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Riflessioni su “L’uomo verticale” di Davide Longo

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Il romanzo storicista come forma di tranquillizzazione e alibi culturale
 
A differenza di molti recensori del romanzo di Davide Longo, “L’uomo verticale”, più che di scenario post-apocalittico, il riferimento al quale mi appare ingiustificato data l’assenza di un accenno a qualsiasi apocalisse originaria, parlerei di un tentativo di storicizzazione alla Vico: la riproposizione dell’intersecarsi di filogenesi ed ontogenesi come chiave di lettura del dispiegamento e accadere dell’evoluzione dell’umanità.
Il romanzo si apre nel momento in cui ha inizio un nuovo ciclo dei ricorsi vichiani: l’epoca della “barbarie seconda” in cui “ritornarono certe spezie di giudizi divini, i ladronecci eroici e le schiavitù eroiche”. In Longo sono i falsi miti come Richard, la caccia violenta e brutale, la struttura preistorica della società a ruoli fissi (l’uomo caccia, la donna aspetta, i bimbi si auto-allevano), la tribù che prevale sul singolo, i riti di iniziazione e di appartenenza, gli stupri collettivi, il sesso solo come accoppiamento, il corpo dei vinti come feticcio di vittoria, il padre che sopravvive ai danni del figlio, l’accettazione passiva della violenza come strategia di sopravvivenza, il baratto dei corpi femminili, la strage dei cani per liberarsene o cibarsene.
Il romanzo si chiude, invece, nel momento di passaggio dalla barbarie alla seconda tappa della filogenesi vichiana: società agricole, popoli pacifici, forme di baratto come strumento di conoscenza, l’animale da compagnia che riacquista il proprio status, una forma di religione primitiva basata sulle parabole, il riconoscimento del ruolo della donna-madre, il ringraziamento alla Luna, elemento femminino e dea della fertilità, per il dono di una nuova nascita.
Nel passaggio tra le due epoche, zona di interregno narrativo, c’è il movimento di ontogenesi esemplificato da Leonardo che dapprima non sembra realizzare fino in fondo ciò che accade intorno a lui (“sente senza avvertire”), come se ne avesse solo un vago sentore, poi inizia a guardarsi intorno avanzando prime ipotesi mitologiche di spiegazione (Richard è Cristo o fa di tutto per assomigliargli) “con animo perturbato e commosso”, fino al momento in cui, dopo aver riflettuto con “mente pura”, decide di agire.
Cosa resta a testimoniare l’epoca precedente? Il bisogno della benzina, le macchine inutilizzate e le pale eoliche, reperti archeologici della nostra epoca, svuotati di funzione e in cerca di nuovo significato. Sembrano gli unici elementi di contatto tra il mondo della civiltà e quello della barbarie; anzi sono l’unico ricordo della civiltà precedente. Ma il futuro non è già in nuce nel passato?
 
In sostanza, Longo ha messo in prosa una versione banalizzata della Scienza Nuova trasferendo, novello paragnosta storicista, l’elemento perturbante in un’altra epoca, la prossima, proposta come ineluttabile perché insita nel processo storico e non conseguenza di atti scellerati commessi quotidianamente. Elementi di filosofia della storia vengono utilizzati per delineare uno scenario futuro, portando a compimento il disegno dello storicismo vichiano, previa opportuna “ingenuitizzazione”. Ma mancano lo scatto nuovo, l’impeto furioso, il piglio da scrittore onesto e perturbante. L’atmosfera è timidamente inquietante proprio per questo rintanarsi dell’autore nello storicismo come strategia per lasciare la speranza che il percorso dell’umanità sia destinato, comunque, ad un ritorno all’età dell’oro, in virtù della ciclicità ontologica che ne contraddistingue il ricorrere. La nave dei portatori di doni è incontro mitologico di civiltà, il nuovo inizio, la nuova rinascita, il ritorno al bene e al bello.
L’happy end è forma di messaggio tranquillizzante che regala il sospiro di sollievo per il pericolo scampato. Ma, oggi, la speranza ingenua ha ancora ragione d’essere?
Longo non è Cassandra; non ha il coraggio di dire sempre la verità pur sapendo di andare incontro a derisione ed incredulità, respingimento e repulsione, il solito armamentario che la folla responsabilizzata mette in scena per difendersi, emarginare il profeta e ri-acquietarsi.
Quello che Longo non ha, o non vuole avere, è la consapevolezza post-nietzschiana, dello storicismo come forma di tranquillizzazione per nascondimento della natura umana che, invece, procede attraverso forme di sublimazione della propria malvagità.
Le forme di inciviltà, proiettate dall’autore in un futuro fantascientifico, sono, invece, presenti già, hic et nunc, in una forma plissettata, patinata, addolcita, televisiva.
Longo preferisce ignorarlo per liberarci dall’incubo di essere già in una eterna barbarie che si perfeziona in forme sempre più evolute ed accettabili dall’opinione pubblica: l’immigrato non viene più ucciso direttamente, ma viene lasciato in mare, così risulterà morto per cause naturali o per scelleratezza sua o altrui, mai nostra. Oggi i cani non sono uccisi, ma abbandonati sull’autostrada: forma civilizzata di omicidio, esautorato di qualunque responsabilità; oggi la donna è corpo televisivo: forma di baratto edulcorato e sofisticato.
Ad un’analisi della barbarie odierna, quotidiana, normalizzata perché ormai assuefacente, Longo preferisce l’analisi di una barbarie altra in un mondo diverso, derivato dal nostro ma per concatenazione temporale e naturale, non per conseguenza morale, ponendosi fuori dall’oggi per rifuggire implicazioni etiche sulle ragioni per cui l’umanità sta spingendosi verso la barbarie della civiltà o, meglio, verso la civiltà della barbarie. I dilemmi etici proposti nel romanzo sono a dir poco antiquati, macchiettistici, catechistici: da che parte starei? Chi sono i buoni e chi sono i cattivi in una situazione così estrema? E, in questo caso, nemmeno l’interpretazione in chiave “post-apocalittica” può contribuire a dare dignità civile ed etica al romanzo di Longo: è davvero necessario un macro-evento nefasto perché l’umanità disveli la sua barbarie? Questa non è connaturata all’uomo, anche a quello più “civilizzato”? Ma, in definitiva, esiste davvero un evento che possa far emergere la malvagità umana, la sua violenza, come fenomeni fino a quel momento inediti? Io temo, invece, che questi siano inediti solo per chi non voglia vederli o voglia, in mala fede, nasconderli a se stesso e ai propri lettori. Consiglierei, in questo senso, la lettura del “Signore delle mosche” (1952-1954) di William Golding, esempio egregio di come i processi vichiani possano coniugarsi con una riflessione onesta sulla natura umana in una dimensione di feroce antropologia.
 
È molto triste l’epoca in cui lo storicismo entra nella struttura del romanzo come paradigma di analisi sociologica ed antropologica, come strumento di speranza e tranquillizzazione rispetto all’oggi, presentato come un momento necessario del cammino storico. E se il progresso, invece, non fosse altro che una civilizzazione della barbarie, un suo costante perfezionamento in forme sempre più velate di finta civiltà?
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