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“Ruggine” di Anna Luisa Pignatelli, la donna in guerra con la Natura

“Ruggine” di Anna Luisa Pignatelli, la donna in guerra con la NaturaRuggine, l’ultimo romanzo di Anna Luisa Pignatelli, pubblicato da Fazi Editore ci restituisce una grande figura femminile archetipica della letteratura drammatica e comica al tempo stesso (nel senso di commedia umana): quella creata da Fernando de Rojas alla fine del Cinquecento e nota come La Celestina

Ci riporta a una figura di donna temuta per i suoi abili espedienti, una mezzana senza regole, che lègge dentro le vite altrui e ne combina gli amori e gli odi; una strega, una maga, una figlia del diavolo. E il paese in cui il romanzo della Pignatelli è ambientato, le dolci colline di Montici, in Toscana, trova vicoli paralleli nella Salamanca ebrea di tempi lontani, lungo i quali Gina, la protagonista di Ruggine, potrebbe benissimo confondersi con Celestina, anche lei brutta, storpia, avvolta nello scialle come dentro una corazza, seguita dal suo gatto, temuta, detestata, spiata da dietro le finestre. Affascinante e irrinunciabile per tutti, però.

È necessario fare un balzo letterario all’indietro di così tanti secoli per ritrovare, in letteratura, la figura di una donna così maschile nella sua forza, così rispettata nella sua solitudine, così odiata e ammirata per la capacità di resistenza alla Natura. Una donna a cui il male piega il corpo, pungolandole la colonna vertebrale, mentre la volontà di aggrapparsi alla vita la mantiene retta, una spada d’acciaio, ostinata a cercarsi un ruolo che i tempi dell’ignoranza le hanno negato. E questi tempi non sono affatto cambiati, da Celestina a Gina. E la Salamanca pettegola e superstiziosa di cinquecento anni fa non ha nulla di diverso da Montici, dove sappiamo che ormai c’è la televisione e le ragazze vanno all’università e dove Gina vive sola col suo gatto di nome Ferro (vero compagno di resistenza,) che fa guadagnare alla padrona il dispregiativo di Ruggine, così come Celestina era, prima che se stessa, la alcahueta, la ruffiana del paese.

Il romanzo è anche un ritorno a un mondo verghiano steso sulle colline toscane; apparentemente più gentile, dolce, ma non meno crudele di quello di Rosso Malpelo, che con Ruggine spartisce non solo un colore dell’anima. Ed è prezioso pensare che si possa ancora, nel XXI secolo del nostro italiano tartassato dall’incuria, guardare il vero in questo modo, senza sconti nella durezza del linguaggio e delle situazioni, ma con una poesia che è come le unghie del gatto Ferro sulla pelle dei nostri migliori ricordi letterari.

E c’è un altro filo che allaccia questo romanzo a una rinascita, forse, del sentimento dell’uomo come parte di una Natura benigna e maligna al contempo, e dell’uomo che per l’uomo è lupo: Intemperie, di Jesús Carrasco (tradotto in Italia da A. C. Cappi per Salani). Uomo e paesaggio che ci attirano e ci spaventano, ci danno rifugio e sostentamento ma di notte ci aggrediscono sotto le coperte, con guanti ruvidi, frugandoci tra le gambe e strizzandoci i seni, se siamo donne; dando fuoco alle torri dentro le quali bruciare la nostra ribellione, se si è uomini.

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“Ruggine” di Anna Luisa Pignatelli, la donna in guerra con la NaturaPerché di questo, in sostanza, racconta Ruggine: dell’eterna lotta della diversità  e del sapere, additata in paese, spiata dalle finestre, giudicata demenza, immoralità e per questo allontanata da quella “società civile” che Gina, la protagonista, non sa cosa sia ma vede impersonata nel padrone di casa, che vuole cacciarla per offrire le sue stanze ai libri di una ricca professoressa vedova; e dalla professoressa stessa, sprezzante e altera; e dal bottegaio ricco che usa la figlia per contribuire al gioco di lasciare Gina senza un tetto; e da chi sparge la voce che Gina frequenta gli zingari e legge il futuro sul ciglio della strada, ma in realtà sta vendendo se stessa senza pudore, con l’indifferenza di chi ha già conosciuto perfino scambi corporei incestuosi.

Chi legge queste pagine ha il privilegio di entrare da porte e finestre del racconto: dalle finestre socchiuse di chi alimenta con codardia il pettegolezzo, figlio di quell’assenza di pietà che rende il mondo uguale ovunque, tra le vecchie mura di Montici come nelle grandi città; dalla porta di casa di Gina, lungo la sua schiena curva, che un tempo sostenne la voglia di sapere, di capire, di imparare; resse i ferri e la lana con cui confezionava indumenti che vendendo avrebbero dovuto permetterle di andare ad accertarsi se il mondo fosse così meschino davvero ovunque. La schiena di Gina condivise la fatica di una vita rurale col Neri, quell’uomo di cui ci si poteva fidare completamente ma che lei non aveva capito se fosse amore; e quella stessa schiena ospitò il midollo in cui fece breccia la stilettata di un figlio che da lei non riuscirà mai a staccarsi e si prenderà la sua vita intera, sostituendo sua madre in una perfetta messinscena dell’assassinio di ogni pietà.

Il ventre come maledizione, così come maledetta è la Natura che torce il contenuto di quel ventre, e non c’è Celestina ormai che possa “ricostruire virgo”, che ci ridoni un mondo ingenuo, privo di stratagemmi, di piccole e grandi cattiverie. Per questo, (Gina), «per dimenticare le cose di questa terra, amava alzare lo sguardo al cielo e seguire le nuvole. Si sentiva simile a loro, impalpabile, libera, sfuggente, convinta che le disgrazie del mondo fossero dovute alla mano greve che non sa sfiorare, al pensier approssimativo che non sa intuire, all’indole che non conosce la misura, all’occhio che non sa scorgere il dettaglio».

Gina voleva resistere, uscire dall’ignoranza; una lotta che per la donna non è ancora finita e che ancora ancora combattiamo sole. Ed è così difficile accettare che «ogni essere umano è oppresso da un peso che gli schiaccia il cuore, una rabbia per quanto subìto, un rimpianto per quanto non avuto, che ne spiega le ombrosità, le ritrosie, la voglia di nuocere». Il romanzo di Anna Luisa Pignatelli scartavetra quella crosta di Ruggine che secoli di dolore ci hanno stratificato addosso.

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