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Ritratto (ironico) dello scrittore esordiente o ancora inedito

Ritratto (ironico) dello scrittore esordiente o ancora ineditoSi sa, parlare dello scrittore esordiente o di quello ancora inedito non è mai facile perché si rischia di risultare offensivi o involontariamente sgradevoli toccando qualche nervo scoperto relativo a qualcosa su cui una persona ha investito tempo ed energie.

Volendo però provare a tracciare un ritratto dello scrittore esordiente possiamo far riferimento a uno di quei maestri dell’ironia che hanno saputo usarla come leva di molti dei loro libri. Stiamo parlando di Giuseppe Pontiggia che ne La grande sera, romanzo pubblicato da Mondadori nel 1989 e vincitore lo stesso anno del Premio Strega, dedica un breve quanto incisivo ritratto a questa particolare e importante figura del mondo editoriale.

A partire da Giulia, poetessa prima mancata (nel senso che aveva rinunciato alle sue aspirazioni da scrittrice) e poi di nuovo alle prese con la volontà di concretizzare il suo desiderio e vedersi finalmente pubblicata, Pontiggia estende la sua descrizione/riflessione all’esordiente in generale tracciandone con tono ironico quasi una vera e propria fenomenologia.

 

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È nel capitolo IV, evocativo ed emblematico sin dal titolo (Bellissimo, ma), che Pontiggia dà avvio al suo ritratto dello scrittore esordiente; ritratto, che possiamo dividere per fasi:

 

Scrivere, tra desiderio e paura

“Scrivere” era stato un verbo gravido di clandestinità e di panico. Si era accorta che ad affascinarla era, più che la meta, il viaggio e, più che il testo, la sua stesura: una azione che acquistava significati magici. Ma quando si era sorpresa a considerarla come azione, aveva cominciato a temere che non fosse niente altro.

La paura di non avere quel mondo da esprimere che si suole attribuire agli scrittori, soffocava la speranza di scoprirlo. E lo “scrivere”, che prima era una emozione segreta, una cerimonia furtiva, era diventato un incontro periodico con la sterilità.

Ritratto (ironico) dello scrittore esordiente o ancora inedito

La scrittura come rituale e la decisione di smettere, due momenti strettamente connessi alla paura di non essere all’altezza:

Lo stesso rituale che lo accompagnava – la porta della stanza chiusa a chiave, la scrivania accostata alla finestra, il caffè caldo in un thermos posato sulla mensola – le era apparso superstizioso. Relitti di una illusione, i gesti che dovevano realizzarla le sembravano sempre meno sopportabili, come quegli atti che, all’inizio di una passione, sono l’estasi e, alla fine, la sua espiazione. E anche il tempo aveva subito la stessa contrazione: quel tempo che prima si vorrebbe illimitato e poi circoscritto da limiti sempre più vicini. In ultimo anche un incontro fugace è interminabile, anche una telefonata lunga, anche una breve, anche un minuto, un secondo. Finché il nulla di oggi riempie il tutto di ieri.

Così aveva smesso di “scrivere”.

 

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Nonostante la noia che prende l’aspirante scrittore per l’attività che fino a poco tempo prima animava le sue giornate, il desiderio di scrivere (e di pubblicare) non si assopisce ma ritorna a galla alla prima occasione. Un vero e proprio ritorno di fiamma:

Da insegnante commentava i poeti come esseri di un’altra specie. Lei che si era sentita consanguinea di Saffo ora provava invidia e soggezione anche per chi, semplicemente, osasse scrivere e pubblicare. Era come un atleta che ha smesso di gareggiare e, passando dalla pista alla tribuna, diventa uno spettatore prima ancora che il suo corpo cambi, perché è già cambiata la mente.

Invitava talora i poeti nella sua scuola, davanti a un pubblico curioso quanto volubile.

Ritratto (ironico) dello scrittore esordiente o ancora inedito

Ed eccoci giunti all’incontro decisivo, quello dello scrittore da “ammirare” che ravviva l’ispirazione e l’’amore per la scrittura:

“Decisivo”, ancora una volta, fu l’incontro con un poeta. […]

Lo aveva accompagnato nella palestra della scuola, trasformata per l’occasione in un’aula, gli studenti appollaiati sulle gradinate di legno; e lui aveva parlato a lungo con un tono pacato, gli occhi chiari rivolti al pubblico senza mai fissarlo. […] L’attenzione agli aspetti artigianali dello scrivere non smentiva una vocazione visionaria cui accennava solo indirettamente, con cautela. Aveva infatti citato una frase di Nietzsche: «Non si ama più abbastanza la propria conoscenza, appena la si comunica». Ma la sua reticenza sull’essenziale aveva il potere di preservarlo: mentre gli altri poeti, nel tentativo di scioglierlo in parole, lo avevano dissolto.

Quella lezione, nel chiarore della palestra, aveva continuato ad agire nella sua mente. E le aveva dato per la prima volta la sensazione che lo “scrivere”, come gli scacchi, fosse un gioco di cui si potesse apprendere la teoria, non sufficiente a vincere la partita, ma almeno a cominciarla. E il seguito lo si poteva scoprire a mano a mano che si procedeva. Una variante poteva favorire il successo delle combinazioni; né mancava una classificazione dei finali. Non era ancora il diagramma di una partita, ma un tracciato delle ipotetiche mosse. E si intravedeva anche una opportunità insperata, la possibilità di una verifica.

 

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La fase successiva alla decisione di ricominciare a scrivere è quella che precede i primi passi verso la pubblicazione, cioè la prova del nove con il confronto con il giudizio degli altri. Quella che, sintetizzando quanto descrive Pontiggia, potremmo chiamare la fase del “non male” o anche del “vivere sotto lo stesso giogo”:

Quando riprese a scrivere, decise infatti di sottoporsi a una prova non meno ardua, il giudizio degli altri; e cominciò, come avviene in questi casi, dalla vittima più accessibile, il coniuge, colui che vive, dice l’etimologia, che vive sotto lo stesso gioco.

Era, nel pomeriggio assolato di una domenica al mare, un momento di quell’ozio ottuso, che è vacanza del corpo e della mente. E il coniuge, che dormiva su una sedia a sdraio semiaffondata nella sabbia, fu destato da una scossa lieve al braccio destro, mentre la voce di lei gli sussurrava, disperata e decisa:

«Posso leggerti quello che ho scritto?»

«Adesso?»

«Sì.»

Lui si era sollevato sulla sedia e il cappello di paglia gli era scivolato sul ventre. Aveva ascoltato una voce commossa, uniforme, di scolara trepidante. E alla fine, anche lui emozionato, aveva mormorato un “Non male” che l’aveva lasciata esterrefatta.

«Come, non male?» aveva balbettato, rossa in viso, gli occhi luccicanti.

«Ho detto non male» aveva insistito lui, assalito dal panico. «Io do ancora un valore alle parole.»

Ma questa sobria lezione di letteratura, fatta a chi aveva deciso di coltivarla, era caduta nel vuoto di una delusione sconfinata. E solo dopo anni di lodi inattendibili, di menzogne impavide e di adesioni ricattatorie, gli occhi negli occhi, lei avrebbe capito quanto quel “Non male”, detto con la ragione e con il cuore, fosse prezioso e raro.

 

Ed eccoci pronti alla conquista degli altri, critici, editori e lettori:

Convinta che il problema primo fosse di credere in sé, aveva poi scoperto che ce n’era un secondo, ossia che ci credessero gli altri. La clandestinità, ricercata dagli amanti e dai terroristi, le appariva nel mondo della letteratura una fase di angosce inenarrabili. E in ogni esordiente ritrovava le proprie reazioni. Seguito come un'ombra dal dubbio di non esistere, l'autore inedito che si rivolgeva a un critico o a un editore spesso si difendeva, da se stesso e dagli altri, dichiarando di scrivere solo per sé: intenzione smentita dalle circostanze in cui veniva rivelata. Altri chiedevano una risposta inesorabile a un quesito fatale: se continuare a scrivere o rinunciare. Nessuno, che si sapesse, aveva mai consigliato la seconda soluzione, anche perché nessuno l'avrebbe adottata.

 

Contestuale a questa fase, o almeno pochissimo dopo, ha inizio quella del “Bellissimo, ma”:

Incoraggiato così a perseverare, l'esordiente oscillava tra l'allucinazione di essere Rimbaud e il panico di essere un illuso. I lettori più soccorrevoli, divisi tra la solidarietà e il disagio, commentavano il testo con un “bellissimo” seguito da un “ma” che avrebbe messo in crisi l'aggettivo, se solo non fosse stato cancellato dall'autore, sempre proteso a ricordare i sì e a dimenticare i no. Alla fine sopravviveva incontrastato il “bellissimo”, che spesso non si concede neanche a un classico, accantonato con insofferenza. Ma l'indulgenza aveva il pregio di conciliare il desiderio di lode con il desiderio di quiete. E non stupiva perciò che i manoscritti arrivassero all'editore accompagnati dal viatico di un entusiasmo corale, improbabile quanto immancabile.

Ritratto (ironico) dello scrittore esordiente o ancora inedito

È questa fase che genera poi la decisione di aprirsi al pubblico e dunque di provare a pubblicare:

Stanca dell'adulazione più subdola, quella che finge dissensi marginali per avallare il consenso, Giulia si risolse ad affrontare quel pubblico della poesia che pareva inesistente, ma che riempiva minuscoli teatri, sale di conferenze, caffè e circoli. E la serata di poesia erotica al Piccolo Eden era una rivendicazione decisiva del suo diritto di esistere.

 

Nel capitolo XXV (Abbandono e apertura), Pontiggia descrive le prime delusioni, ovvero lo scrittore che aspira a esordire è alle prese con le prime lettere di rifiuto degli editori:

Seduta nella sua poltrona, davanti al balconcino sul vuoto, nel crepuscolo gremito dei rumori della strada, incerta se archiviare la lettera nel raccoglitore o lasciarla cadere nel cestino, la rilesse ancora una volta.

Gentile Signora,

      abbiamo letto con profondo interesse la raccolta dei Suoi versi, che traspongono una insolita tematica, fra antropologica e cosmologica, in un linguaggio di innegabile trasparenza. Ne abbiamo apprezzato il nitore, la consapevolezza, la novità. Ci sembra però che la Sua opera non riveli una compiuta padronanza dei Suoi insoliti mezzi espressivi e che non si imponga, nel quadro variegato della lirica contemporanea, con tale autorità da giustificare la pubblicazione in una collana ahimè falcidiata come la nostra.

      Ci tenga comunque presenti, senza alcun impegno, per una Sua futura raccolta e voglia intanto gradire i nostri saluti e auguri più cordiali.

 

Cosa resta dopo una serie di lettere come queste? L’analisi del linguaggio editoriale, che è poi l’inizio delle recriminazioni:

Lasciò cadere la lettera nel cestino. Terzo rifiuto ufficiale in otto mesi. Quali consolazioni le restavano? La lista dei grandi scrittori respinti o l'analisi del linguaggio editoriale?

Conosceva, per averle già commentate con gli amici, quelle lettere che nella prima parte concedevano quanto nella seconda ritrattavano. La svolta coincideva con l'apparizione fatale di una particella avversativa o di un più sfumato per altro. Si alludeva al nascere di una attrazione che non si trasformava in amore. Ed erano ogni volta idilli mancati, soffocati dalla scoperta inopinata di limiti invalicabili. In questa lettera altri indizi svelavano, sotto l’affabilità della comunicazione, l'intenzione di chiuderla. Quell’aggettivo insolito, ripetuto due volte, evocava il contrario che cercava apprensivamente di esorcizzare. E quel falcidiata, tra militaresco ed epidemico, ricordava la falce di una danza macabra.

 

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E il rifiuto genera però una nuova consapevolezza, quella di voler/dover essere migliore:

Quella mattina non aveva neanche aperto la lettera dell’editore. Era stato un gesto superstizioso, non sapeva se per differire un conforto o evitare una delusione. Abbassò il braccio nel cestino e ne estrasse la lettera. Poi, senza alzarsi dalla poltrona, la posò sulla scrivania. Perché distruggerla? Perché un ennesimo modo di fuggire?

Con gli occhi chiusi, nella stanza afosa, riuscì a non cedere alla commozione che la invadeva. Non voleva essere felice, ma migliore. Come era in quel momento, nella sera che scendeva tra le case, nella accettazione di sé e del presente.

 

In questo ritratto dello scrittore esordiente o ancora inedito Pontiggia si ferma qui, ma se avesse potuto conoscere bene il mondo dei social network molto probabilmente avrebbe avuto tanto altro da scrivere.


Per la prima foto, copyright: NeONBRAND su Unsplash.

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