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Ribellarsi alle imposizioni della vita. Intervista a Emma Saponaro

Ribellarsi alle imposizioni della vita. Intervista a Emma SaponaroCome il profumo s’intitola il romanzo di Emma Saponaro, edito da Castelvecchi. Come il profumo, appunto dei ricordi, delle emozioni, delle scelte, delle vite spezzate per colpe altrui, ma anche dei gesti folli che durano un giorno, come le farfalle.

Incontriamo Cecilia mentre sta sistemando i suoi oggetti nelle scatole: è in procinto di aprire un salone da estetista. È legata alle apparenze, in un certo senso, oppure, semplicemnete la conosciamo in un momento della sua vita in cui le varie tonalità di colore di una tenda rappresentano il massimo dei problemi. Di certo sta per vivere un momento indimenticabile e autentico. Per caso si imbatte in un uomo affascinante, colto e attraente che la porterà a sperimentare l’amore a prima vista e per sempre. E quel “per sempre” non richiede necessariamente la presenza dell’altro perché si manifesti. Quell’amore effimero, ma al contempo eterno, lascia a Cecilia il dono per eccellenza: la vita stessa.

Per capire meglio cosa si cela dietro al Come il profumo abbiamo intervistato Emma Saponaro che ha svelato alcuni dettagli del romanzo.

 

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Una vicenda così particolare che la prima domanda prende vita quasi spontanea: com’è nata l’idea del romanzo?

L’idea di scrivere un romanzo è nata da un bisogno di incoraggiare i più deboli di fronte alle avversità della vita. Fino a quel periodo avevo scritto solo racconti, ma ciò che avevo in testa non sarebbe entrato tutto in una novella o, almeno, non avrebbe potuto esprimere ciò che avrei voluto. Ma cosa avrei voluto esprimere ancora non mi era chiaro. Quindi sono partita, ho iniziato a scrivere, ma non sapevo cosa sarebbe accaduto alla mia protagonista. Il punto di partenza però era chiaro: la ribellione a ciò che chiamano destino; una ribellione per difendersi dalle avversità della vita.

Ribellarsi alle imposizioni della vita. Intervista a Emma Saponaro

Sarei diventata madre, sarei diventata eterna, pensa Cecilia davanti alla notizia della propria gravidanza. Una visione intrigante. Può dirci qualcosa di più in merito?

Se la visione, come dice lei, risulta intrigante, figurarsi come può esser carico di emozioni l’istante in cui una donna scopre di essere incinta… Cambia tutto. Cambia il punto di vista, la prospettiva. È un istante choc. È la rivoluzione copernicana che automaticamente sposta l’attenzione verso una vita futura. Penso che la donna in stato di gravidanza senta di perdere attenzione verso di sé ma allo stesso tempo percepisca di acquisire una specie di immortalità esistenziale.

Per quanto riguarda Cecilia, non vorrei rovinare la descrizione della scena. Ho utilizzato l’equivoco per poter rafforzare l’effetto sorpresa. Almeno, ci ho provato, ma se ora lo descrivo si trasformerà in effetto nullo. Mi perdona?

 

Nel capitolo Cecilia ascolta emerge con forza il bisogno della donna di apparire e di vincere il passaggio del tempo. Secondo lei, questa propensione è un bisogno indotto dalla società o è caratteristico dell’indole femminile, in qualche modo per essere cacciata, per essere preda, per continuare ad amarsi – o forse per altre ragioni?

Qui entrano in gioco due aspetti: la vanità femminile e la cultura del momento (indotta, come lei giustamente dice, dalla società attraverso il bombardamento dell’immagine della donna-Barbie). Si prendono questi due ingredienti, nelle quantità proprie di ogni donna, e si mescolano. Mi permetta però di aggiungere un terzo ingrediente: la condizione economica. Non credo che un’operaia o chi soffre per problemi veramente seri si strappi i capelli al comparire della prima ruga, ammesso che se ne accorga. Quindi, ricapitolando: una giusta dose di vanità è al confine con il prendersi cura di sé, se si va oltre sconfina nel patologico, o almeno nella fissazione. Ed è qui che, a mio parere, la responsabilità andrebbe attribuita alla società, attraverso i suoi messaggi più o meno subliminali.

Riguardo a Cecilia, in quel passo ho voluto accentuare la sua leggerezza, perchè avevo bisogno di collocarla in un periodo di spensieratezza. Poi mi sono fatta prendere la mano e confesso che divertendomi mi sono ritrovata a essere eccessivamente descrittiva sulla preparazione di un perfetto viso acqua e sapone…

 

I capitoli sono suddivisi secondo una logica particolare. Per esempio, la vita dei protagonisti la si scopre aprendo, metaforicamente parlando, delle scatole e inebriandosi di profumi. Come mai questa scelta?

Le scatole racchiudono, in un certo senso aiutano a catalogare. Ogni essere, con la sua personalità ovviamente, può essere racchiuso in una scatola e conservato lì, nella nostra mente, nei nostri pensieri, con tutto il suo bagaglio: relazione, esperienze e profumo. Prendo ad esempio una mia scatola. Quella della maestra Giovanna (relazione) che durante le lezioni dell’intero ciclo della scuola elementare (esperienza) mangiava le Saila (profumo). Se apro quella scatola, io non ricordo solo il suo aspetto, ma chi era, il suo modo di insegnare, il suo vestito in tartan verde bottiglia e anche il profumo di menta.

Riguardo al libro, proprio nell’incipit, la protagonista è intenta a riempire le scatole per il trasloco. Si impegna soprattutto nella selezione delle cose da trattenere e quelle da abbandonare. Un po’ come la vita, lei stessa afferma. E poi il nominare i capitoli con le scatole stesse è venuto da sé. In una scatola puoi trovare un racconto, un’avventura, una vita.

Ribellarsi alle imposizioni della vita. Intervista a Emma Saponaro

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Se un evento è avvenuto una volta, sarebbe presuntuoso pensare che questo non si ripeta oppure gli eventi della vita si dispiegano in modo casuale?

Anche se fossi un’esperta di calcolo delle probabilità, di fronte a un evento del tutto casuale, o accidentale, non credo di poter escludere matematicamente la sua ripetibilità. Ma è interessante l’argomento che ha chiamato in causa, cioè quello degli eventi della vita e della loro casualità. Quando parlo di casualità non posso fare a meno di riflettere sulla “sincronicità”, termine coniato da Jung per indicare la sottile connessione, o comunicazione, esistente tra il mondo interiore e quello esteriore; quindi l’importanza (per la persona coinvolta) dell’inconscio di fronte a un evento casuale. Un evento sincronico, se consistente e se siamo pronti a coglierlo, può cambiare i nostri pensieri, aprirci a nuove esperienze e perfino indirizzare la nostra vita verso un’altra direzione. Quindi, non c’è nulla di magico o misterioso nelle coincidenze, che coincidenze non sono ma “simultaneità di due avvenimenti vincolati dal senso, ma in maniera casuale”, come l'unione, appunto, degli avvenimenti interni ed esterni. Per questo motivo penso sia fondamentale l’attenzione che ogni individuo presta alla realtà che lo circonda, oltre a un buon livello di sensibilità, perché in essa può cogliere alcuni significati, che non sono segni del destino, dunque, ma simboli del proprio inconscio.

Mi perdoni, e mi perdoni anche Jung, ma è più facile vivere l’esperienza che spiegarla.

 

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Il passato determina il nostro presente, mi pare di cogliere dalle vite di Nora e Rucola, ma anche quella di Ray. È così?

Lei ha scelto i personaggi più rappresentativi di questa asserzione. Sì, è così. Noi tutti siamo quello che siamo stati. Chi nasce nelle favelas non può avere le stesse opportunità di chi nasce a Manhattan. Tuttavia, non bisogna arrendersi ma, anzi, agire. Agire contro un fato avverso, non accettando passivamente ciò che la vita vorrebbe imporre.


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Per la prima foto, copyright: Olayinka Babalola.

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