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“Rifrazioni” allo specchio di Elio Pecora

“Rifrazioni” allo specchio di Elio PecoraElio Pecora pubblica per la rinata Collezione di poesia Lo Specchio (Mondadori) una raccolta di versi, suddivisa in cinque sezioni – Rifrazioni, Variazioni su canto fermo, Andantino, Lo spessore dell’ombra, Il recinto – e scritta nel corso degli ultimi dieci anni; il titolo, Rifrazioni, entra subito in voluto cortocircuito semantico con il nome della collana in cui è ospitato.

Il raggio di luce, diretto contro la superficie riflettente, trova modo di spezzarsi e deviare in traiettorie inusuali, tracciando «geometrie misteriose», costellazioni di «pulviscoli accesi»: comportandosi così, permette la nascita di una curvatura, quell’«ansa segreta del nostro sentire», quella «sponda di un sogno», quell’«ansa dove il sogno della mente / non conosce durata».

Un tempo che si muove nel tempo, un tempo raddoppiato, il tempo oggettivo della storia sommato a quello, soggettivo, della nostra percezione: grazie a questo incremento, il poeta addensa frammenti, scaglie, ombre e bagliori di emozioni, sensazioni e riflessioni all’interno di un “recinto”, il quale è tanto figura del nostro «soggiorno sulla terra dei mortali» (per citare la frase di Martin Heidegger posta in esergo all’ultima sezione del libro) quanto simbolo della poesia, che come un sacello, ingabbia, formalizza e sacralizza il nostro confuso e informe mondo interiore.

 

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Le fotografie della vita famigliare – i ricordi del padre Arsenio, della madre Elena, del fratello Osvaldo, delle zie Rosa e Maddalena – si mescolano con le immagini della Bibbia e del mito, con l’attualità e con le memorie degli amici perduti – figure ormai entrate nella storia della letteratura come Elsa Morante, Alberto Moravia, Amelia Rosselli, Juan Rodolfo Wilcock, Sandro Penna delle quali aveva già scritto, in prosa, alcuni mesi fa, ne Il libro degli amici (Neri Pozza).

“Rifrazioni” allo specchio di Elio Pecora

D’impatto i versi in cui l’acqua dei canadair si fa pianto per «l’immensa agonia» dei boschi e delle selve che bruciano nell’estate; e quelli – scanditi – sul destino di coloro che emigrano da terre funestate dalla miseria e dalla guerra alla ricerca di un futuro migliore: «Nessuno sbarco stanotte a Lampedusa. / Nessun morto per mare. La carretta / – carica di una torma di ingannati / da un’altra vita – / forse non è partita.»

Tra le righe del racconto di questa tragedia evitata si leggono il compianto e la pena per queste morti, la denuncia sociale e civile contro le ingiustizie del nostro tempo, cui s’aggiunge lo sdegno.

In altre poesie della raccolta Elio Pecora, infatti, condanna l’epoca presente, «un’età affollata di dèi, / atteggiati in giacche striminzite» in cui il «Caos […] avanza a perdifiato, a capo chino», un ballo mascherato delle divinità durante il quale addirittura Zeus (incarnazione della brama di potere) e Plutone (dio della ricchezza e della morte) «svuotati di potere» si trascinano in uno «stanco teatrino».

“Rifrazioni” allo specchio di Elio Pecora

Passato e presente, dunque, mito ancestrale e cronaca dei nostri giorni si rifrangono e si saldano in una solida trama, retta da un periodare cristallino sempre coerente a se stesso, un linguaggio «concreto nel senso dei classici» – come avrebbe detto Salvatore Quasimodo –e dal continuo ma non saccente riferimento alla tradizione poetica.

Se, da un lato, il titolo nasconde – neanche tanto velatamente – un omaggio alle Illuminations di Arthur Rimbaud e se rimbaudiani sono anche il frequente cromatismo («Sotto arcate di luci azzurre e verdi»; «gli occhi azzurri accesi come ai riflettori di un circo»; il «rosso tramonto» in cui si spande il coro di una protesta che chiede «un altro presente») nonché il riferimento al poeta come veggente («L’uomo che sa di vedere / dietro le palpebre chiuse»), il vero nume tutelare della raccolta, mai direttamente nominato, è soltanto uno: Eugenio Montale.

 

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Elio Pecora riprende il suo lessico e il suo ritmo, li attraversa, se ne appropria per trasformarli in una lingua affatto nuova: e così, tra un verso e l’altro, ritroveremo tanto i paesaggi e la vegetazione degli Ossi di seppia – la poesia in apertura inizia con «Ancora il giardino, di dove guardare lontano», con un palese rimando al «pomario» ove affondava il «morto / viluppo di memorie» montaliano; pochi versi più sotto ricompare il «croco» di Non chiederci la parola; in un’altra poesia s’incappa nell’«accartocciarsi» di una foglia come in Spesso il male di vivere e via discorrendo – quanto l’adesione alla vita quotidiana, alla cronaca, all’attualità che caratterizzano Satura e il Diario del ’71 e del ’72.

La Collezione di poesia Lo Specchio (Mondadori) con Rifrazioni di Elio Pecora si arricchisce d’una raccolta di versi che contribuisce, in prima battuta con il cortocircuito semantico fra titolo dell’opera e nome della collana ma soprattutto grazie alla straordinaria e vitale luminosità dei componimenti, a farci comprendere quanto sia sfortunata la terra che non ha bisogno di poeti.


Per la prima foto, copyright: Ludo Sawicki.

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