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“Ripley Bogle” di Robert McLiam Wilson, una storia di emarginazione, tra violenze e menzogne

“Ripley Bogle” di Robert McLiam Wilson, una storia di emarginazione, tra violenze e menzogneRobert McLiam Wilson, nato a Belfast nel 1964, è un grande narratore di vicende di disperata emarginazione e disagio esistenziale.

In Italia i suoi libri vennero pubblicati da Garzanti tra i Novanta e i primi Duemila: negli ultimi anni Fazi li ha riproposti e in queste settimane primaverili torna in libreria, con la traduzione di Enrico Palandri (quest’anno finalista al Premio Narrativa Bergamo con L’inventore di se stesso) Ripley Bogle, opera prima dello scrittore nordirlandese.

Un giovane uomo, tra i ventuno e i ventidue anni – più per un’istintuale predisposizione all’abisso che per le ottocentesche meccaniche dei determinismi – vive da barbone vagabondando per le strade, le stazioni e i parchi di Londra; offre al lettore, in prima persona (ma con alcune ironiche, stranianti, distanzianti virate verso la seconda e la terza), avventurose e banali tranches de vie del presente e visionarie memorie del passato.

 

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Lo stile è veemente, mosso e collerico: assomiglia al moto perpetuo delle gambe del nostro senzatetto durante le notti londinesi in cui «il buio ribolle di solitudine e scomodità»; diversi sono gli innalzamenti tonali verso la lucidità enciclopedica (memorabili le pagine sulla condizione clinica del collasso), il metafisico, la riflessione esistenziale (a titolo d’esempio: «Pensieri universali mi affliggono […] vedo il vuoto e la banalità della mia nuova vera vita»); ancora più numerosi gli inabissamenti nel brago della corporeità più sanguigna (carne, sangue, fino all’escrementizio) e della trivialità più sboccata («Non so cosa mi sia successo prima. Ho perso la bussola. Sono scoppiato. Gesù! Ho davvero un po’ strafatto. Quello stupido bastardo del cazzo! […] Cristo, gliele ho date davvero»).

“Ripley Bogle” di Robert McLiam Wilson, una storia di emarginazione, tra violenze e menzogne

Nella sua spossata sfrontatezza stilistica il romanzo si presenta come provocazione, come una lama contro il politicamente corretto: una volta terminata la lettura e composto il complesso mosaico della personalità “bogleiana”, scompare l’unilateralità del disprezzo e del disgusto verso il reietto della società ma spariscono anche quelle coccarde di buonismo e di pietismo delle quali ci si cerca di fregiare per apparire meno cattivi agli occhi del mondo.

In parole più concrete, Ripley Bogle è un’opera irrispettosa quanto un pugno nello stomaco. A un certo punto della storia, Ripley picchia un altro vagabondo che ha tentato di molestarlo per avere una sigaretta; lo tempesta di calci e percosse, lo colpisce spesso all’addome, gli spezza le costole, gli fa sputare boli di sangue: quel barbone siamo noi lettori, pronti a “scroccare”, dalle pagine, immagini, lacerti di frasi e brandelli di altre vite; Ripley è il libro, che – con violenza inaudita e inedita – continua a massacrarci, fino a ridurci a un ammasso sanguinolento e debolmente palpitante.

Robert McLiam Wilson, scegliendo come titolo il nome dell’eroe eponimo e scrivendo una storia di ampio respiro (siamo intorno alle quattrocento pagine) ma capace di mantenere viva fino all’ultimo la curiosità del lettore, si inserisce nel solco della tradizione anglofona del Settecento e dell’Ottocento; lo stesso Ripley Bogle elegge Charles Dickens quale nume tutelare: l’autore di Oliver Twist, David Copperfield, Nicholas Nickleby viene nominato fin dalle prime pagine: Ripley si domanda dove sarebbe stato “Carletto Dickens” «senza un precoce e fruttuoso soggiorno sul marciapiede». Poche pagine di seguito, entra addirittura in scena come personaggio, vecchio «spavaldo» dedito alla «deambulazione notturna» anche dopo essere stato «ripulito e ripubblicato»: è uno dei tanti fantasmi che imperversano nelle notti del protagonista.

Ad accompagnare Dickens e il suo interesse verso problematiche sociali che lo indignavano quali la povertà e l’emarginazione c’è anche un altro spettro: quello di George Orwell, indispensabile per plasmare la materia letteraria con i ferri di un sarcasmo ancora più sdegnoso, egoista e tagliente.

“Ripley Bogle” di Robert McLiam Wilson, una storia di emarginazione, tra violenze e menzogne

Nelle visioni di Ripley, vagabondo sempre più stremato dalla Fame, da un’intera enciclopedia di infermità e dai ricordi di una vita pressoché priva di felicità, oltre ai fantasmi degli scrittori, ricorrono le donne amate, gli amici perduti (monumentali e antitetiche le figure di Maurice, giovane e avventato e di Perry, anziano e riflessivo), i familiari; quando però una bottiglia di whisky prende la parola, la letteratura riprende campo e sembra quasi di tornare nel bordello in cui Leopold Bloom (James Joyce, Ulysses, Episodio XV) sentiva gli oggetti (le ghirlande, le campane, i cespi d’agrifoglio ecc.) scambiarsi battute coi personaggi come in un delirante copione teatrale.

 

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Ci sarebbe molto altro da raccontare, molti altri legami con la tradizione da sottolineare (narratore inaffidabile e ossessione per le sigarette rimandano a Svevo; il livore dei toni e le movenze agitate della prosa hanno una definita parentela con Céline) ma, per non rivelare nient’altro su quest’opera nata per lasciare violentemente un segno sulla nostra pelle, mi fermo. Solo un avvertimento, quanto mai utile in questi tempi saturi di “storie vere”. Come scriveva Giorgio Manganelli, la letteratura è menzogna, «viene accusata di frode, di corruzione e di empietà», assume le vesti di uno “scandalo inesauribile”: il romanzo di Robert McLiam Wilson, raccontando vicende di disperata emarginazione e disagio esistenziale, rispetta pienamente questi crismi di abiezione.


Per la prima foto, copyright: Mihály Köles.

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