Perché è importante leggere

Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

Come leggere un libro

Salve, sono un orfano e sono il Prescelto

Fantasy, Nella pancia del drago, Protagonista, Predestinato, Orfano[Sesta puntata della Rubrica Nella pancia del drago]

Quand’è che un legittimo tòpos letterario diventa un cliché? E quante volte in caccia estatica di cliché ci si dimentica cosa sia un tòpos letterario e perché sia legittimo?

Benvenuti alla sesta puntata di Nella pancia del drago, rubrica (gastrica) di approfondimento fantasy; e il fantasy, si sa, è colmo di cliché. Ancor più è colmo, però, di un seguito di lettori il cui sport preferito è evidenziarli, tanto che verrebbe voglia di cambiare genere di letture non tanto per il ricorrere effettivo di cliché nella narrazione, ma per non sentirne più parlare dalla critica letteraria.
Oggi, il redattore della rubrica è particolarmente di buon umore (ouch! un avverbio in -mente, andrò all’inferno dei narratori!) e dall’alto della sua fallibilità – umana e narratologica – si lascerà andare ad alcuni dubbi amletici, e senza fornire alcuna risposta concreta per chetarli.

Ma partiamo con ordine: che diavolo è un cliché? La parola cliché altro non è che un sinonimo di “stereotipo” (dal greco stereos: solido; e tipos: modello, immagine). In letteratura, un cliché è la rappresentazione di situazioni o personaggi prevedibili in quanto riproposti con eccessiva ricorrenza. Hang on now. Torniamo indietro tra i banchi del liceo e ricordiamoci di quando nelle ore di letteratura ci sforzavamo di non pensare a dei grossi grassi roditori neri ogni volta che il professore nominava i tòpoi. Tòpos, dal greco, letteralmente luogo: in letteratura, un argomento o espediente narrativo ricorrente e funzionale all’evoluzione dell’opera stessa. In parole povere, un luogo comune

Tutto remerebbe in direzione di una sinonimia, se non fosse l’accezione opposta che i due termini hanno acquistato in letteratura. Un tòpos letterario è un elemento retorico strutturale che rappresenta un plus valore, un’imitatio virtuosa di un canone narratologicamente efficace, come ad esempio, nel fantasy – come si è discusso nelle scorse puntate – l’intero impianto concettuale del Secondary World, nonché le diverse fasi narrative della quest (la cerca, la quête), dal rompersi di un equilibrio iniziale del mondo dove la storia è ambientata sino al ribilanciamento finale dello stesso tramite le gesta dell’eroe.

Questi sono tòpoi letterari. Il fatto che nel fantasy il Secondary World debba essere per forza uno pseudo-medioevo, che l’equilibrio del mondo debba rompersi a causa di uno che ha la colpa di essere vestito di nero, e che chi lo debba sistemare brandisca una spada e sia bello e biondo: questi potrebbero essere cliché. Confonderli è tanto facile quanto inopportuno.

Una storia, per essere tale, ha bisogno di personaggi. Il personaggio principale è detto “protagonista”. In un pattern narrativo come quello del fantasy classico, il protagonista a cui s’intreccia il destino del mondo intero è stato spesso presentato agli occhi del lettore come un prescelto. Uno tra tutti? Mr Harry Potter, Privet Drive n.4. Ma cosa eleva un eroe/antieroe protagonista al grado di pre-scelto? Letteralmente una predestinazione. Una profezia, un omen, che lega il personaggio al suo destino a prescindere dalla sua specificità, dal fatto che ci possa essere portato o meno, che abbia le carte in regola per compierlo. In pratica, per rispondere alla domanda «Perché il protagonista è il protagonista?» il narratore, in imbarazzo, anziché lasciare la centralità del personaggio all’evoluzione delle sue scelte, tira fuori l’arca dell’alleanza dal baule e urla «Perché c’è scritto qui!».

Che ci si creda o meno, nella letteratura fantasy questo tipo di personaggio non è così diffuso come si pensi, e spesso processati come “prescelti” sono semplicemente eroi colpevoli di avere un certo background personale comune, certi tratti psicologici ricorrenti, e di aver portato a termine le loro quest con una serie straordinaria di successi. In altre parole: non si dovrebbe confondere la predestinazione interna alla storia (nella Pergamena delle Ere c’è scritto il nome del protagonista), con quella derivata dalla narrazione e strutturale a essa in quanto racconto lineare di avvenimenti concatenati l’uno all’altro (ci si potrebbe buttare in mezzo un po’ di fisica dei quanti e il buon vecchio Schrödinger).      

Un esempio di questi tratti comuni responsabili dell’identificazione del protagonista come presunto “prescelto” è spesso la questione orfano. Gran parte dei più celebri titoli fantasy contemporanei sono stati de facto dei cross-over, ovvero dei libri per Young Adults adatti a una readership senza età, come d’altronde tutta la letteratura fantastica che conta. Il primo particolare che salta all’occhio di questi giovani eroi è un trauma familiare di qualche tipo: aver perso uno o entrambi i genitori; essere stati da loro abbandonati; essere stati maltrattati ed essere fuggiti per emanciparsi; traumi, questi, che guidano il personaggio nel suo cammino di rivalsa o vendetta, spesso intrecciato a quello dell’intero mondo e molto spesso vittorioso (avremmo altrimenti una tragedia).

È un’impostazione psicologica di questo tipo in qualche modo un marchio di predestinazione? La rete pensa di sì, perché si sa che per mandare avanti il molto-rumore-per-nulla delle testate di pseudo-approfondimento online bisogna ritritare l’ovvio, ed essere sempre cool:

«(The orphan) Harry Potter, Luke Skywalker, and King Arthur/Wart. Across media, this is a common cliché, often related to prophecy. As children, we all dreamed of being picked from obscurity to become a celebrity, a hero, or a doer-of-great-deeds. Let’s leave those dreams in childhood and not in our fantasy novels, okay?» (Fantasy Faction).


Fantasy, Nella pancia del drago, Protagonista, Predestinato, OrfanoOkay man, il redattore di questa rubrica va in pensione. Mi chiedo, c’è nessuno che si fermi un momento a riflettere su cosa possa essere la letteratura prima di giocare a giudicarla? Quale siano le istanze esistenziali che la generano, e quali di queste debbano essere rappresentate in modo efficace tanto da renderla e averla resa ciò che è, medium dei media dell’espressione simbolica umana?   

Privare un personaggio della propria famiglia non è gettarlo nella predestinazione, ma nella libertà di scelta che nei sapiens sapiens deriva dall’emancipazione dal nucleo familiare (biologico o meno non fa alcuna differenza). Non solo Harry Potter predestinato è orfano. Qualcuno ha mai sentito parlare dei genitori di Locke Lamora? Bilbo non è forse lo zio di Frondo? O sarebbe il portatore dell’anello andato all’avventura con la madre che lo costringeva a stare chino sulle zucche? Forse sarebbe cresciuto al pub con la testa a posto. Sparviere diventa mago dai suoi genitori caprai? Avremmo le Cronache dell’Era Oscura con Torak felicemente ramingo con suo padre nella foresta?
Alias: avremmo un qualsiasi essere umano se questo non si fosse separato in qualche modo da chi l’ha cresciuto? No. E se il personaggio della nostra fantasy novel non è un “umano” emotivamente coerente (a prescindere dal numero di occhi e orecchie), cosa avremmo? Un originalissimo fantasy di cui non ci frega assolutamente nulla.

C’è un’altra parola magica dal greco, gemella di stereotipo, che unisce a tipos a un’altra radice: arché (“originale”). Archetipo: immagine, e non nel senso di originale-innovativo, bensì di ab origine; termine filosofico a indicare tutto ciò che nella psiche umana è forma innata, inclinazione istintiva, compresi i canali di espressione delle istanze del mito, le strutture meta-concettuali di tutto ciò che diviene narrazione.   

Un cliché è una banalizzazione di un pattern narrativo data dall’uso ricorrente. Ma la letteratura sussiste come tale in quanto perpetrazione di usi ricorrenti. Se la si accetta come un insieme di strutture archetipali che si susseguono, e in più la si inserisce in una memoria eterna non soggetta a obsolescenza come potrebbe essere l’universo carta+web, il mito dell’innovazione si sgretola per quello che è: un’illusione (ci si potrebbe buttare in mezzo un po’ di postmodersnismo). La differenza tra tòpos virtuoso e cliché vizioso non sta nel cosa si narra, Nihil sub sole novi!, ma nel come lo si narra. Ecco perché, nonostante il molto-rumore-per-nulla, sono gli scrittori a fare ancora la differenza, che i loro protagonisti siano prescelti o meno.
 

[Seguiteci su Facebook, Twitter, Google+, Issuu e Pinterest]


Ci ritroviamo on line il 03/08/2013 con la puntata n. 7 della Rubrica Nella pancia del drago: Fantasy? No, non leggo letteratura per ragazzi.

Citando l’esordiente “autore per ragazzi” Mark Twain: «l’unica differenza tra la realtà e la fantasia è che la fantasia deve essere credibile». Ovviamente gli adulti non lo sanno (Ssssh… non diteglielo!)
 

Il tuo voto: Nessuno Media: 4.9 (7 voti)
Tag:

Commenti

Fantasy Fiction è un blog che ho scoperto l'altro ieri (letteralmente l'altro ieri), ma dal tenore di questo pezzo ho come la sensazione che tu abbia spulciato per bene anche un po' di blog lettarari nostrani.
Se tiro ad azzardare e dico che uno ha il layout rosa e l'altro molte immagini di baffi indovino o sono lontano dal fuoco? ;)
In ogni caso, ottimo pezzo. Hai dato una spiegazione molto efficace della differenza fra tòpos e cliché :)
Approfitto anche per spezzare una lancia a favore del povero Harry e della sua autrice.
Harry, e secondo me è stata una trovata molto originale da parte della Rowling, non è il classico predestinato dal nome scolpito nelle Tavole della Legge; c'è una profezia, vero, ma che non lo riguarda direttamente.
La profezia dice solo che in un giorno ben preciso nascerà il nemico giurato di Voldemort e questi, invece di starsene ad attenere uno sfidante che sia nato quel dato giorno, si convince per motivi suoi che si tratta del figlio dei Potter, va per ucciderlo e, così facendo, si fa distruggere dal sacrificio della madre di Harry e getta tutte le premesse perché Harry diventi il suo nemico.

Alla fine non è la profezia a scegliere il protagonista, ma è l'antagonista col suo agire e con la sua libera scelta a fare di Harry il prescelto. Nel libro viene espresso più volte che si sarebbe potuto trattare del compagno di sucola impacciato di Harry, Neville, e, sempre in più parti, viene sottolineato anche come l'agire di Voldemort sia stato stupido e mosso da una personalità troppo suggestionata da cose come le profezie, le leggende e i simboli e troppo incline al male per fermarsi a riflettere un attimo.

Questa trovata della Rowling, oltre ad essere oggi come oggi originale, allontana il caso di Harry dal cliché e devia decisamente verso un tòpos, se vogliamo considerare un tòpos quello che nella letteratura greca era quasi un cliché tanto veniva abusato, ovverosia la profezia che si avvera solo perché il diretto interessato, nel tentativo di scamparne gli effetti, compie tutti gli atti necessari a compierla!*

*Emblematico il caso del padre di Edipo che, spaventato all'idea che il figlio lo uccida e gli rubi la moglie invece di farlo uccidere (e assicurarsi che sia morto) lo lascia appeso nella foresta dove la prima donna di nobile lignaggio di passaggio può decidere di salvarlo, portarlo a casa e crescerlo come proprio.

Ciao Hendioke,

ben ritrovato. Forse mi sono lasciato un po' andare in questo pezzo, molto emotivo e forse poco argomentato, ma ahimè, umano mi ritrovo, e a volte cosa si scova reiterato nei blog mi fa proprio saltare i nervi. Se la "critica letteraria" diventa mero tiro al piccione per farsi due risate e gongolarsi nel luogo comune, be', tanto vale chiudiamo baracca e burattini.
Non si sa come un luogo comune critico possa essere di gravità inferiore a un luogo comune narrativo. Il libro non è una realtà a compartimenti stagni, le opinioni sulla letteratura fanno parte della letteratura in quanto paratesto, meta-testo, che influenza il lettore quanto la storia in sé, ergo il potenziale scrittore del futuro.

By the way, ti do ragione per Harry. In realtà, nella prima stesura del pezzo mi permettevo una parentesi dove lasciavo aperta la discussione sulla predestinazione del maghetto occhialuto, l'ho eliminata perché l'equilibrio interno dell'articolo ne risentiva. Yes, la profezia su Harry è una "finta" profezia, e chiunque abbia letto con attenzione la saga dovrebbe aver colto questo particolare.

L'esempio di Edipo mi riporta alla citazione che fa Maurizio Vicedomini sulla sua FantaCliché di Truefantasy. E' pertinente, come d'altronde tutte le sue argomentazioni. Il problema sta spesso nella sottigliezza dell'argomento, a cui l'affèttatezza di molti revisori improvvisati non rende onore. :/ (vedi l'imbarazzante massima di Fantasy Faction, buttata lì solo per fare gazzosa).

Se c'è una cosa in cui sono d'accordo con l'articolo - più di ogni altra - è il problema manifesto dei critici improvvisati. La citazione che leggo da Fantasy Faction - che non conoscevo - mi può solo far rendere conto di quanto sia deviato il normale approccio a un testo.
È un po' come - scusate se passo da libri a fumetti - se un critico in erba dicesse che Pegasus de I Cavalieri dello Zodiaco è un predestinato, perché "Nomen Omen", se si chiama così avrà di certo l'armatura di Pegasus, non può perdere contro Cassios. Fin qui avrebbe anche ragione, se non fosse che il nome originale è Seiya, come Ikki per Phoenix e Shun per Andromeda.
Qui, ad esempio, abbiamo un caso chiaro di differenza fra predestinazione e non predestinazione. Basta un nome cambiato per mutare tutto il senso della storia.

Un plauso all'autore dell'articolo, comunque, per la distinzione fra topos e cliché. È un'altra cosa davvero confusa - se si guarda la blogosfera. Sembra non si riesca a distinguere fra un cliché come "il castello del cattivone piazzato sulle montagne a nord" e un topos come "Un traghettatore (o bovaro, per la tradizione alto-francese) come sinonimo di passaggio fra due mondi".

I Topoi, per come la vedo io, sono chiavi d'interpretazione di un testo, che permettono di accere a significati che altrimenti non potremmo conoscere. Se nessuno avesse mai usato un nocchiere come simbolo di ingresso in un nuovo mondo, oggi nessuno capirebbe l'allegoria se lo si usasse.

Per ritornare all'eletto, ritengo che orfano ed eletto siano - a grandi linee - due cliché differenti, che solo in casi particolari si trovano congiunti nella stessa persona (oserei dire: quando l'autore ha ben poca fantasia). Il problema però non è l'essere orfano in sé o l'essere eletto in sé, come dice giustamente anche l'articolo, ma il significato che questo ha. Se il lettore si accorge che il protagonista è un orfano "senza motivo", perché così piaceva all'autore, è senz'altro un cliché. Ma se è orfano perché il romanzo si possa sviluppare con un rapporto morboso con il fantasma della madre (questo piacerebbe a Freud), allora non lo è, perché ha un senso per la trama. Se diventa orfano perché possa - alla fine del libro - vendicarsi di chi gli ha ammazzato i genitori (un po' come nel film Conan il Barbaro con Swarzy) allora ha un senso.

E, forse con un po' d'azzardo, nemmeno l'eletto è forse sempre un cliché. Prendiamo Neo di Matrix. Probabilmente è l'eletto per eccellenza, ce lo sbattono in faccia dal primo momento del primo film. Però poi si scopre che vengono generati periodicamente eletti e "Zion", è un qualcosa di ciclico. E se Neo non è il primo eletto, significa che l'eletto allora non ha "necessariamente" la capacità di fermare la guerra con le macchine. È tutto messo in discussione. Non è "l'eletto che salverà Zion", è "L'eletto che ci può provare". Noterete come le due cose siano ben differenti e modifichino totalmente il nostro approccio a questa figura.

Ma credo di essermi dilungato anche troppo ^^
Complimenti all'autore per l'articolo (e grazie per la citazione nel commento, lo apprezzo davvero molto).

Un saluto,
Maurizio

Ciao Maurizio,

chiamami Andrea, per carità, "l'autore" suona austero. :)
Mi onora che tu sia passato, il lavoro che stai facendo con la tua rubrica su Truefantasy è notevole.
Mi piace pensare che in qualche modo gli "addetti ai lavori" (espressione orribile) della letteratura fantastica in Italia possano lavorare assieme con scambio di opinioni costruttive sui temi che alla fine ci appassionano. La blogsfera è un non-luogo molto piccolo :)

Ottimo esempio quello di Neo. So che tu hai dato un'interpretazione diversa alla predestinazione di Mr Potter nei tuoi articoli, ma - come diceva bene Hendioke - penso il caso sia il medesimo.
Ripeto, in barba alla "morte dell'autore": il gusto e il tatto della singola personalità e della sua abilità come scrittore fa spesso la differenza tra qualcosa di già visto e banale, e qualcosa di già visto ed eternamente emozionante.

A.

Bene, Andrea^^

Sì, alla luce di quanto detto avete probabilmente ragione. Non sono un grande esperto di Harry Potter, diciamo che la mia analisi si ferma al 4°-5° libro della serie, dove il tipo di profezia non era ancora chiaro. Alla luce dell'ultimo libro sarò pronto a rettificare quell'esempio nell'articolo qualora dovessi riproporlo in futuro ^^

Condivido la tua frase finale :)

Maurizio

Caro Maurizio, se intendi portare avanti la lettura fino alla fine della saga (e te lo consiglio :D) preparati per il peggio, e più macchinoso, deus ex machina di sempre.

Ho adorato, e amo ancora, la saga di Harry Potter, ma alla fine del settimo libro, pur fra la commozione, la gioia e tutti i sentimenti positivi suscitatemi dalla lettura, ero anche pervaso da un forte senso di "ma che c...." di fronte a un escamotage tanto arzigogolato per risolvere in positivo la storia.

Anyway, condivido anch'io l'ultima frase dell'ultimo post del buon Andrea e aggiungo che più che a livello di contenuti e chiavi di lettura trovo che la critica che si legge in certi ambienti della blogsfera nostrana sia troppo deviata nei riguardi dello stile e della tecnica.

E' come se il legittimo desiderio di non vedersi spacciare per romanzi fantastici d'alto livello opere ignobili si fosse, negli anni, evoluto nel desiderio di ridurre la scrittura a una pratica perfettibile.
Le regole hanno smesso, per certi critici e scrittori, di essere strade e sono diventate squadre e la scrittura, da percorso creativo anche a livello stilistico, è diventata tentativo di applicare, col maggior rigore possibile, le regole tecniche.

Se devo azzardare una spiegazione del fenomeno credo che possiamo trovarci di fronte a un esercizio di critica che è scappato di mano diventando una scuola di critica (e di stile) autoreferenziale, oppure di fronte desiderio di illudersi che basti l'applicazione per raggiungere la perfezione.

Dopotutto, se la scrittura fosse una pratica perfettibile ed esistesse un solo stile alla portata di chiunque sia disposto ad impegnarsi, allora chiunque potrebbe diventare uno Scrittore e il suo unico limite sarebbe costituito dalla sua fantasia e dalla sua capacità di imbastire mondi e intrecci.

Poi, alla prova dei fatti, i sostenitori stessi di questa scuola di pensiero finiscono, se sono critici, con l'apprezzare libri che non seguono pedissequamente le regole che considerano inviolabili, se sono scrittori, con lo scrivere opere che non seguono pedissequamente le regole che si sono dati (oppure col seguirle pedissequamente, ottenendo scarsi risultati).

Con me, Hendioke, sfondi una porta aperta :)

Ritengo che le regole di scrittura - al pari della grammatica - siano importantissime. Ritengo anche che chiunque approcci alla scrittura deve studiare (non necessariamente con i manuali. Nella scrittura va benissimo anche l'esperienza pratica ma volenterosa) per comprendere le tecniche narrative. Fin qui sono d'accordo con la maggior parte di quei "seguaci" della scuola di tecnica.
Ma.
Uno scrittore - arrivato a un certo punto - dovrebbe capire che la tecnica non è tutto. È la base, che con l'andare avanti diventa una sorta di prigione. Un bravo scrittore dovrebbe essere in grado di piegare queste regole per ottenere i risultati che preferisce. È naturale, quindi, che per "piegare" fino anche a spezzare le regole, deve prima conoscerle.
Ma siamo in un "mondo" dove se parli di sperimentazione stilistica ti ridono dietro, con i paraocchi pronti a negare qualunque verità che non sia quella da manuale.
Dimenticando che i grandi della letteratura moderna e contemporanea i manuali al massimo li hanno scritti, di certo non li hanno letti. I manuali di scrittura - per questi grandi - erano le opere dei loro autori preferiti, da cui traevano il proprio modo di narrare.

Ho trattato l'argomento sul mio blog, ma non mi sento di spammare qui. Se interessa, googlare "La scrittura trasparente" con annesso il mio nome :P

Ho come il sospetto che si stia parlando di una persona precisa...
Avendoci avuto a che fare, anche professionalmente, posso dire che è molto più aperta e sensata di quanto a volte appaia e soprattutto dei suoi seguaci zombi con cui è assolutamente impossibile comunicare. Lei lo dice sempre che ci vuole l'idea e possibilmente un'idea originale: ma ovviamente un'idea non è sistematizzabile in regole precise e normative. Così le regole, nel suo discorso, finiscono per occupare tutto lo spazio e, essendo appunto precise e applicabili, sono tutto ciò che capiscono i suoi followers, un branco di parassiti capaci solo di trovare difetti a tutto e solo difetti. Le regole son quelle e si applicano: fine del discorso. Il risultato è che così non rimane NULLA di valido. Basta che non ne venga rispettata una tutto finisce: X non sa scrivere, è un/una deficiente, è una vergogna, solo in Italia...
Se la certa persona che non nominiamo avesse scritto non solo le divertenti stroncature che tutti abbiamo amato ma anche qualche bella e dettagliata recensione positiva in cui invece dei difetti venivano messi amorevolmente in evidenza i pregi del romanzo...

E a proposito di 'scrittura trasparente'... sono io oppure questo è illeggibile?
http://www.mauriziovicedomini.com/2013/06/la-scrittura-trasparente.html

Per quel che mi riguarda, non si parlava affatto di Gamberetta. Gli si dà troppa importanza, e dal momento che posta un articolo all'anno, per iperbole, non ha nemmeno tutta questa importanza. Forse l'aveva anni fa, adesso no di sicuro.

E quindi non credo sia il caso che si venga qui a difendere a spada tratta una persona che non era nemmeno in argomento. Le regole non le ha certo inventate lei, insomma.

Per quel che riguarda, infine, il tuo attacco al mio articolo, sono passati gli anni in cui mi sarei infervorato per una bambinata simile. L'articolo è lì bello e scritto, chi vuol intendere, intenda. Gli altri facciano quello che gli interessa (magari cercando il significato di illeggibile sul dizionario, dal momento in cui è qui usato di certo a sproposito).

Intendevo dire graficamente. A me appare grigio chiaro su bianco, fisicamente illeggibile.

Ah, allora incomprensione mia, scusami (sebbene dal tono potesse sembrare altrimenti, dovrai ammetterlo ^^).

Lo sfondo del mio blog è nero, per questo il colore del corpo testo è grigio chiaro. Non so, sinceramente, perché lo vedi bianco.

Un saluto.

Io invece parlavo proprio di Gamberetta, e non solo di lei.
Sono contento di sapere che di persona è più aperta è flessibile di come appare sul blog dove invece mi è parsa seguire una parabola discendente da un posizione "le regole vanno imparate prima di poterle infrangere" a "le regole non si infrangono".

Una parabola che, secondo me, ha avuto il suo punto di non ritorno nei manuali, i quali sono utili e scritti molto bene ma in alcuni punti cristallizzano la necessità di seguire le regole sempre e comunque con una verve fanatica, e ha toccato il fondo con la critica al Manzoni che, al netto degli strali sulla sua insegnante di italiano che doveva essere particolarmente inetta, in pratica è la affermazione che tutto quello che esula o esulerà dal canone delle regole è e sarà schifo, senza attenuanti, giustificazioni, contestualizzaizoni possibili: una visione che pare la trasposizione in salsa letteraria della fede nel progresso di stampo ottocentesco.

Al che, se dal vivo è di tutt'altra idea, mi chiedo cosa l'abbia portata sul blog a seguire una tale evoluzione, se lo scoramento dato dal desolante panorama fantasy italiano oppure se l'influenza dei suoi seguaci zombie ai quali ha dato (più o meno consciamente) quel che voelvano.

Anyway, spero non troviato questo ultimo post OT ma personalmente trovo che Gamberetta è tutt'altro che ininfluente. Anche se ormai non scrive più sul suo blog ha lasciato una impronta duratura nella blogsfera e nel suo solco si sono inseriti tantissimi blogger tutt'ora attivi, i quali o ne seguono pedissequamente l'insegnamento (o quel che han pensato fosse il suo insegnamento) oppure cercano di distaccarsene. In un caso o nell'altro, nella blogsfera letteraria-fantasy italiana si continua a postare e discutere all'ombra della Dea/Demone dai capelli rosa...

Ecco un'altra cosa che non avevo capito. Un altro punto in meno per me, è evidente che in questo periodo sono abbastanza fuori. Quanto io ho scritto, dunque, s'intenda in via generale. A lei come non a lei: a tutti coloro che rientrano nei parametri di cui prima.

Io questa influenza, a dir la verità, non la vedo. Voglio dire, blog che inneggiavano alle regole esistevano anche prima di Gamberetta ed esisteranno anche dopo. Senz'altro ha influito in quel periodo di massimo "splendore", ma oggi - per lo meno nella "parte" di blogosfera che vedo io - è ormai uscita dai giochi.

Ci sono pochi altri che la emulano - apertamente o meno - e più che altro imitano i suoi toni irrispettosi e canzonatori, professando la summa delle regole. Molti altri invece, pur con l'idea per cui le regole andrebbero seguite senza sgarri, sono per lo meno educati. E queste idee non vengono da Gamberetta, ma dai manuali, le scuole di scrittura e quant'altro che arrivano da fuori Italia. Tra l'altro molte persone che conosco, che seguono un'ideologia sulla scrittura simile a quella della Gambera, la rinnegano sotto diversi aspetti.

Insomma, la "bomba" l'ha lanciata a suo tempo. Ma ciò che c'è adesso non dipende più da lei. Se ha creato il solco, poi questo è stato modellato da molti altri, in direzioni anche diverse da quelle d'origine :)

Mi sa allora che frequentiamo due parti diverse della blogsfera :D

Sì il solco è stato modellato in varie direzioni difatti anche il mio post era riferito a lei ma non solo (quindi non sei fuori, non ti preoccupare :) ), erano riflessioni rivolte al particolare (alla persona che per prima che ho visto propugnare l'adesione alle regole quasi come una fede e che ho visto avere in ciò successo) sia al generale (a tutti quelli che seguono questa scuola di pensiero, sia che sianos tati influenzati dal suo blog o meno).

Comunque vada, mi sa che di adesori sfegatati e fanatici, nella piccola parte di blogsfera che conosco, siano rimasti solo il Duca e una serie di commentatori che ancora si aggirano per Gamberi Fantasy come custodi sikh di un tempio vuoto. Gli altri, per fortuna, in qualcosa son cambiati. Anche solo, per dire, Massacri Fantasy: sono molto ligi all'idea che le regole sono Regole (e hanno ereditato la parte più caustica dello stile recensorio di G.) ma se poi vai a leggere il loro forum sono persone con le quali è ben possibile il dialogo, per quel che ho visto.

Avevo letto il post il giorno dell'uscita, ma mi era sfuggito l'OT, peraltro interessante. Se posso dire la mia, dopo anni molti ormai hanno capito che Gamberetta esagerava volutamente su regole e forme per una sua deformazione (legittima, per carità, ma sicuramente personale) e per la volontà di imporsi sul piano retorico. Basta andare alle fonti e leggere i manuali che ha sempre consigliato, per rendersi conto che gli autori di manuali a cui si ispirava ai tempi d'oro del blog dicevano tutt'altro. Su questo ha sempre avuto ragione: nessuno legge i manuali. Almeno, non gli scrittori italiani.
E comunque il suo discorso estetico, come dicevo, è perfettamente tollerabile in quanto soggettivo. Se uno scrittore ha un proprio stile, può averlo anche un critico. Ciò che però non mi ha mai convinto del Suo discorso sulla narrativa (e qui rientriamo moooolto nell'argomento dell'articolo di Andrea) è l'assoluta indifferenza ai contenuti. Più di una volta in "quelle pagine" ho letto che "non ha alcuna importanza di ciò che si scrive, finché lo stile è buono". Nel suo commento sui commentatori, Sascha ha colto il punto. Gamberetta vendeva una formula per il successo, un po' come quei blog che promettono di far soldi vendendo X o Y. Questo modo di porsi ha influenzato anche altri recensori wannabe, che ripetendo i tre principi-mantra fondamentali (POV, show don’t tell, infodump) e applicandoli a qualsiasi cosa, sono finalmente assurti al rango di bloggers.
Evviva.
Peccato che i romanzi fantasy italiani, in media, continuino a fare schifo e i tentativi di produrre qualcosa utilizzando le regole di questa scuola di pensiero abbiano prodotto cose mediocri (lo dicono i lettori) come questa: http://www.goodreads.com/book/show/11953112-assault-fairies-volume-1
Tornando al post. In un certo senso io sono anche più fondamentalista di lei, almeno come scrittore, e mi sentirei di dire che ci sono delle tecniche (e dico "tecniche", non leggi o regole; consultare wikipedia per comprendere la differenza, nel caso) anche dal punto di vista del contenuto. Chiamateli archetipi, topoi, o strutture a priori, un narratore deve riuscire a gestirli e sapere quando utilizzarli, pena la caduta nel baratro del cliché. La differenza tra uno stereotipo e un personaggio ben caratterizzato sta nei dettagli. Anche qui, i manuali analizzano queste strutture e spiegano come evitare gli errori.
P.S.: Dovesse arrivare qualche talebano a dirmi che non cito le fonti, sarò lieto di fornirle dettagliatamente.

Ciao Andrea, che dire? Articolo puntiglioso e ben scritto ed in gran parte condivisibile.
Sono però ampiamente convinto di una cosa: molti scrittori ricorrono a cliché narrativi invece che a topoi letterari perché sono stati i primi a fare vendere in questi anni, non certo i secondi, che sono stati solo in parte sfruttati. E i romanzi fantasy, ben più di altri tipi di romanzo, per sopravvivere e inserirsi stabilmente come soggetti attivi nella moderna istituzione letteraria devono avere successo commerciale, e chiaramente ciò non piace a qualche critico "radical chic".
Basti pensare ad Artemis Fowl, che da rivale irlandese di Harry Potter si è trasformata in una serie per affezionati lettori scomparendo però dal mercato librario di massa. O ancora Eragon (e relativa serie), insieme cliché narrativi per eccellenza, che da interessantissimo romanzo d'esordio di uno scrittore quindicenne si è trasformata in una sorta di ciclo non ben definito e poco sfruttabile commercialmente.
Se ciò sia dovuto ad un eccessivo sfruttamento della dei cliché narrativi (e troppo poco dei topoi) non so dirlo. Quello che è certo è che, per me, la gente è stufa di leggere di orfani che salvano il mondo dal cattivo di turno, di ambientazioni medievali e mitologia nordica. Sarebbe ora di scrivere (e leggere) altro perché il Fantasy non può più vivere solo di questo. Del resto a me piacerebbe leggere un fantasy che ha come protagonista un imperatore romano o di una strega durante la guerra di Troia. Sarebbe qualcosa di diverso e recupererebbe topoi non ancora sfruttati da questo tipo di letteratura.

Ecco, il nome è saltato fuori...
Posso assicurarvi che la Gamberetta è stufa come chiunque altro di ricevere storie (malscritte pur seguendo tutte le regole...) che cominciano con un cavaliere, un elfo, un mago e un nano che si incontrano in una locanda etc etc.
Mi sono servito dei suoi servizi professionali per una storia perversamente realistica (in gran parte) e lei ne è stata fin contenta. Ha fatto un buon lavoro: alcuni consigli si sono rivelati preziosi, altri utili, altri ho deciso di non seguirli dopo attenta considerazione. Una collaborazione decisamente positiva.
Io sono della scuola per cui deve conoscere bene le regole per poterle infrangere quando è giusto o utile e questa è, a volte, anche la sua posizione, dalla quale poi a volte si lascia trascinare via per gusto polemico. Quella del punto di vista è una regola importante e la si infrange a proprio rischio e pericolo; avverbi e infodump sono meno importanti e a me piacciono, con misura.
(abbiamo discusso un bel po' sul Manzoni; diciamo che non sono d'accordo con lei. Al massimo posso ammettere che certi effetti, come la carrellata iniziale sul lago, per quanto splendidi, non sono per tutti e perciò 'don't try this at home')
Il fatto è che la Rete ci ha reso tutti maestrini e moralisti da strapazzo, sempre pronti alla condanna e alla correzione con la matita rossa e blu, così che, in certi ambienti la sicurezza e precisione delle regole fornite dalla Gambe sono un dono del cielo con cui dare addosso a tutti quanti hanno commesso l'errore di pubblicare qualcosa. Il problema è ben più vasto di lei e investe lo spirito del Web nel suo complesso. Mai provato a leggere i commenti agli articoli sui giornali online?

@Gianni Falconieri: Hai senz'altro il mio appoggio quando parli di tecniche, come dicevo su (o nell'articolo linkato, non ricordo). Per come la vedo io, però, le tre sorelle e le moltre altre "regole" non nascono come tecniche, ma come regole, appunto. Uno scrittore deve acquisirle, capirle, prima che possano diventare tecniche da sfruttare, utilizzare e piegare a piacimento. Il problema di cui si parlava è a mio avviso un fermarsi al primo step. Una volta imparate, queste restano moniti pronti a urlare all'errore, un po' come se lo scrittore non riuscisse a sganciarsi dal manuale.
Per come io intendo la scrittura, è sulla buona strada per uno stile personale solo chi supera questo primo gradino, acquisendo i moniti iniziali come tecniche da utilizzare. Un qualcosa di attivo, non passivo.

@Andrea: Il problema è che il mercato trasforma tutte le idee originali in stampi da fabbrica pronti per la clonazione. Ci sono eserciti di pseudo-scrittori pronti a cavalcare l'onda del successo di un romanzo straniero. Si ritorna un po' sempre negli stessi ritornelli: i libri innovativi - anche nel fantasy, dove sembra così difficile - ci sono. Anche fra gli italiani. E non serve, a mio avviso, allontanarsi dall'ambientazione medievale, non per forza. Ma questi nomi e questi titoli non si trovano in libreria, salvo rari casi. Restano soffocati e sconosciuti sotto una matassa di cloni e brutte idee che, nonostante tutto, vendono :)

Sì, ed è un esercizio per lo più sconfortante. E scommetto che se domani Gamberetta tornasse in attività e scrivesse "Ok ragazzi, adesso calma. Distruggere tutto è divertente ma non è affatto costruttivo e adesso che abbiamo imparato le regole dobbiamo passare allo step successivo e imparare a forgiarci un nostro stile col quale rende vivi i nostri libri. Ecco 4 recensioni di libri dove tutto questo è ben evidente" il suo fandom si spaccherebbe in chi si ravvederebbe, cancellando le proprie granitiche convinzioni con un colpo di spugna, e chi inizierebbe a dare addosso a lei...

Lol, mi rendo conto solo ora di aver commesso un errore in fase di risposta :P

Il post precedente era in risposta a Sascha, non a Maurizio :)

Quanto all'articolo mi limito a notare un dettaglio: Harry Potter ha funzionato bene anche perchè i famosi topoi si svolgono in un mondo che, a parte la magia, è il nostro. Il passo successivo è prendere le strutture archetipe (per esempio l'Assedio e il Ritorno, per esempio, come diceva anni fa Franco Ferrucci) e inserirle pienamente nel mondo così com'è, senza i clichè consacrati dal fandom. Il fantastico è parte della natura umana e non può essere ignorato; ma per far partire l'auto ci vuole la benzina e senza soldi il cappuccino e krapfen al bar non te lo danno...

@ Maurizio V.

Cambiato pc e letto l'articolo, che condivido.

@Sascha: Ne sono lieto :)

Ma state scherzando?

Uno si assenta da casa per qualche ora e trova il salotto con tutte le luci accese, ciotole di pop-corn e birrette sparse sul tavolo, gente sbragata sul divano a dibattere amichevolmente di fanta-elucubrazioni.
Ma signori, voi onorate la mia dimora!

Fate pure, io leggo e annuisco ;) (e userò tutto ciò che dite contro di voi, in separata sede e dopo attenta riflessione :P).

By the way, ci terrei a sottolineare che una certa blogger da noi tutti al pari criticata e rispettata, è stata non-nominata da voi. ;)
Io ce l'avevo contro Fantasy Faction.

Vi rimando alla prossima puntata, in onda il primo agosto. Tornerò sulla questione children/YA fantasy (mio personale tarlo d'autore).

Spegnete le luci quando uscite.

A.

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.