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Roma diventa un museo di atroci delitti ne “La forma del buio” di Mirko Zilahy

Roma diventa un museo di atroci delitti ne “La forma del buio” di Mirko ZilahyLa forma del buio di Mirko Zilahy, edito da Longanesi, è un romanzo che ha una carica decisamente innovativa, anche se con alcune pecche che cercheremo di spiegare in questa sede.

La forma del buio offre, prima di tutto, per via dei suoi continui echi classicheggianti e rimandi a luoghi ove dimorano miti, leggende e fantasmi, l’effetto desiderato: quello di un’attesa trepidante, pulsante.

La Roma, infatti, di Mirko Zilahy è una Roma antica, quella delle ville, dei parchi, della Galleria Borghese, della Villa Torlonia, è una città in cui alberga anche una memoria infantile, una favola, un sogno, come il vecchio Luneur, il luna park della capitale, il Giardino zoologico, sconfinando oltre, sino al parco mostri di Bomarzo.

Su questo sfondo si sviluppano le vicende del commissario Enrico Mancini e la sua squadra da una parte, dello Scultore, l’assassino, il serial killer dall’altra parte.

La particolarità che rende il romanzo unico, o anche raro, nel genere e che salta all’occhio fortunatamente dopo due terzi della storia, è che lo Scultore, il serial killer, non uccide sulla base dei vecchi canoni, cioè per vendetta, seguendo un determinato disegno criminoso o per una qualche nemesi.

Quello che anima le azioni dello Scultore è la fantasia, intesa come l’insieme di quei mostri che hanno governato interamente la sua infanzia, la sua adolescenza. Quei mostri, come precisa l’autore, che rappresentano delle creature perturbanti, che nella fattispecie assumono forme surreali di animali esotici e fiabeschi, generati sempre dai recessi dell’animo umano.

 

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Tuttavia…

Chi è, a conti fatti, questo Scultore?

È l’ingegnosa creazione dell’autore, Zilahy, che ha lasciato che il suo personaggio, l’antagonista, in virtù della lettura dell’unico libro messo a disposizione nel suo periodo di reclusione, “il libro della mitologia”, componesse le sue sculture umane, usando come stampo i mostri mitologici.

Abbiamo, pertanto, allestimenti preparati dall’assassino in cui le vittime riproducono una volta il mostro mitologico Lamia, un’altra Scilla – creature metà donne e metà animali – o ancora il Minotauro – metà uomo e metà toro – o il celebre gruppo di Laocoonte, il troiano con i suoi figli assalito da serpenti marini. Roma diventa, a questo punto, un museo, ovvero il posto in cui l’assassino potrà esporre le sue sculture.

Roma diventa un museo di atroci delitti ne “La forma del buio” di Mirko Zilahy

È il personaggio indubbiamente più riuscito. Conserva un’aura di mistero per tutto il romanzo. La brutalità con cui esegue i suoi omicidi, l’efferatezza con cui questi sono perpetrati fa acquistare altresì al suo ruolo un carattere rituale, tanto da rafforzare la sua posizione enigmatica e criptica.

Da qui il titolo diventa, probabilmente, più comprensibile. Lo scultore dà forma, modella il buio, rappresentato questo dalle sue paure, dalle ancestrali angosce e lo fa uccidendo innocenti vittime: innocenti perché non hanno alcun legame, né con l’assassino, né tra loro sono in qualche modo collegate.

E adesso il commissario, Enrico Mancini.

Enrico Mancini è un uomo controverso, solitario, freddo, incapace di lavorare in squadra, con un passato che lo tormenta, con un senso di colpa che lo perseguita. Si nega ogni sentimento, ogni possibilità di relazione perché il fantasma di Marisa non gli dà tregua, gli nega un’altra vita.

 

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L’autore fa acquistare familiarità con il commissario dopo un bel po’ di tempo. Non è un uomo che cattura le simpatie anche perché non ha nulla di particolare, non esce mai allo scoperto e non so fino a che punto intenzionalmente.

Mancini appare come l’ombra di se stesso, il suo ruolo è definito più dalla rilevanza che ne offrono i suoi colleghi in quanto commissario e docente di criminologia e assume consistenza le volte che serve all’autore.

Roma diventa un museo di atroci delitti ne “La forma del buio” di Mirko Zilahy

Se non fosse il protagonista, non ci si darebbe particolarmente peso, ma così non è.

 

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Il romanzo si presta a una lettura che intriga tanto ma che, alla fine, a mio modestissimo avviso, non sorprende. Ha colpi di coda che rendono giustizia al lavoro dell’autore – come Alexandra la collaboratrice di giustizia, laureanda in arte che ha un legame particolare con l’assassino – ma tuttavia confluiscono in una prevedibilità che rischia di non lasciare appagato il lettore.

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