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Ritrovare se stessi tornando a casa. “Portami dove sei nata” di Roberta Scorranese

Ritrovare se stessi tornando a casa. “Portami dove sei nata” di Roberta ScorraneseRoberta Scorranese, giornalista del «Corriere della Sera», in Portami dove sei nata (edito da Bompiani) ci conduce davvero nella sua terra natia, l'Abruzzo, svolgendo un esercizio di ritorno a casa e peregrinando tra ricordi nuovi e antichi disposti nella memoria in “ordine capriccioso”:

«Riconosco i miei fantasmi dall’odore di cosa viva. È un attimo. Incrocio per strada un paio di occhi neri con il taglio leggermente all’ingiù e subito un volto si sovrappone a un altro, con la nitidezza di un ricordo gemmato chissà dove negli anni. A volte è la scheggia di un sorriso, a volte è il luccicore di un collo bianchissimo e nudo.»

 

Vite vere, sulle quali la scrittrice costruisce storie di fantasia giocando con l'arte di raccontare e quasi ripercorrendo una tradizione più di natura orale che scritta. Difatti questo romanzo sembra di udirlo anziché leggerlo. Vecchie tradizioni, visi antichi e una miriade di sensazioni volte a rincorrere quella che la scrittrice ritiene l'unica resurrezione possibile: il ritmo naturale della terra. Ed è proprio la terra una delle protagoniste principali del romanzo con i suoi lati preziosi legati all'agricoltura e alle stagioni e con quelli minacciosi e oscuri come il terremoto, «capriccio demiurgico che cambia l'architettura delle cose» e infonde un potere segreto agli oggetti trasformandoli in esseri dotati di crudeltà e spoglia le case dei ricordi, trasfigura i luoghi familiari e li fa diventare orizzonti estranei causando la sensazione della perdita di appartenenza.

 

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L’Aquila tra le macerie perde i colori e acquista odore di calcinacci e ciò che più manca è l'eco delle voci amate che rimbalzano nel cuore di una città svuotata.

«Alle tre e trentadue ogni cosa lasciò il proprio posto: case, macchine, persone, armadi, piatti. Il mondo cominciò a saltare come per un ordine impartito da una divinità capricciosa eppure familiare. Tutto si ruppe e tutto andò a ricomporsi altrove in altra forma, bestiale, demoniaca: i palazzi storici crollarono sulle proprie fondamenta secolari e le macerie formarono un gigante grigio; la basilica di Collemaggio sventrata divenne simile a un mostro osceno. Si aprirono bocche nelle strade, crateri nelle scuole, piccole montagne in mezzo ai giardini come in un disegno biblico. I vivi e i morti si confusero nella polvere, erano spettri di un mondo primitivo, inanimato.»

Ritrovare se stessi tornando a casa. “Portami dove sei nata” di Roberta Scorranese

Nella desolazione del terremoto il cratere dei sentimenti diviene immenso e cresce a mano a mano che le macerie si sedimentano. I legami tra i personaggi della grande famiglia di Scorranese si rafforzano al fine di preservare la memoria delle radici. Tutto acquisisce un’importanza particolare: la redenzione dei “peccati grossi”, “l'ammidia” ovvero l'invidia, la fierezza della terra d'Abruzzo, l'importanza delle straordinarie figure femminili che sanno portare con il sorriso il peso del silenzio, e la fiducia nei miracoli. È un romanzo di reminiscenze sensoriali che ci conducono a gamba tesa tra gli anfratti della narrazione: l'odore delle pietre e della terra intrisa di pioggia, il profumo della conserva di pomodoro, gli effluvi della campagna. Ed è tra queste influenze che la scrittrice ritrova il filo del racconto rimasto sospeso ai “giorni di miele” della sua infanzia:

«Ci raccontavano storie di miracoli e vedevamo cose che io oggi non vedo più, cose che ritrovo solo qui, nell’odore di montagna cupa, piovosa, irredenta. Che cosa ho cercato di mantenere in vita per tutti questi anni, conservando questo sentore di pioggia simile a una primavera rotta? Forse l’intima certezza di appartenere a un mondo che ho lasciato ormai più di vent’anni fa e che ancora oggi invecchia insieme a me con una bizzarra, inaspettata nota di asciutta ironia. Una pioggia antica che profuma i miei inverni a Milano, quando aspetto con insofferenza che passi il Natale e penso a quella strana felicità nata dai miracoli di tutti i giorni.

Erano giorni robusti, fortificati dalla certezza che mai più sarebbero tornati. E dalla convinzione inconfessata che mai più saremmo stati così amati e odiati, perché i miracoli non hanno vie di mezzo: ci sono o non ci sono. Bianco o nero...»

Ritrovare se stessi tornando a casa. “Portami dove sei nata” di Roberta Scorranese

La scrittrice cerca le parole per raccontare la visione della sua terra che non sarebbe stata la medesima se non fosse emigrata esattamente come fece Ennio Flaianonegli anni Settanta dichiarando l'influenza ancestrale della sua “abruzzesità” nel suo stile di vita e nei suoi scritti.

In entrambi sopravvivono usi e persone dove vivi e morti si sovrappongono nei corridoi della memoria, un destino remoto dalla terra natia come sempre annunciato da una sintassi precisa.

«Si ritrovarono nelle passioni prima ancora che nelle rievocazioni del passato. Come accade a tutti quelli che in un’altra vita, magari senza saperlo, si sono amati. Si ritrovarono nella comune paura di spegnersi, e oggi, mentre passo accanto agli ulivi carichi di frutti verdi, penso che quello sia stato il momento giusto per avere un fratello. Ritrovarlo è stato meglio che conoscerlo da sempre. Ci sono affetti che hanno bisogno del tempo giusto.»

 

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In Portami dove sei nata la scrittura scorre fluida, giornalistica ed evocativa al tempo stesso e con un ritmo naturale senza accusare le escursioni sui due piani temporali che si coniugano tra un episodio e l'altro divenendo un unico insieme. Che siate abruzzesi o meno questo romanzo vi lascerà sorpresi perché,pur revocando il passato,risulta assoluto nella sua modernità soprattutto nella concezione di famiglia non intesa come struttura rigida e composta da questo o da quel membro,ma allargata poiché il destino sorvola le teste di più persone insieme che si ritrovano nelle passioni prima ancora che nei vincoli di sangue. La tela dei legami affettivi rimane intatta e freschissima nei ricordi diScorranese e in lei si manifesta ogni singola voce del passato poiché ogni affetto ha bisogno del tempo e della distanza giusta per manifestarsi.

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