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“Santo subito”. Ricordo di Giovanni Paolo II a 10 anni dalla sua scomparsa

Giovanni Paolo IIAl funerale di Giovanni Paolo II, trasmesso in mondovisione, furono ovunque visibili cartelli con la scritta «Santo subito». La partecipazione fu così vasta che le compagnie telefoniche mandarono degli sms di servizio, per fornire indicazioni meteo, per avvisare che le code per omaggiare la salma del pontefice erano lunghe, che era preferibile utilizzare il trasporto pubblico eccetera. È stato il primo Papa per il quale sono stati utilizzati gli sms. Era una novità, ma la comunità internazionale era abituata ai cambiamenti che la figura prodiga e imprevedibile di questo Papa portava con sé.

I quasi ventisette anni del suo pontificato non sono facili da tracciare in un breve excursus, né l’uomo, come il Papa, è imbrigliabile in un rassicurante stereotipo. Fu il Papa di tanti che crebbero con lui, guidati dalle sue parole e dai suoi insegnamenti. Molti lo amarono perché lo sentivano vicino – non solo per le cronache televisive, per mezzo delle quali entrava nelle case quasi ogni giorno – ma per la sua sensibilità moderna, per il suo essere uomo e fare le cose che ogni uomo in Occidente faceva: andare in vacanza d’estate, sciare in inverno e rendere tutti partecipi delle sue sofferenze e crisi. Ma non si comprende appieno la figura di Giovanni Paolo II se non lo si colloca, in prospettiva, sul fondale della sua patria, dominata e spartita a più riprese da varie potenze straniere e amata lungo tutta la sua esistenza, come ebbe a scrivere lui stesso in Alzatevi, andiamo! (Libreria editrice Vaticana – Mondadori, 2004): «Essendo nella storia il primo della stirpe polacca, figlio della terra polacca, a essere diventato successore di Pietro, pontefice non solo polacco, ma slavo, provo un particolare debito nei confronti della mia patria, e pertanto di tutti i miei connazionali. Penso che la patria, la sua storia, la storia della Chiesa, la storia della nazione mi abbiano in un modo eccezionale preparato a essere solidale con tutte le nazioni del mondo. Non per nulla i polacchi, durante la loro storia, hanno cercato alleanze, si sono uniti con i loro vicini più stretti; non per nulla, poi, combattevano “per la nostra e la vostra libertà”».

Sono parole sulle quali soffermarsi proprio in virtù della coerenza delle sue scelte e del suo operato. Per certi aspetti, Karol Wojtyla è stato davvero l’uomo che ha vinto la guerra fredda senza sparare un colpo, mantenendo, agli esordi della sua carriera ecclesiastica, un profilo basso e tessendo relazioni nell’ombra. Nel settembre del 1939 la Germania invase la Polonia e la nazione fu occupata prima dalle forze naziste e in seguito da quelle sovietiche. Potrebbe sconcertare, di primo acchito, l’atteggiamento di fiducia provvidenziale del futuro Papa nei confronti dei due totalitarismi: «Il Signore Dio ha concesso al nazismo dodici anni di esistenza e dopo dodici anni quel sistema è crollato […] Se il comunismo è sopravvissuto più a lungo e se ha ancora dinanzi a sé […] una prospettiva di ulteriore sviluppo, deve esserci un senso in tutto questo. […] Ciò che veniva fatto di pensare era che quel male fosse in qualche modo necessario al mondo e all’uomo» (in Memoria e identità. Conversazioni a cavallo dei millenni, Libreria Editrice Vaticana – Rizzoli, 2006). Cristina Siccardi, in Giovanni Paolo II. L’uomo e il Papa (Edizioni Paoline), parla, in proposito, di una contraddizione in termini: il male, come imperfezione del bene, non può mai essere necessario e perciò positivamente voluto. Wojtyla sembra confondere la tolleranza divina nei confronti di un atto o di una serie di atti malvagi con la loro necessità per il compimento del disegno divino. Questo suo atteggiamento non era solo espressione di una generale apertura della Santa Sede verso i regimi comunisti dell’Est europeo dopo la caduta del nazismo, ma dava nuovo alimento alla devozione popolare in Polonia e si configurava come una resistenza “passiva” all’ateismo comunista. Karol Wojtyla incarnava il “sensus fidei”, la Chiesa della tradizione apostolica contro lo strapotere delle autorità tiranniche.

Una figura centrale nella vita di Karol Wojtyla fu l’arcivescovo di Cracovia, Adam Stefan Sapieha. Nel 1942 la Gestapo vietò che si formassero nuovi seminaristi, ma Sapieha tenne in vita un seminario clandestino. In quello stesso anno, Wojtyla vi inizia i suoi studi da seminarista. È operaio alla Solvay, di giorno, e studente in incognito di notte. Quando nel gennaio del 1945 Cracovia viene abbandonata dalla Wehrmacht e le truppe dell’Armata Rossa conquistano la città, la Polonia si prepara a diventare uno Stato governato dal regime comunista, che reprimerà e ostacolerà con ogni mezzo, talvolta con ferocia, la Chiesa locale. Roma però decide di non turbare i delicati equilibri che la legano alle capitali dell’Est. L’allora Papa Pio XII, nel pieno della divisione dell’Europa in due blocchi, comprese che la Santa Sede avrebbe avuto un peso sempre più rilevante nel nuovo assetto politico che veniva configurandosi. L’unica soluzione per difendere la cristianità a Est era quella di sgretolare dall’interno il regime comunista, attraverso una serie di nomine attente. A 79 anni Sapieha fu insignito a Roma della porpora cardinalizia. Il Vaticano scommetteva su di lui, e Wojtyla era il suo pupillo.

Karol Wojtyla

Nel 1946 il giovane studente di Wadowice arriva a Roma per studiare alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino. Sapieha era preoccupato perché i servizi segreti polacchi avevano aperto un dossier sul suo protetto. La pressione della polizia segreta aumentò agli inizi degli anni Cinquanta. Si era creata una fitta rete di resistenza, anche grazie allo stesso Sapieha: i sacerdoti passavano di nascosto report alle agenzie occidentali, in particolare a Radio Libera Europa, diretta emanazione della Cia. In un primo tempo Wojtyla era apparso alle autorità polacche come un intellettuale astratto, un filosofo scollato dalla realtà – era appassionato di teatro e recitazione, aveva studiato, tra l’altro, San Giovanni della Croce, la Critica della ragion pura di Kant e pure Il Capitale di Marx – e perciò le lezioni che teneva nel seminario di Cracovia erano ritenute innocue. Solo in seguito, dopo aver acquisito ulteriore influenza, dalla fine dei Sessanta, Wojtyla avrebbe perso l’aura di moderazione e cautela e manifestato senza mezzi termini quell’anticomunismo filoatlantico che avrebbe visto il suo apogeo nell’asse col presidente Ronald Reagan e le relazioni diplomatiche Usa-Vaticano, all’altezza dei primi anni Ottanta. È questa una vicenda raccontata, con onestà, nei dettagli e con l’ausilio di una minuziosa raccolta di documenti da Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti in Wojtyla segreto. La prima controinchiesta su Giovanni Paolo II (Chiarelettere, 2011).

I primi viaggi del futuro capo della Chiesa ebbero inizio nell’estate del 1947. Wojtyla viaggiò a lungo in Europa, con i fondi di Sapieha. Anche dopo essere salito al soglio pontificio dichiarò di sentirsi prigioniero del Vaticano, confessando che gli sarebbe piaciuto viaggiare, andare dappertutto, venire a contatto con tutti i popoli e credi, nel segno di una fratellanza universale. E così fece: viaggiò più di tutti i precedenti papi messi assieme, con un bilancio di più di 170 visite in 129 Paesi. Anche in questo era un uomo del suo tempo, un innovatore del pensiero teologico. Di grande rilievo saranno i suoi interventi a riguardo della libertà religiosa e dell’ateismo.

Giovanni Paolo II

Il 13 aprile del 1986 visitò la sinagoga di Roma; in seguito avviò relazioni con la Chiesa ortodossa. Giovanni Paolo II espresse più volte richieste di perdono per quelli che considerava i peccati commessi dai cattolici durante i secoli: dalle crociate alla persecuzione di Galileo Galilei, dai roghi delle guerre religiose che seguirono alla riforma protestante fino agli abusi dei missionari contro le popolazioni indigene del Pacifico meridionale. Cristiani e non cristiani hanno visto in questo Papa il vessillo dei diritti umani, l’uomo del dialogo e della cultura, l’uomo della misericordia divina che si china sulle miserie dell’umanità. La sofferenza della prima giovinezza, il dolore di essere orfano e l’inferno in terra dei regimi totalitari non ebbero la meglio sulla sua inesausta fiducia nell’uomo come depositario, fino alle sue ultime conseguenze e in maniera integrale, della fede e della cultura. L’uomo come valore particolare e autonomo, come soggetto portatore della trascendenza.

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Giovanni Paolo IINon mancarono, nel suo apostolato, diverse critiche e aspetti controversi. La sua strenua difesa dell’uomo e della vita lo portarono ad adottare posizioni intransigenti nei confronti del dibattito sull’eutanasia. In materia di sessualità scoraggiò l’utilizzo del preservativo e dei metodi contraccettivi, anche nel continente africano falcidiato dall’AIDS; si oppose con fermezza ai rapporti pre-matrimoniali e a quelli omossessuali. Fu accusato di sostenere le dittature dell’America Latina: la stretta di mano con Augusto Pinochet fu un’evidenza, ma pure la proclamazione a cardinale di Pio Laghi, reo di aver benedetto l’operato dei carnefici della “guerra sporca” argentina fece crescere il sospetto su alcune delle sue inquietanti frequentazioni, non da ultimo la sua acquiescenza nei confronti di porporati sospettati di pedofilia. Esistono, poi, documenti e testimonianze di rapporti col banchiere Roberto Calvi, collegato allo Ior, che ha finanziato in diverse occasioni il sindacato polacco Solidarność, anche con proventi dubbi, provenienti dalle organizzazioni mafiose.

Il 13 maggio del 1981 Papa Wojtyla si accascia sulla Toyota bianca sulla quale sta attraversando una piazza San Pietro gremita di fedeli per l’udienza generale del mercoledì. È stato raggiunto da due proiettili sparati a distanza ravvicinata, con una calibro 9, dal terrorista turco Mehmet Ali Ağca. Viene operato d’urgenza al Policlinico Gemelli e la pallottola che gli trapassa l’addome si trova ora, per suo volere, nella corona della Madonna del santuario di Fatima. Fu quella mano materna, secondo Wojtyla, a deviare la traiettoria della pallottola che lo fermò sulla soglia della morte. Il rilievo dato ai segreti di Fatima fu uno dei temi chiave del suo apostolato e ammanta di misticismo la vicenda più concreta e “terrena” del Papa polacco. Nel luglio 1917 i tre pastorelli portoghesi, Lucia (10 anni), Francisco (9 anni) e Giacinta (di 7) sostennero di aver incontrato per la terza volta la Madonna. Nel 1941 suor Lucia scrisse, su invito del vescovo di Leiria, la memoria delle apparizioni. La veggente spiegò che il segreto rivelatole 24 anni prima era in realtà diviso in tre parti. La prima parte riguardava una “visione” dell’Inferno; la seconda rivelava l’espansione del comunismo e le persecuzioni alla Chiesa. Giovanni XXIII ricevette la lettera del terzo segreto nel 1959 e la fece custodire in Vaticano dal funzionario del Sant’Uffizio. In seguito la lettera passò al vaglio di diversi cardinali e prelati, per venire divulgata da Giovanni Paolo II il 13 maggio del 2000, in occasione della beatificazione di Giacinta e Francisco. Il terzo segreto riguardava l’attentato da lui subito nel 1981. Gad Lerner su «La Repubblica» del 14 maggio 2000 chiosò: «Con la rivelazione del terzo segreto di Fatima, che lo coinvolge personalmente, la già straordinaria vicenda umana di Karol Wojtyla tracima nel sovrannaturale fino a interferire col nucleo cruciale del Novecento, cioè del secolo in cui l’umanità – come mai prima di allora – si è misurata con l’eventualità di vivere senza Dio».

Il “lupo grigio” Ali Ağca agì in autonomia o con la complicità di poteri occulti? L’uomo si rivelò in seguito mentalmente instabile e perciò inattendibile, ma più di qualche elemento generò il sospetto che tra i possibili mandanti vi fossero di volta in volta il KGB, la polizia della Germania Orientale (la Stasi) o l’Unione Sovietica. Nel 1983 il Pontefice volle incontrare il suo attentatore e dargli il suo perdono; ebbero un colloquio privato di una ventina di minuti. Nel 2000 il presidente Carlo Azeglio Ciampi concesse la grazia ad Ağca, che venne estradato in Turchia.

Giovanni Paolo II con Ali Agca

Dopo l’attentato del 1981 l’opinione pubblica imparò, suo malgrado, a vedere il Papa, un tempo forte e vigoroso, sempre più minato nel fisico. Televisioni e giornali ce lo mostravano in ospedale, con le difficoltà di deambulare e parlare dovute al Parkinson. Morirà il 2 aprile del 2005, a 84 anni. Il 28 aprile successivo Papa Benedetto XVI concede la dispensa dal tempo di cinque anni di attesa dopo la morte per l’inizio della causa di beatificazione e canonizzazione. Il 18 maggio 2005, ad appena un mese e mezzo dalla scomparsa di Wojtyla, il vicario della diocesi di Roma, il cardinale Camillo Ruini, promulgava l’editto in cui invitava a comunicare tutte quelle notizie dalle quali si potessero arguire elementi favorevoli o contrari alla fama di santità del pontefice polacco.

Funerali di Giovanni Paolo II

Il consenso è stato ampio, anche se non sono mancate le polemiche; il problema principale sembra essere l’eccezionale rapidità del procedimento, che veniva a scavalcare altre cause in corso. Dubbi sui tempi e modi di svolgimento della causa di beatificazione sono arrivati anche dal primate del Belgio, il cardinale Godfried Danneels: «Questo processo sta procedendo troppo in fretta. La Santità non ha bisogno di corsie preferenziali […]».

Giovanni Paolo II, canonzzazione. Pic by Mario Fornasari

L’uomo che ha avuto la funzione di introdurre la Chiesa nel Terzo Millennio veniva infine proclamato beato dal suo successore, Benedetto XVI. Un evento simile, nella Chiesa, non capitava da circa un Millennio. Una beatificazione a tempo record, quasi a prendere in parola quella invocazione ripetuta più volte nel corso delle esequie: “santo subito”. Giovanni Paolo II, nelle sue luci e ombre, ci aveva preparati a questo e altro.

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