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Salvatore Satta: l’abisso della memoria

Salvatore Satta, Il giorno del giudizioArticolo pubblicato nella webzine Sul Romanzo n. 1/2014.

Sembra più che opportuno ritenere difficilmente scindibili la vita dalle opere di uno scrittore. Ci sono, poi, alcuni casi in cui questo rapporto diviene la cifra distintiva, il dato senza il quale non è possibile leggere, con l’opportuna serenità e con il dovuto equilibrio, un testo letterario e una vicenda artistica.

Uno di questi è Salvatore Satta; piuttosto complesso e intricato, tanto quanto la natura, di statutaria doppiezza, dell’autore, ci suggerisce. Giurista e scrittore, infatti; anzi: prima e, se non fosse stato per un ritrovamento postumo, forse quasi esclusivamente, giurista, e poi scrittore. Nato a Nuoro, nell’agosto del 1902, Satta, “figlio d’arte” di un notaio, intraprende anch’egli la strada della giurisprudenza, giungendo a diventare professore ordinario e ricevendo incarichi di insegnamento in diverse città d’Italia. Da giurista, si occupa soprattutto di procedura civile e diritto fallimentare, ed è un caposaldo della letteratura di settore il suo Commentario al codice di procedura civile, uscito per Vallardi, in quattro volumi e sei parti, tra il 1956 e il 1971. Accanto alle attività di studio e docenza – possiamo adesso aggiungere, ex post – coltiva, se non una costante scrittura, almeno una “visione” da scrittore, un “astratto furore” da narratore.

Dopo la morte di Satta, avvenuta nel 1975, la sua famiglia ritrova, infatti, fra le carte del congiunto, un dattiloscritto (e più tardi anche il manoscritto), Il giorno del giudizio. Per una ricostruzione filologica accurata, vasta e rispettosa, il volume di riferimento è L’autografo de Il giorno del giudizio, a cura di Giuseppe Marci, uscito per i tipi di CUEC nel 2003, all’interno del quale si mettono a confronto una trascrizione integrale del manoscritto, il dattiloscritto e le edizioni a stampa Cedam, Adelphi e Ilisso, uscite rispettivamente nel 1977, nel 1979 e nel 1999.

Il giorno del giudizio, dopo la “scoperta” postuma, ha conosciuto diverse edizioni, e quella che teniamo presente è proprio l’edizione Adelphi del ‘79. È chiaro che in questa sede non si può procedere a una lettura filologica del romanzo di Satta, ma sarà utile annotare almeno alcuni elementi.

Primo fra tutti: Il giorno del giudizio è quello che oggi, più smaliziati e anche maggiormente abituati a forme eclettiche di narrazione, chiameremmo, senza grandi timori di smentita, un romanzo-mondo. A maggior ragione se si considera che ciò che viene raccontato, con un tono a metà strada fra quello dello storico e quello del cantastorie, e “proteso” verso il lettore, è un mondo vero, con una sua valenza storica, sociale, con un suo peso esistenziale e documentario. Il “piccolo mondo antico” di Satta è quello della Nuoro della sua infanzia e non solo, con il carico, ingombrante e tenero, proprio di ogni memoria che sia personale, ma anche profondamente condivisa. A questo proposito, non crediamo sia possibile sfuggire ai numerosi ricordi letterari legati alla condizione di isolamento, geografico ed esistenziale, che, nel nostro Paese, è stata espressa tanto dai siciliani Sciascia, Bufalino, in certa misura Vittorini, quanto dai sardi Sergio Atzeni e Salvatore Niffoi, giusto per fare alcuni nomi; nel primo caso, eredità poco raccolta, se non per nulla, e forse troppo spesso scioltasi malamente nella ingiusta, e più che altro ingenerosa, oleografia della Sicilia bedda, oppure, lecitamente, rivolta ad altri lidi, anche piuttosto lontani, come nel caso di Viola Di Grado, ad esempio; e con delle importanti eccezioni alla regola, è doveroso farne cenno, tra cui, per fare solo due nomi, anche se abbastanza discussi, soprattutto di recente: Emma Dante, che comunque si muove in territori liminali, di confine, per elezione e per necessità, ed Emanuela Ersilia Abbadessa. Nel caso dell’“eredità” sarda, invece, sembra essere stata messa a frutto meglio da una nuova generazione di scrittori ancorati alla (madre) terra.

La vicenda di Salvatore Satta, che in data 25 luglio 1970, alle ore 18, dà avvio alla stesura di queste sue “memorie” (tra virgolette, è d’obbligo) è come una lotta impari con la sovrabbondanza dei ricordi, con il fiume dell’esperienza, un corpo a corpo violentissimo con la storia personale e con quella universale, armati solo delle parole. Il complesso narrativo che Il giorno del giudizio ci propone è un accatastamento di storie e immagini, una dopo l’altra, ma anche una dentro l’altra. Dall’incipit, in cui facciamo irruzione, in medias res, accanto a Don Sebastiano Sanna Carboni, che «alle nove in punto, come tutte le sere» lascia la sua stanza e scende al piano di sotto, attraverso un lungo e articolatissimo iter, giungiamo alla stringatissima seconda parte. Parte che, in realtà, nella seconda delle agende sulle quali Satta aveva composto il suo testo, era costituita da ventiquattro facciate e che, purtroppo, non è confrontabile con il dattiloscritto, in quanto proprio questa sezione è andata perduta, ed è arrivata così nelle edizioni a stampa in una forma atipica, quasi feroce, brevissima, di una pagina; ed è forse proprio nella stringatezza di questa chiosa, nel suo essere quasi improvvisa, ex abrupto, che si può leggere almeno uno tra i bisogni più intimi di rievocazione messi in campo da Salvatore Satta. L’autore “confessa”, quasi a mo’ di excusatio non petita, «sento che mi preparo una triste fine, poiché non ho voluto accettare la prima condizione di una buona morte, che è l’oblio», e rivolge un pensiero ai suoi “personaggi” che lo hanno «scongiurato di liberarli dalla loro vita»; mentre, invece, è stato proprio lui ad evocarli, per liberarsi dalla sua, di vita. Dinamica già nota, di autore in cerca di personaggi e di personaggi in cerca di autore, l’uno e gli altri alla ricerca di una dimensione che li liberi dalla forma e li restituisca alla vita, entrambi condannati a non trovarne una definitiva, immobile di per sé, anche perché significherebbe riconsegnarsi ancora una volta alla forma.

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Salvatore SattaIl fatto che, al centro e, in qualche modo, come perno della narrazione di Satta, vi sia un cimitero, è di grande importanza, e quasi certamente nessun altro luogo avrebbe potuto avere simile valenza, nella grande “ricognizione” dell’autore. Può, con facilità, venire in mente l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Con una differenza, riteniamo: nel Giorno del giudizio i “rievocati” vengono colti in una dimensione molto più in progress, non vengono catturati ed eternati con poche pennellate, come il suonatore Jones, Ella, Kate, Mag, e gli altri, ma si producono ai nostri occhi nel loro scorrere, nel loro esistere nella progressione del tempo e della vita; progressione che viene colta in pieno dall’avventura che Salvatore Satta ci ha consegnato, anche se non in vita, e che testimonia una sensibilità da autentico umanista; come, del resto, la testimoniano anche il De profundis, saggio-confessione-riflessione scritto tra il giugno del 1944 e l’aprile del 1945, e il romanzo La veranda, probabilmente composto tra il ‘28 e il ‘30, il cui manoscritto fu ritrovato per caso, all’inizio del 1981.

Sensibilità che trova il suo massimo compimento nelle battute finali de Il giorno del giudizio: le ultime “considerazioni”, infatti, sono di tenore complessivo, riassuntivo; giudiziale, potremmo dire, mantenendo in pieno la doppia valenza del termine: nel momento in cui si invoca, si chiede «che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale», di fatto ci si rivolge alla superiorità del racconto, al potere, in certo modo al di sopra del bene e del male, del mettere assieme le parole per “fare forme” dal ricordo informe, liquido, sfuggente.

Una struttura-romanzo di questo genere non può non appoggiarsi a uno stile etimologicamente complicato, a una scrittura tutta compresa in (e da) un periodare ampio ma non involuto, ricercato ma non lezioso, con molte interrogative retoriche, frequentissime digressioni; l’autore c’è, si sente e “si vede”, e interviene non di rado per fare domande, farsi domande, sull’oggetto della scrittura, e sulla scrittura stessa, come oggetto della vita.

È questo, dunque, il mistero alla base del testo di Satta: il tentativo di comprendere, forse riuscendoci, forse no, la scrittura e la vita e, soprattutto, quanto dell’una ci sia nell’altra, e viceversa.

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