggi, rimprovera a Berlinguer e al suo partito: «Gli uomini delle caverne rischiavano la vita non solo per procurarsi cibo, ma anche coralli per fare collane», scrive Piccolo; perciò anche la sinistra deve imparare a coniugare la leggerezza con la serietà, altrimenti resterà sprezzante ed élitaria.

 

Personaggi:

PF: Qui forse la parte più complessa da gestire per l’autore. I personaggi "quotidiani" di Piccolo fanno da fondale a quelli politici e sembrano partecipare al flusso narrativo come trascinati su una grande chiatta da cui l'io narrante pesca a piacimento per accompagnare la narrazione che gli preme di più, quella politica. I personaggi talvolta trasformano l'aneddoto in stereotipo, come nel caso della zia comunista sposata a uno zio democristiano, o peggio in rappresentazione lineare del pensiero dell'autore, senza concedere al lettore sfumature inattese, come nel caso della partita di tennis con l'amico Alessandro, cui piace vincere sempre. È sempre l'io narrante a muoverli sulla sua scacchiera, senza lasciare loro la libertà di una diversità, di una sorpresa.

Discorso a parte va poi fatto sulla superficialità, vera protagonista di questo testo. Superficialità che l'io narrante dice di invidiare e addirittura di ammirare nella sua compagna Chesaramai, grazie alla quale sarebbe riuscito a non avvilirsi troppo nella sua esistenza. Superficialità del suo primo amore nel seguire ciecamente le battaglie rivoluzionarie. Superficialità del suo compagno di tennis, che solo vincendo riusciva a parlare con lui nel dopopartita. Superficialità di tutti a parte Berlinguer, suo idolo, in cui Piccolo prova a identificarsi più di una volta, dichiarando di voler essere come tutti gli altri, ma felice di essere diverso, migliore di tutti quelli che ha intorno. Il senso di godimento che l'autore imputa alla Sinistra italiana, che preferiva perdere pur di poter affermare la sua "superiorità morale" e il suo non essersi abbassata al compromesso, sembra rimanere, anche se negata alla fine del libro. Un’innata rivendicazione di Francesco Piccolo.

IR: La parte più piacevole. I personaggi sono "leggeri" e divertenti. Piccolo, così simile a Robert Redford, e la sua fidanzatina “militante”, così simile a Barbra Streisand nel film Come eravamo, rappresentano gli stereotipi diversi di due adolescenti in cui è facile immedesimarsi. Il primo semplicemente innamorato, l'altra impegnata politicamente che «non si arrende mai». Pittoresche anche alcune figure femminili, come la madre che, in pieno colera, versa al figlio delle gocce purgative nel latte, o la moglie Chesaramai capace di sdrammatizzare tutto e tutti. Certo i personaggi politici sovrastano: da Berlinguer a Craxi, da Cossiga a Berlusconi a Moro. Ma anche alcuni personaggi letterari come la Ginzburg, Weber e Kundera hanno i loro spazi riservati. Un caleidoscopio di possibilità che, per la loro duttilità, ci avvicinano al mondo dell’autore e ce lo fanno amare.

[I servizi di Sul Romanzo Agenzia Letteraria: Editoriali, Web ed Eventi.

Seguiteci su Facebook, Twitter, Google+, Issuu e Pinterest]

Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tuttiStile:

PF: Lo stile è duplice. Giornalistico e appassionato, per la cronaca politica; quello di un protagonista che ha effettivamente vissuto gli eventi di cui ci racconta. Giudicantee distaccato per tutto ciò che l’autore tenta di sovrapporre ai “fatti”. Non so se sia stata una scelta ragionata di Piccolo, ma la narrazione e soprattutto il ritmo non ne giovano, soprattutto nelle giunzioni fra i due mondi e i rispettivi stili narrativi. Il lettore è disorientato e, nel tentativo di non perderlo, l'autore a volte ricorre a reiterazioni delle stesse azioni e degli stessi concetti che rallentano il ritmo della narrazione.

IR: Il libro ha una sua suggestione proprio perché ricrea certe struggenti nostalgie, come un film, una canzone, un luogo della memoria; smuove le nostre emozioni coinvolgendoci nei ricordi e nella gioia di averli ritrovati. Lo stile è profondamente legato alla formula del libro: essenziale, diretto, a volte contraddittorio, come gli eventi che racconta. Inoltre, forte delle sue esperienze di giornalista e di sceneggiatore, Piccolo rende il tutto disincantato, attento all’obiettivo da raggiungere: dimostrare la propria tesi sulla sinistra italiana.

 

La conclusione:

PF: Il desiderio di essere come tutti ha il merito di ripercorrere una buona fetta di storia italiana, dichiarando la propria "appartenenza" fin dall'inizio, liberando il lettore dal dubbio che pervade questo tipo di libri: per chi tifa l'autore? La lettura permetterà a tutti quelli nati dagli anni '80 in poi di scoprire molte delle origini dei problemi che oggi stanno vivendo. Certo, si è persa l'occasione di trasformarlo in un romanzo, e quindi di creare caratteri di cui il lettore si potesse innamorare e in cui si potesse immedesimare. Lo stesso ragazzino che mi ha fatto entusiasmare mentre percorreva l'immenso giardino della Reggia di Caserta, non si ritrova più nell'uomo che ricorda politica e storia personale, se non in rari e troppo isolati momenti: «La sensazione era che la vita si era ristretta, diventando adulti. I fatti diminuivano e aumentavano i ragionamenti sui fatti». Troppo spesso il giudizio morale, da cui Piccolo sostiene di essersi affrancato, grazie alla “superficialità positiva” che ha scelto come compagna dei suoi anni più recenti, viene fuori e divide di nuovo il “puro” (che ha scelto di vivere con gli “impuri”) da tutti gli altri, e il lettore se ne accorge.

IR: Un libro piacevole e accattivante soprattutto per chi ha l'età di Piccolo e ha vissuto quei tempi in maniera coinvolgente, ma utile anche per far conoscere a tanti giovani la politica e le idee di uomini come Moro, Berlinguer e Craxi, che oggi appaiono dimenticati. La conclusione del libro sembra riepilogare tutto il senso della vita dell’autore: «Tantianni passati a inseguire un me migliore sono stati faticosi e hanno ottenuto poco o niente». Meglio dunque costruire invece che criticare, includere invece che escludere, riconoscersi nel nuovo e non ancorarsi a un passato ormai superato. La modernità non deve essere più «confusa con la faciloneria e la mancanza di alti principi». Se un tempo Piccolo si guardava allo specchio, ma i vestiti che indossava non erano i suoi, alla fine del suo percorso sembra riuscire ad accettarsi con i suoi limiti, a intravedere il cambiamento. Perché egli è convinto che un cambiamento in meglio arriverà.

E adesso tocca a voi. Diteci cosa ne pensate.

Il tuo voto: Nessuno Media: 4.8 (4 voti)
Tag:

Commenti

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.