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Ricordo di Emil Cioran, a 20 anni dalla sua scomparsa

Ricordo di Emil Cioran, a 20 anni dalla sua scomparsaTracciare un sia pur “dubbio” ricordo di Emil Cioran, a 20 anni dalla sua scomparsa, significa ribadire nel contempo l’unicità della sua figura e del suo pensiero nei rami del sapere del XX secolo, scoprire intatta la fascinazione che promana dalla sua opera e ammettere quanto ci manchino il suo sguardo e la sua scrittura. Gli sarebbe piaciuto, forse, questo mio esordio, per la stringatezza e la formula dubitativa più che per la forma, aduso com’era alla concisione e al frammento, e mi perdonerà se per ulteriori esigenze non mi fermerò qui, lasciando a margine la scrittura come avrebbe desiderato, ammaliata dal silenzio che la smentisce.

Cioran è stato filosofo e saggista, scrittore compulsivo di aforismi, pensatore lugubre e corrosivo, crudele e affilato come un bisturi. È mai possibile amare chi ti sta vivisezionando? Ti sta facendo a pezzi e non puoi fare a meno di ritenerlo adorabile, apprezzi il suo umorismo sulfureo, l’ironia inossidabile che riveste le sue diagnosi più terrificanti sui mali dell’esistenza. Cioran non lo si può incasellare in nessun movimento filosofico o letterario, in alcuna scuola di pensiero o trend intellettuale. Ci piaceva tanto la sua mancanza di accademismo, il suo rifuggire le strutture, il suo sentirsi minacciato dalla elaborazione di un qualsivoglia sistema filosofico. Amava definirsi un «idolatra del dubbio», era un maestro di aporie e paradossi. Nei suoi scritti ogni affermazione è sottoposta a continue revisioni e contraddizioni. La sua è perciò una scrittura disgregata, che procede per intenzioni, pedissequamente sconfessate e abortite. C’è da chiedersi perché scrivesse. Forse perché scrivere era una sorta di terapia; scriveva per se stesso, come alternativa al suicidio o per altri motivi contingenti. A noi piace pensare, tra le altre cose, che lo facesse con l’ansia di comporre, come ebbe a dire, «un libro leggero e irrespirabile, che arrivasse al limite di tutto e non si rivolgesse ad alcuno».

Ricordo di Emil Cioran, a 20 anni dalla sua scomparsa

Era nato a Rășinari, inTransilvania, presso Sibiu, l'8 aprile del1911. La città è oggi parte della Romania, ma all’epoca era parte dell’impero austro-ungarico. Il padre, Emilian, era un sacerdote ortodosso e la madre, Elvira Comaniciu, era presidente di un’associazione confessionale femminile. Il crescere in una famiglia permeata da un tenace sentimento religioso lo induce a confrontarsi coi temi della fede e del divino, ma a suo modo: «È religioso chi può dispensarsi dalla fede, ma non da Dio», scriverà in Le Crépuscule des pensées, 1940 (non edito in italiano). E ancora: «Credendo in Dio a che servirebbe dubitare ancora? Ogni fede in Dio lo pone, in una certa misura, a nostro servizio; ci garantisce, almeno, l’aiuto più importante che può prestarci, la sua esistenza, il suo lasciarsi credere. In fin dei conti, non desideriamo altro che poter sostituire l’assenza di fini con una teleologia, il caso ininterpretabile con un ordine causale, l’inanità dell’essere con una legalità soddisfacente, il disinteresse dell’universo che ci ignora con un’attenzione cosmica alle nostre vicissitudini» (in Sommario di decomposizione, Adelphi, 1996). Quella con la religione e col divino sarà una lotta corpo a corpo, senza esclusione di colpi, un impeto iconoclastico purificatore, anche contro la supponenza dei teologi. Eppure non disdegnò di approfondire la mistica, dallo sciamanesimo alla più raffinata meditazione buddista.

Ricordo di Emil Cioran, a 20 anni dalla sua scomparsa

Studia al liceo classico di Sibiu, poi inizia a frequentare filosofia a Bucarest. In questo ambiente ha modo di coltivare la conoscenza e l’amicizia con Eugène Ionesco, con Mircea Eliade e con il futuro filosofo Costantin Noica. I suoi primi studi si incentrano sulle opere di Nietzsche, Kant e Schopenhauer. Si laurea con una tesi su Henri Bergson, che in seguito ripudiò in quanto, a suo dire, non aveva compreso la tragicità della vita. Dopo aver insegnato nei licei di Brasov e Sibiu (esperienze che ricorderà sempre come “catastrofiche”), pubblica il suo primo libro, Al culmine della disperazione, nel 1934 (Adelphi, 1998).

Nel ripercorrere in maniera sia pur rizomatica gli eventi cruciali della vita di Emil Cioran, ci si imbatte giocoforza in alcuni motivi o temi sui quali l’autore romeno ha continuato a insistere, condensabili, a esclusivo vantaggio del lettore che si accosta per la prima volta ai suoi libri, in alcune parole chiave.

La prima che ci è utile suggerire è: lucidità. Se nella accezione più comune la lucidità è quella condizione di chi è sgombro da febbre o libero dal delirio e dalla follia, si può dire che il (supposto) godimento di questo stato è il privilegio del pensiero che “non si lascia travolgere”. Per Cioran questa condizione è instabile e la lucidità si raggiunge solo come intervallo tra due accessi di furore. È come un’oasi luminosa nella torbida dimensione del delirio. L’ubriachezza torna sempre e talvolta ha le vesti del linguaggio, l’incanto delle parole. In questo senso, compito della filosofia è anche la battaglia contro lo stregamento, così come la intendeva Ludwig Wittgenstein nelle sue Ricerche filosofiche. Il linguaggio è perciò inganno, abbaglio. Attenzione, però: la lucidità non è la coscienza, secondo Cioran. Se per Hegel la coscienza «è la relazione determinata dall’Io con un oggetto», per Cioran «[…] La lucidità, monopolio dell’uomo, rappresenta la soluzione del processo di rottura fra lo spirito e il mondo; è necessariamente coscienza della coscienza e, se ci distinguiamo dagli animali, il merito o la colpa è suo» (in La caduta nel tempo, Adelphi, 1996). La lucidità è pertanto lacerazione; la rottura fra lo spirito (il discorso del discorso) e il discorso del mondo si determina nella rivelazione (lucida) del funzionamento della finzione, riflessioni care non solo al mistico e al filosofo ma anche allo scrittore-demiurgo. Il gap più vertiginoso si apre tra uno stato febbrile e l’altro, dove lo scettico scopre la mancanza di ambizioni, il vuoto pneumatico globale e incarnato: visceri ancora fumanti, sui quali eseguire divinazioni, e un sapere sterminato ma privo di conoscenze dove, per l’appunto, la disperazione sale al culmine più vertiginoso che ci sia dato intuire.

Cioran ce lo possiamo immaginare senza difficoltà, a ventidue anni, attraversare una crisi personale terribile. Non riusciva a dormire. Ecco un’altra parola chiave per intendere il suo rapporto con la scrittura: insonnia. Trascorreva le notti a passeggiare per la Transilvania, fra le donne di malaffare, sue compagne notturne. Pensava spesso al suicidio; i suoi genitori erano disperati. Scrivere lo tranquillizzava un po’. Anche riflettere sui temi della morte e dell’amore, gli unici e imprescindibili. Una notte una giovane e bella prostituta gli disse che suo marito era morto da poco. Quando faceva l’amore con qualcuno vedeva il suo cadavere sul letto, accanto a lei. Per Cioran bisogna entrare nei bordelli per sentire cose così profonde. L’amore garantisce la permanenza dell’errore e assicura la durata delle credenze oltre ogni disinganno. È il desiderio la materia di cui è costituito il delirio che confonde, dal quale ci risveglia solo la lucidità, in via transitoria. «Amare significa mantenersi a qualsiasi prezzo in uno stato di esasperazione e di febbre» (in La caduta nel tempo, Adelphi, 1996). Ma comunque l’amore è l’unica relazione umana che sembra avere una sua giustificazione; la fisiologia è un alibi che permette la vicinanza, il tollerare altre presenze e trovare un certo gusto nella compagnia. L’amore genera un’illusione di prossimità, «[…] ci aiuta a sopportare quei pomeriggi domenicali, crudeli e incommensurabili, che ci feriscono per il resto della settimana, e per tutta l’eternità» (in Sommario di decomposizione, Adelphi, Milano, 1996).

Ricordo di Emil Cioran, a 20 anni dalla sua scomparsa

Perché non togliersi la vita, allora? Uccidersi vorrebbe dire conoscere tutti gli aspetti che ci impediscono di compiere questo gesto estremo. Si resiste al suicidio per la chiarezza con la quale ci si palesa l’assenza di ogni ragione di vivere. Il nostro sarebbe un improbabile suicidio “senza causa”. Il solo suicidio che meriti di essere considerato, per Cioran, è quello che nasce dal nulla, che non ha un motivo apparente, che è “senza ragione”. Il suicidio puro. In questa prospettiva il suicidio è l’atto più colmo di libertà che un uomo possa mai esercitare.

Nel 1937 vince una borsa di studio, grazie alla quale si reca a Parigi, «la sola città del mondo dove si poteva essere poveri senza vergogna senza complicazioni, senza drammi... la città ideale per essere un fallito». Da allora non farà più ritorno in Romania e vivrà fino alla morte in Francia, con lo statuto di apolide. Nel 1940 esce il suo ultimo libro in romeno, Il crepuscolo dei pensieri. Scriverà, in seguito, sempre in francese. Précis de décomposition(Sommario di decomposizione, Adelphi, 1996) viene pubblicato nel 1949 da Gallimard. In Storia e utopia del 1960 (Adelphi, 1982) Cioran spiega il suo rapporto problematico con questa lingua, dotata di «una sintassi d'una rigidità, d'una dignità cadaverica» e in cui non c'è «più alcuna traccia di terra, di sangue, d'anima».

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Altre due parole chiave importanti nella visione di Cioran sono il tempo e la storia. Per il filosofo romeno nessuno resiste a illuminare ogni precarietà della sua esistenza con la luce della filosofia storica. I fatti, pur incomprensibili, opachi, enigmatici o contraffatti da chi li ha vissuti in prima persona o interpretati, ricevono un bagno di razionalità quando si immergono nel fiume della storia. Nella storia tutto risponde a una logica, genera pensieri e azioni, crea prospettive per l’avvenire. «Dopo aver buttato via l’eternità vera, l’uomo è caduto nel tempo, dove è riuscito, se non a prosperare, perlomeno a vivere; la verità è che si è abituato. Il processo di questa caduta e di questo accomodamento riceve il nome di Storia» (in La caduta nel tempo, Adelphi, 1996).

Ricordo di Emil Cioran, a 20 anni dalla sua scomparsa

Rinnegare il sistema e le sue regole è stato il compito di questo filosofo, che rivendicava per sé la definizione di pensatore privato. La sua è stata una tensione linguistica sensibile alle proprie tagliole, che raccomanda la lucidità alla contorsione e all’eccesso, che conserva la memoria del silenzio, della chiaroveggenza, della laconicità quando necessaria, del mostrare piuttosto che spiegare. Cioran ha rifiutato consapevolmente ogni sperimentalismo espressivo, a favore della chiarezza lineare del testo. Ha superato il limite di quel che poteva esser detto nel rispetto delle norme del linguaggio, mordendo il freno, affilando e smussando gli angoli. «Quando vi sono certezze, viene meno lo stile: la cura dell’espressione è la prerogativa di coloro che non possono addormentarsi in una fede», ha scritto in Sillogismi dell’amarezza (Adelphi, 1995). Visse in povertà, agli inizi, e poi in semplicità, dopo il successo di vendite dei suoi libri, rifiutando un premio letterario dopo l’altro. Non abbandonò mai la sua compagna e in seguito moglie, Simone Bouè, anche se a 72 anni avviò una breve e intensa relazione con un’insegnante di filosofia di 36 anni, Friedgard Thoma. Dalle lettere conservate dalla donna scaturiscono immagini di un Cioran meno pessimista e più vitale. Renzo Rubinelli, che lo conobbe di persona e intrattenne con lui una fitta corrispondenza, lo ricorda così: «[…] l’8 aprile del 1988, nel giorno del suo 77° compleanno ero da lui a Parigi. Fu una serata intensa, io e la mia ragazza, che parlava un ottimo tedesco, preparammo la cena italiana. Cioran apprezzò moltissimo il mio “Reciòto”, squisito vino rosso passito della Valpolicella e fu categorico nel sostenere che i vini di grande qualità devono assolutamente essere fermi. Dopo cena preparai il proiettore e guardammo le diapositive. Ad ogni immagine Cioran esplodeva in fragorosi versi di stupore. […] mi colpì la sua vitalità […] mi sembrava di conoscerlo da sempre, con questa sua irruenza, questo suo parlare veloce, con concitazione, sempre un po’ sopra le righe, direi quasi entusiasta, sicuramente molto vitale».

Ricordo di Emil Cioran, a 20 anni dalla sua scomparsa

«Elegante epicureo […] Mondano ed eremita, pungente e cortese, riposato e collerico, profeta e tollerante, diviso fra l’avidità della vita e il senso dell’irrealtà delle cose», scrive Pietro Citati. Colto dalla malattia di Alzheimer nel 1989, il filosofo morì a Parigi il 20 giugno 1995, a 84 anni. Due anni dopo lo raggiunse la moglie, probabilmente suicida – fu trovata annegata nell’Atlantico – che lasciò il carteggio del marito e l’istituzione di una borsa di studio per scrittori in lingua francese che avessero già pubblicato un’opera con a tema una riflessione, nello spirito di Emil Cioran, del quale il nostro ricordo un po’ sfocato, a 20 anni dalla scomparsa, ci sprona a tornare sui suoi libri.

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