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“Sabbie bianche” di Geoff Dyer, non un semplice libro di viaggio

“Sabbie bianche” di Geoff Dyer, non un semplice libro di viaggioLa parola “viaggio” deriva dal provenzale “viatge” che a sua volta proviene dal latino “viaticum”, letteralmente “provvista per il viaggio”, e indica l’atto di spostarsi da un luogo a un altro, non importa se posto a molti o pochi chilometri di distanza. Per questo motivo possiamo inserire Sabbie bianche (Il Saggiatore, 2017, traduzione di Katia Bagnoli) tra i libri di viaggio, nonostante Geoff Dyer a volte si sposti semplicemente dalla sua casa a Venice Beach, Los Angeles, alla pista ciclabile di Santa Monica per ammirare le performance più o meno professionali di AcroYoga.

Certo, non si tratta di un tradizionale diario di viaggio che si sviluppa da un dato punto A per partire alla scoperta di B e tantomeno possiamo incasellarlo nella definizione di reportage: Sabbie Bianche parte sì da un luogo fisico – The Hump a Cheltenham, Gloucestershire, per l’esattezza – ma procede poi avanti e indietro nello spazio per costruire una mappa di luoghi in cui a fare da guida sono le parole. Le località stesse di cui scrive Dyer, scrittore britannico che da qualche anno vive a Los Angeles, sono scelte per il loro essere ambigue e difficili da nominare attraverso la scrittura perché il vero viaggio che lo scrittore compie è verso l’ignoto. Ancora, le mete di Sabbie bianche parlano principalmente di opere umane (architettoniche, artistiche, culturali…) e allora viene difficile semplicemente definire questo libro attraverso una categoria standard dal momento che di standard non troviamo assolutamente nulla.

 

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Si parte dalla Città Proibita di Pechino raccontata attraverso l’incontro con un’affascinante donna del posto che resta impressa nella mente dello scrittore più del famoso palazzo imperiale e si finisce a Los Angeles avendo passato Tahiti, Brentwood, il Circolo Polare Artico, lo Utah e il New Mexico. Ma non aspettatevi dettagliate descrizioni di questi luoghi esotici, preparatevi piuttosto a ironiche e affascinanti narrazioni dei motivi che spinsero Gauguin a stabilirsi in Polinesia, della difficoltà (e conseguente delusione) di intercettare l’Aurora Boreale. O ancora aspettatevi un’immersione nel fascino megalomane e intenso di The Lightning Fields, opera di land art di Walter De Maria completata nel 1977, o nel fugace e quasi distrutto Spiral Jetty di Robert Smithson.

“Sabbie bianche” di Geoff Dyer, non un semplice libro di viaggio

Dyer, in un’intervista rilasciata ad Antonello Guerrera per «la Repubblica», dice che: «Ci sono posti al mondo che non deludono mai. Per esempio i parchi nazionali americani, il Grand Canyon. E sa perché? Perché sono estremamente naturali: l’uomo ha interferito pochissimo in essi. I posti più umanizzati invece ci deludono di più, proprio perché sono più umani. E questo a volte ostacola la nostra interazione con il luogo, le sue tradizioni, l’opera d’arte. Ma allo stesso tempo, l’esperienza personale resta il centro di tutto». Ed è proprio da qui che arriva la decisione di soffermarsi su certi luoghi piuttosto che su altri accogliendo il viaggio da un punto di vista del tutto diverso da quello a cui siamo soliti riferirci. Sabbie bianche, infatti, è una raccolta di dieci esperienze diverse profondamente intrise di cultura che permette al lettore di accostarsi ad altrettanti capolavori accompagnato dalla guida di un narratore che sa essere forbito e ironico senza mai cadere nel didascalico.

“Sabbie bianche” di Geoff Dyer, non un semplice libro di viaggio

«Immaginate una coppia seduta per un ritratto fotografico ufficiale… una fotografa in pietra antica. Nell’istante in cui scatta l’otturatore lei abbassa la testa dietro la schiena di lui, ridacchiando alla ridicola rigidità della posa che hanno dovuto adottare. Di colpo sono di nuovo una figura intera. […] La statua è così da migliaia di anni, eppure la sua finezza è tale che la fugacità di un momento – di un movimento – è stata salvata nella pietra. Le devastazioni del tempo vengono colte – e ribaltate – in un istante. Il tempo è vivo, in permanenza».

 

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Geoff Dyer conclude il libro con questa immagine di una statua a Luxor e credo che non ci sia niente di più romantico per terminare una lettura così affascinante come quella di Sabbie bianche.

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