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Sanremo è più social che televisivo

Sanremo è più social che televisivoLa dimensione canora, la qualità della musica e delle parole cantate a Sanremo sono state offuscate da un eccesso di dibattito sui social. Facebook e Twitter sono diventati il terreno sul quale si sono affrontate le tifoserie dell’uno o dell’altro cantante, più su un piano quasi politico che culturale. Chi per la Mannoia, chi per la Turci, chi per i protetti della De Filippi: tutto in nome di una santificazione del festival come specchio del Paese. Ma non è così.

Sanremo non è l’Italia. Il suo pubblico è una porzione minoritaria di società. I suoi cantanti non sono l’interpretazione artistica dell’italianità tutta, ma un pezzetto neanche così realistico. Si sono rincorse interpretazioni del festival del tutto fuori luogo, come se una competizione canora possa davvero racchiudere il senso di sessanta milioni di persone. A scorrere le bacheche e le pagine dei social, ci si è resi conto della pochezza culturale dell’Italia socializzata virtualmente. Si sono incrociati temi come la rottamazione, i giovani contro i vecchi, i testi contro la musica, la commozione contro il lusso degli abiti: tutto ricondotto a una sola matrice, a un mezzo, quello televisivo, amministrato dalla regina De Filippi.

 

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Solo a leggere le bacheche si sarebbe potuto spegnere il televisore e assistere allo scorrere di parole, fiumi di parole scritte mentre la competizione procedeva. Tutto in contemporanea alla diretta, tutto per dire la propria e passare dai minimi termini della canzonetta sanremese ai massimi sistemi. Perché? Perché questo ostinato quanto diffuso voler dire la propria generalizzando? Probabilmente perché non ci sono altri posti, perché esprimersi sul web non prevede un contraddittorio fisico, perché sui social siamo tutti maestri e nemici dell’altro.

Sanremo è più social che televisivo

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Abbiamo letto persone prendersi a schiaffi virtualmente, interrompere amicizie per via di un giudizio spassionato su un cantante, abbiamo assistito ancora una volta a uno spettacolo da webeti che avremmo voluto non vedere. Soprattutto all’indomani della premiazione, quando al giovane che si è inchinato davanti alla Mannoia sono stati tributati gli onori dell’eroe, dell’esemplare che condensa una generazione.

 

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Una forma collettiva di impazzimento, non maggioritaria per fortuna, che elegge dei cantanti ad astrazioni, a condensazioni di senso, a individui di sintesi. Siamo di fronte a un errore, a uno sbaglio rimediabile per fortuna. Si rimedia rimettendo le cose al loro posto: una competizione canora è solo uno dei tanti specchi del Paese, non il solo, e di sicuro tra i più deformanti. Dibatterne sui social è legittimo, a patto che non si creda questo dibattito il solo degno della partecipazione.

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