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Sandrone Dazieri, tra personaggi scissi e l’arte di raccontare la paura

Sandrone Dazieri, tra personaggi scissi e l’arte di raccontare la pauraL'angelo (Mondadori, 2016) è il nuovo romanzo di Sandrone Dazieri, uno degli autori di thriller e noir più amati dai lettori italiani, che costituisce la seconda parte di una trilogia iniziata con Uccidi il padre (Mondadori, 2014), e che si concluderà, presumibilmente, alla fine del prossimo anno.

Tornano quindi, come protagonisti, il vicequestore Colomba Caselli e Dante Torre, l'uomo dal terribile passato che cerca faticosamente di ricostruirsi un'esistenza secondo i criteri della normalità.

Questa volta la vicenda ha inizio alla Stazione Termini, dove all'arrivo di un treno Frecciarossa si scopre che tutti i passeggeri della carrozza Top sono stati uccisi, avvelenati grazie a una sofisticata manomissione dell'impianto di ventilazione. Si pensa immediatamente alla pista terroristica, anche perché poco dopo arriva un video in cui l'attentato viene rivendicato dall'ISIS; ma, dopo i primi riscontri, Colomba si rende conto che quella dell'ISIS potrebbe essere solo una copertura fittizia, e che dietro a quei morti si nasconde tutt'altro, per cui chiede aiuto a Dante per cercare di risolvere con lui un mistero che si fa a ogni passo sempre più fitto.

Romanzo intenso come il precedente, e carico di riferimenti sia all'attualità, sia alla nostra storia recente, L'angelo terrà sicuramente incollati alle pagine i numerosi fan di Sandrone Dazieri, che nei giorni scorsi ha concesso una lunga intervista ai blogger presso la libreria Open di Milano.

 

Il romanzo comincia con un attacco terroristico, cioè un elemento molto attuale. Perché ha deciso di iniziare in questo modo?

L'immagine del treno che arriva carico di morti nasce da tante suggestioni: la nave di Dracula, certe diligenze dei film western, episodi di certi film e racconti horror. Al giorno d'oggi, una cosa del genere può far pensare solo al terrorismo, e ho capito che non dovevo scartare questa possibilità, perché era necessario affrontare il presente.

Di queste cose ho paura, e ho anche paura delle verità che possono nascondersi dietro a certi atti terroristici. Pensate a Piazza Fontana, di cui ricorre l'anniversario in questi giorni, e a quanti anni sono passati tra depistaggi, servizi deviati, e altro. Perché oggi dovrebbe essere differente? Noi non sappiamo mai come vanno esattamente le cose. So che i servizi segreti non ci raccontano la verità perché non lo possono fare.

 

Parlando di ISIS e di terrorismo non pensa di turbare le persone che sono state coinvolte dagli attentati?

Noi giallisti possiamo parlare di tutto. Se nel nostro presente c'è l'ISIS, non vedo perché io non debba parlarne. Certo, non descrivo un fatto realmente accaduto: non avrei messo in un romanzo il Bataclan. Ho raccontato cose di mia invenzione, ispirandomi ai fatti reali, e questo tutti lo possono fare.

 

Nel romanzo si fanno riferimenti alla mafia russa e a Chernobyl. Raccontare storie per far luce su avvenimenti oscuri del passato recente può essere considerato un modo per fare informazione? Questo però non è un po' in contrasto con il mondo mordi-e-fuggi a cui oggi siamo abituati?

Non mi pongo l'obiettivo di fare informazione. Nell'ambito del giallo italiano, una grossa fetta dei miei colleghi, tra cui Carlotto e Lucarelli, si propone di costruire storie che siano attinenti alla realtà, e di romanzarle per farle diventare di largo consumo.

Io faccio invece parte della categoria che non cerca di trasmettere un presente com'è, come può fare un giornalista, e neanche di modificarlo. Quello che m'interessa è raccontare la "mia" esperienza del presente e le "mie" sensazioni: narrare qualcosa legato alla mia percezione del presente non è la stessa cosa che esporre un fatto di cronaca facendolo diventare noir.

Il fatto storico mi serve solo per supportare la mia aspirazione iniziale. Sono partito dicendo: in questo periodo storico in cui succede di tutto, in cui ogni giorno c'è un attentato, e te la raccontano come vogliono, come post-verità, il mio ruolo di cittadino è quello di andare a cercarmi delle risposte a queste verità. Sono però sgomento, perché non sono in grado di trovare una spiegazione a ciò che accade, quindi cerco di mettere il lettore all'interno della mia stessa situazione psicologica. Costruisco un attentato plausibile, faccio partire il caos dell'informazione classica e contemporaneamente metto un personaggio che mi rappresenta e che invece cerca di approfondire.

Questo è il discorso che c'è sempre nei miei romanzi: da un lato esplorare le differenti percezioni del reale da parte dei personaggi – ho avuto personaggi scissi come il Gorilla, Dante è un fobico, Colomba è una traumatizzata –, dall'altro raccontare ciò che fa più paura, il controllo non solo delle informazioni ma delle menti, che è un dato di fatto.

Sono un giallista e metto tutto questo in forma d'intrattenimento, non cerco ovviamente di dare risposte. Non so se il mondo è bello o brutto, buono o cattivo, tutto vero o ci stanno mentendo.

In qualche modo abbiamo l'impotenza di non sapere se quello che ci raccontano è vero o no, e io questo lo pongo come un dubbio. Credo che i servizi di sicurezza italiani e degli altri Paesi facciano il loro lavoro, ma quello che fanno e quello che vorremmo che facessero non sono esattamente la stessa cosa.

Tutto quello che si dice per esempio in materia di controllo dei dati è il segnale che da parte del potere c'è la necessità di spiarci in ogni singolo dettaglio, mentre noi cerchiamo di vivere come se questo non fosse vero e quasi ce ne dimentichiamo.

Metto in gioco i miei personaggi per avvertire che queste cose accadono: non racconto la cronaca ma la mia visione del mondo.

 

Il fatto che lei scelga sempre di raccontare le storie attraverso dei personaggi che sono scissi rientra in questo fatto di non avere risposte?

Mi sento più a mio agio con persone neurodiverse che neurotipiche, per usare un termine politicamente corretto, per la mia storia psichiatrica personale. Questi personaggi feriti, o vittime di traumi, per cui vedono le cose diversamente da noi, hanno la possibilità di notare ciò a cui siamo ormai abituati e che non vediamo più per la nostra cecità selettiva.

Dante Torre, che ha vissuto segregato per anni, ha un modo di comportarsi e di socializzare diverso dagli altri. Il Gorilla, protagonista dei miei romanzi precedenti, che aveva una doppia personalità, passava la vita a nascondersi per paura di essere scoperto e messo in manicomio, per cui si sentiva molto vicino a tutti coloro che scappavano, si nascondevano, si sentivano vittime.

Persino Santo Denti, il protagonista cinico di È stato un attimo, che era uno spacciatore di cocaina, si sveglia a un certo punto avendo dimenticato quindici anni di vita. Mentre cerca di ricostruirli, vede il nostro mondo come uno che non ci ha vissuto, e questo mi permette di mettere in evidenza ciò che voglio far notare al lettore.

Tutti i miei personaggi sono così. Le loro ferite li portano a essere particolarmente sensibili su certe cose, a non sentirsi mai davvero integrati, e questo li rende molto diversi dal poliziotto classico. Colomba, che torna in servizio dopo una convalescenza e una lunga aspettativa, si rende conto di non essere più adatta a un lavoro basato sull'obbedienza, sul fare le cose che ti vengono dette senza discutere. Lei si pone delle domande che non dovrebbe farsi, è un ufficiale che deve prendere grosse decisioni ma sente che qualcosa non quadra più. Dopo aver conosciuto Dante, che vive in un mondo tutto suo, si rende conto che esistono tante sfumature, che il mondo non si divide tra bianco e nero, tra criminali e giustizia, ma che siamo tutti un po' grigi.

Sandrone Dazieri, tra personaggi scissi e l’arte di raccontare la paura

Quando immagina una storia, pensa prima ai personaggi o alla trama?

In realtà dipende un po' dalle storie. Sto scrivendo il seguito de L'angelo e contiene cose che mi erano venute in mente mentre scrivevo i due libri precedenti. Ho pensato a questa trilogia nel suo insieme, come fatta di tre episodi distinti ma con un elemento orizzontale che è la ricerca dell'identità di Dante.

In questo caso sono nati prima i personaggi: stavo andando a Mantova per un festival della letteratura gialla, ho visto un silo isolato in mezzo ai campi, vicino a una cascina, e ho immaginato che in un posto del genere potrebbe accadere di tutto, nessuno se ne accorgerebbe. Da lì ho pensato a Dante, mentre Colomba è nata in principio come suo contraltare, ma nel secondo libro ha acquisito più spazio. L'idea definitiva mi è venuta visitando a Firenze, di notte, il cimitero di un'abbazia, dove ho trovato su una tomba il nome Colomba Caselli, che mi ha affascinato: tutti i supereroi hanno la stessa iniziale per nome e cognome.

Poi, scrivendo, ho capito che era Colomba il vero punto di forza della storia.

In altri casi, come in È stato un attimo, è venuta prima la storia. In quel periodo mi torvavo a fare il manager di una grande azienda: a un certo punto mi sono chiesto se quindici anni prima, vedendo il futuro, mi sarei piaciuto, ma la risposta non era positiva.

 

Lei racconta il punto di vista di una persona cresciuta in isolamento. Quanto pensa che i fattori esterni di qualsiasi tipo influenzino il modo di vedere le cose?L'isolamento genera obiettività? Dante, uscito nel mondo, può cambiare o potrebbe restare un disadattato per sempre?

Non ho fatto studi specifici di psicologia, anche se sono legato alla frequentazione di psicologi: ho imparato però che quello che siamo è in buona parte il prodotto dei nostri primi anni di vita. Dante li ha vissuti con i genitori, ma il periodo della socializzazione, quello in cui ti stacchi dal grembo materno e diventi membro della società andando a scuola, lui non l'ha vissuto. Questo fa sì che sia un essere umano che ha avuto un primo sviluppo positivo, con un impianto solido per alcune cose, ma poi ha perso i passaggi per cui si arriva a riconoscere l'autorità, il periodo in cui socializzi con i compagni di scuola, mentre i genitori ti spiegano determinate cose.

Dante migliora, in questo secondo libro ha un atteggiamento più attivo perché ha rotto le sue barriere, ma al tempo stesso non sa chi è, e quindi ogni tanto cede e sbanda. Di sicuro migliorerà ancora, ma resterà sempre un disadattato. Anche per Colomba si tratta di vedere come si comporterà in futuro, dopo tutto quello che le capita ne L'angelo.

Mi piace descrivere personaggi veri, che cambiano nel tempo e non restano sempre uguali come spesso quelli seriali.

 

Come ha approfondito e studiato il tema della privazione dell'infanzia?

È una cosa a cui penso da quando, parecchi anni fa, ho fatto un viaggio in Somalia, come testimonial per una campagna umanitaria. Avevo chiesto un posto pericoloso e mi hanno mandato in Somalia: dovevo starci una settimana, ma ci sono rimasto solo tre giorni perché è successo un finimondo. Sono stato in un campo profughi, dove c'erano moltissimi bambini, con cui ho fatto diverse fotografie. Mi è venuto da pensare che erano privati dell'infanzia, oltre che probabilmente della vita stessa: penso che la maggior parte di loro siano morti in pochi anni, visto che lì si moriva anche di varicella.

La privazione dell'infanzia è un tema forte per me, perché anch'io ho avuto un'infanzia difficile.

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Non ha qualche rimorso di coscienza nei confronti di Colomba, a cui accade di tutto e di più?

Sì, Colomba ne ha passate tante, ma adesso è una persona migliore: prima sarebbe stata antipatica a tutti. È sopravvissuta a una strage, se fossi stato davvero cattivo l'avrei fatta morire. È un percorso necessario, sia per lei sia per Dante, perché se ai protagonisti non succede mai niente ci si annoia. Colomba è l'elemento razionale, e senza di lei Dante non va da nessuna parte.

 

Quanto è difficile per un autore decidere di far morire uno dei personaggi, visto che sono le sue creature?

In realtà, sono più i lettori che l'autore ad affezionarsi tanto ai personaggi: mia moglie vorrebbe addirittura che ne facessi resuscitare qualcuno.

Ammazzare un personaggio per me significa soprattutto che, se in futuro mi venisse in mente una bella storia per lui, non potrei scriverla, a meno di trovare un modo per farlo resuscitare. Il bello del mondo della fiction è però che tu puoi fare qualsiasi cosa. Io mi sento davvero libero di inventare il mio universo, purché all'interno di questo universo io sia coerente.

Sandrone Dazieri, tra personaggi scissi e l’arte di raccontare la paura

Come è arrivato a immaginare Giltiné, l'angelo della morte lituano?

Una delle mie occupazioni nella vita è raccogliere informazioni, anche stupide, che poi potranno tormarmi utili. Stavo vedendo delle immagini in rete e ho trovato un testo russo su questo argomento.

 

In base a che cosa ha scelto i titoli delle canzoni che danno nome ai capitoli?

In principio i capitoli erano solo numerati, poi ho pensato che i nomi delle parti avrebbero dato un senso diverso. Ogni canzone deve dare il mood di quello che accade nelle pagine successive. Le scelte sono state divertenti, sono tutte canzoni che mi piacciono anche se io non so molto di musica. Britney Spears è un contrappunto ironico alla pesantezza del capitolo che segue.

 

Il fatto di scrivere dei romanzi seriali non è un po' un'arma a doppio taglio per uno scrittore, nel senso che si fidelizza il lettore soddisfatto del primo libro, che acquisterà i seguiti, ma si rischia che un altro eviti di acquistare il terzo o quarto capitolo di una serie, all'idea di dover recuperare prima i precedenti?

In realtà, dipende da come si lavora. Io sono contrario alla replica del modello ripetitivo e lavoro sull'orizzontalità. Quello che faccio per evitare di perdere lettori è che i miei libri si possono leggere indipendentemente uno dall'altro: L'angelo può essere letto senza conoscere Uccidi il padre, perché fornisco al lettore abbastanza elementi del passato per capire la storia.

Questo scegliere cosa dire o non dire al lettore è stato uno dei punti più difficili, perché non ero mai soddisfatto della dose: o era troppa, o troppo poca. Alcuni scrittori seriali ti ripresentano sempre il personaggio all'inizio, ma so che questo spesso infastidisce i lettori abituali.

La storia di ognuno dei miei romanzi si conclude nell'ultima pagina, anche se poi chi li legge uno dopo l'altro trova qualcosa in più. Non mi piacciono le storie sempre uguali. Ogni volta devo emozionarmi, fare un viaggio in qualcosa di nuovo, capire un mondo che devo scoprire strada facendo, altrimenti scrivere è noiosissimo, anche se ci metterei pochissimo. Scrivere dieci puntate di una serie televisiva, per esempio, mi impegna meno e ci metto poco, perché ho un format preciso a cui attenermi.

Il limite che mi può far perdere dei lettori è proprio il fatto che i miei romanzi hanno un livello di comprensione più alto dei romanzi seriali: scrivo per un lettore forte, mettendo vari piani temporali e vari livelli di narrazione. Questa è stata la mia scelta fin dall'inizio.

Sandrone Dazieri, tra personaggi scissi e l’arte di raccontare la paura

Scrivendo non le capita mai di ritrovarsi su temi di cui ha già parlato nei libri precedenti?

Cambiando protagonisti e ambientazioni, anche gli stessi temi assumono sfumature differenti. Naturalmente ho delle tematiche ricorrenti: la malattia mentale, la sofferenza.

Cerco anche di lavorare sul linguaggio. La trilogia del Gorilla era scritta in modo soggettivo, tutto era visto dagli occhi del personaggio, mentre questa è oggettiva: il lettore vede quello che decido di fargli vedere, un mondo più complesso di quello dei singoli personaggi, ma senza spiegare mai tutto.

 

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In cosa differisce lo sviluppo del personaggio di un libro da quello di una serie tv?

Tecnicamente niente, ma in un romanzo hai un vantaggio in più, perché puoi raccontare quello che succede intorno al personaggio. Cinema e televisione ti fanno vedere la superficie, ma non possono farti entrare nella testa dei personaggi, che si rivelano solo attraverso le azioni e i dialoghi. In un romanzo posso raccontare mille sfumature emotive, cosa impossibile in un film d'azione o in una serie televisiva.

Lo spettatore capisce solo dalle immagini. Se in un romanzo scrivo "adesso entra l'assassino", in una sceneggiatura devo far capire da qualcosa che quello che compare è l'assassino. E poi nei romanzi sei il padrone totale dei tuoi personaggi, che invece nelle serie televisive vengono indossati e trasformati dagli attori.

La grande difficoltà di tradurre un romanzo in un film o in una serie televisiva sta nel fatto che ognuno di noi, leggendo, si costruisce il personaggio, l'aspetto, il tono di voce. Il Montalbano dei romanzi di Camilleri è molto diverso dall'attore Zingaretti, anche se oggi tutti noi ce lo immaginiamo come nella serie televisiva perché ci siamo adattati. Il modo di leggere un libro o di ragionarci sopra è una parte integrante della letteratura, che non c'è nella visione di un film.

 

Prima parlava di ciò che mette o toglie in corso di scrittura.  Siccome penso sia difficile per uno scrittore eliminare parte di quello che ha scritto, lei come si regola? In base a cosa decide di scartare delle parti?

Soprattutto per il ritmo: rileggendo si scarta ciò che spezza o rallenta troppo la narrazione. Il flusso narrativo non è costante: quando ci sei dentro scrivi meglio, è come essere nella testa del lettore e vai avanti senza pensarci troppo.  Dopo, rileggi e modifichi.

 

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Lei è metodico quando scrive, al di là dell'ispirazione?

Cerco di scrivere tutti i giorni, soprattutto al pomeriggio. Però a volte devo interrompere la stesura di un romanzo per altre cose, perché lavoro anche per la televisione, oppure mi chiedono di scrivere articoli o racconti. Scrivo sempre, comunque: se non lo faccio è perché proprio non ci riesco mentalmente. Ho passato anni senza scrivere tra la serie sul Gorilla e questa.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori.

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