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Romanzo, graphic novel e micro-film, una storia di formazione che si fa in tre

Romanzo, graphic novel e micro-film, una storia di formazione che si fa in treOggi vi parliamo di un progetto davvero molto interessante: Diana, 1999.

Si tratta di una graphic novel, scritta da Simonetta Caminiti e disegnata da Letizia Cadonici e che sarà a pubblicata a novembre 2019 da La Ruota Edizioni.

Anzi Diana, 1999 è uno dei rari esempi di graphic novel di formazione. Racconta la storia di Diana e Khady, due sorelle che vivono la loro giovinezza a Roma nel 1999. Diana ha diciassette anni e un carattere stralunato e tormentato, mentre la ventenne Kadhy è una bella cantante afroamericana adottata dalla famiglia di Diana. I loro amori, dolori e scoperte sono al centro di un racconto che le accompagna alle soglie di un Millennio con le sue promesse di radicale cambiamento.

 

Diana, 1999 è l’adattamento di un precedente romanzo di Simonetta Caminiti, Gli arpeggi delle mammole (che nel 2020 tornerà in libreria) ma è anche un micro-film rilasciato proprio pochi giorni fa e che potrete visionare qui.

E l’intreccio di queste tre modalità è stato uno dei temi centrali dell’intervista a Simonetta Caminiti.

 

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Diana, 1999 è uno dei rari esempi di graphic novel di formazione. Cosa significa lavorare a un progetto che ha pochi precedenti ai quali ispirarsi?

È una sfida adorabile. Ma anche il privilegio di calarsi nei propri panni come non mai: una graphic novel di formazione è esattamente quello che mi piacerebbe leggere, anche se non fossi stata io a scriverne la storia e la sceneggiatura. La difficoltà di avere poco a cui ispirarmi è aggirata, in realtà, con la compensazione dell’inventiva, la voglia di sperimentare… e inoltre un particolare non da poco: il nutrimento della mia adolescenza, che furono bellissimi manga giapponesi. Da essi penso di aver mutuato l’esempio di narrare storie di sentimenti e crescite in cui l’immagine (visiva) era elemento fondante, ma le sceneggiature erano talmente ben scritte da aver costituito letteratura pura. Bastino le prime prove (a mio vedere, le migliori) di Banana Yoshimoto, che dai manga trasse tutta la sua voglia di scrivere romanzi.

 

Questo progetto nasce da un romanzo pubblicato anni fa (e prossimo a una riedizione nel 2020), Gli arpeggi delle mammole. Quali cambiamenti ha comportato il passaggio dal romanzo alla graphic novel?

Sconvolgimenti veri e propri di vario genere. A cominciare dall’aspetto fisico dei personaggi. Nel fumetto, Diana è straordinariamente graziosa, anche se lontana dalla “perfezione” della sorella Khady; Filippo, attraente, tenebroso, direi squisitamente “bello”. (Nel romanzo no: tutt’al più è un giovane affascinante). Questo aiuta l’immediatezza, per il pubblico, dei loro tesori interiori: somigliano subito, anche solo guardandoli, ai loro cuori, ai loro temperamenti, e perfino alle pecche del loro mondo interiore. Ci sono poi almeno due colpi di scena (uno ha determinato un cambiamento molto preciso anche nell’antefatto della vicenda, che nel romanzo seguiva tutto un altro corso di eventi). Infine, ci sono due capitoli, tra cui quello conclusivo e ambientato nel 2019, completamente inesistenti nel romanzo. Tradire il mio romanzo è stato molto appassionante.

 

Restando sempre sul tema di questo passaggio, con quali rischi si è dovuta confrontare e quali accorgimenti ha preso per aggirarli?

Il rischio principale (il primo con cui mi sono confrontata e che ho temuto tanto) era quello di appiattire una narrazione che, nel romanzo, era stata congegnata, desiderata e svolta soprattutto attraverso la cura della lingua. Dello stile. Come si fa a trasferire tutto questo in un fumetto? Ma ho pensato però che potesse essere avvincente portare in un mondo di immagini tutto il flusso (bizzarro, indomito, delicatissimo e intessuto di citazioni) che la protagonista ha “nella testa”. Qui vedremo i suoi ricordi, il volto della sua scrittrice preferita… e perfino qualche buffa posizione del Kamasutra. La differenza che passa tra scrivere in prosa certe cose e “dettarle” a un fumettista è analoga a quella tra un brillante e lungo racconto, o un servizio di cultura (o costume) su un giornale, e l’ideazione di un conciso e immediato (ma funzionale e piacevole) spot pubblicitario… Sono trasformazioni ad alto tasso di creatività.

 

Diana, 1999 racconta la storia di due sorelle, Diana e Khady, quest’ultima adottata. Qual è la particolarità di un tale legame e cosa l’ha spinta a raccontarlo? E cosa può insegnare ai lettori, soprattutto ai più giovani, per i quali le graphic novel in genere sono pensate?

La spinta a raccontarlo mi è stata fisiologica: ho una sorella maggiore amatissima e una cugina che mi è cresciuta accanto, come e più che una sorella. Ma il primissimo personaggio apparso nella mia mente non è stata la protagonista Diana, bensì proprio Khady: esotica e fascinosa ragazza afroamericana perfettamente integrata a Roma, in un momento storico in cui forse era una cosa più rara (e dunque, quanto mai ammaliante) da vedere. Khady: con le sue aspirazioni, la sua splendida intelligenza. Il suo legame con Diana ha la magia di un legame di sangue vero e proprio, pur non essendolo. Cosa possa insegnare ai lettori non saprei: non vorrei scadere nella retorica per cui “i figli e i fratelli non sono necessariamente quelli con cui condividiamo il patrimonio genetico”. L’insegnamento maggiore è, forse, che l’amore tra due sorelle, consanguinee o meno, passa per dinamiche, processi di crescita, separazioni, dolori, confronti spigolosi e scelte che ci cambiano: ma, quando è amore profondo, non c’è nulla di più solido. Nulla che resti di più.

 

Prima di essere scrittrice, lei è una giornalista. Cosa vuol dire passare dalla scrittura giornalistica al romanzo e poi alla sceneggiatura per una graphic novel?

Per la verità, a suo tempo soffrii di più imparare a “incastrare” la mia formazione letteraria (e la vocazione per la narrativa) nei format (chiamiamoli così) del mestiere che avevo scelto come principale: quello di giornalista. Scrivendo un romanzo, mi sono limitata a lavorare (per anni!) a un sogno che coltivavo fin da bambina. Conservo quaderni di bambina zeppi di storie…

 

La storia è stata disegnata da Letizia Cadonici. Come avete coordinato il vostro rispettivo lavoro?

In modo molto preciso. Un numero puntuale e prestabilito di tavole (pagine del fumetto) che lei ha prodotto ogni mese con la supervisione della casa editrice, naturalmente. E la scrittura dei capitoli in stile piuttosto libero: affidato abbastanza alla regia di Letizia, che trovo abbia un profumo di cinema, un ritmo e una poesia davvero perfetti per quello che cercavo.

 

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In questi giorni è stato rilasciato anche un micro-film per il lancio del libro. Uno dei rari esempi in cui una storia viene presentata attraverso dei media differenti. Ci sono delle ragioni particolari che hanno orientato questa scelta?

Ragioni molto radicate. L’amore per il cinema e il sogno di sentir “respirare”, parlare, perfino muoversi, i miei personaggi. Con voci, peraltro, di attori straordinari (Barbara De Bortoli, la Carrie di Sex and the City, trovo sia davvero la voce femminile del nuovo millennio: e il romanzo parla anche del nuovo millennio; Federica De Bortoli, voce italiana di Anne Hathaway, Natalie Portman e Kristen Stewart, tra le altre, è stata nel trailer la sorella della protagonista, come sorella di Barbara è nella vita!). E la colonna sonora è una chicca. A cantare, è Diana Timbur, una giovane donna molto simile fisicamente alla Diana del mio fumetto. La cover di Don’t dream it’s over è legata alle atmosfere della storia. C’era bisogno di un micro-film, seguito dalla maestria di Fabio Santomauro, per una graphic novel così piena di sentimento.


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