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Racconto la polvere che si posa sull’animo umano. Intervista a Enrico Pandiani

Racconto la polvere che si posa sull’animo umano. Intervista a Enrico PandianiDa poco in libreria con un nuovo romanzo, Polvere (edito da DeA Planeta), Enrico Pandiani ci racconta di Pietro Clostermann e di quella patina di polvere che ha avvolto la sua esistenza e di cui riesce a liberarsi passo dopo passo grazie a un nuovo caso. Tutto questo all’interno di un noir che pone al centro la morte di una ragazza, figlia della vicina di casa di Pietro, in circostanze ancora poco chiare.

È così che Pietro inizia a liberarsi di quell’indifferenza dietro cui si era nascosto e nel corso della storia scopriremo la verità che riguarda la giovane donna uccisa.

Proprio da questo abbiamo voluto iniziare la nostra intervista a Enrico Pandiani.

 

Mi permetto di cominciare da una domanda forse eccessivamente diretta: che cos’è la polvere che dà il titolo al suo romanzo? E liberarsene è solo una questione di scelte personali?

L’idea mi è venuta a Parigi, mentre guardavo una mostra sulla polvere. Tra le altre cose, c’era una foto che Man Ray aveva scattato al Grande Vetro di Marcel Duchamp. L’opera d’arte, dimenticata su un pavimento, era talmente impolverata che il disegno che vi è raffigurato cominciava a scomparire nel nulla. Questo pensiero si è poi riflettuto sul personaggio di Pietro Clostermann, il protagonista di Polvere, che da due anni si è chiuso in casa con il suo gatto con la sola intenzione di lasciare che la polvere si depositi su di lui. Con il tempo, accumulandosi, questa sostanza impalpabile sta cancellando la sua figura, il disegno della sua vita, lo sta annullando. La polvere sono le delusioni, l’amarezza, le sconfitte, l’incapacità a contrastare le probabilità, quando sono contro di noi. Soltanto un evento inaspettato lo spingerà nel tentativo di scrollarsela di dosso, cosa che Pietro farà comunque con molta riluttanza. Perché la polvere è rassicurante, cancella ogni cosa, e l’alcol di cui abusa facilita questo processo, annebbiando quella visione positiva della vita necessaria a una qualsiasi reazione. Tutti, in qualche modo, tendiamo a lasciare che la polvere si depositi su di noi. Per poter fermare questo processo non bastano le scelte personali, che spesso rifiutiamo di fare, ma è necessario un evento che possa rimetterci in gioco. Questa occasione Pietro la incontra all’inizio del romanzo, ma ci vorrà del tempo e molti sforzi perché lui capisca che il momento è arrivato.

 

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Dopo il commissario Jean Pierre Mordenti e l’ex agente Zara Bosdaves, abbiamo al centro di una sua narrazione un nuovo personaggio, Pietro Clostermann, ex capo della sicurezza presso un’azienda privata. Cos’hanno in comune tutti questi suoi protagonisti? E cosa invece li distingue?

Pietro Clostermann penso sia un personaggio molto differente dai miei precedenti. È un uomo che si è arreso alla vita, che ha tirato i remi in barca e il cui solo proposito è quello di vivere nel bozzolo vuoto e rassicurante che ha costruito attorno a sé. Non ha più interessi, né amici e nemmeno l’intenzione di rimettersi in gioco. Lascia che la sua vita proceda con una lenta discesa su un’asse insaponata che, apparentemente, nulla può fermare. Si lascia scivolare in una sorta di incoscienza che ormai non dipende più da una sua possibile decisione. Il solo mezzo attraverso il quale riesce ancora ad avere un rapporto con i suoi simili è il disegno, una sorta di ricerca antropologica, piccoli ritratti che gli servono per analizzare ciò che gli sta attorno. Per il resto, tutto il suo essere è diventato inerzia. Ebbene, questo possibile “non essere” di un individuo è una cosa che spesso mi ha tentato e che trovo molto interessante da esplorare.

Mordenti e Zara, al contrario, sono personaggi che la vita l’affrontano a qualsiasi costo. Il loro sforzo è continuo e le difficoltà sembrano soltanto rappresentare stimoli interessanti che li spingono ad andare avanti. La grande differenza tra loro e Clostermann è la curiosità che ancora li spinge nel mondo e che li porta a confrontarsi con le altre persone cercando di capirle e interessandosi a loro.

Racconto la polvere che si posa sull’animo umano. Intervista a Enrico Pandiani

Parigi, il vicentino, Torino: sono solo alcune delle ambientazioni scelte per i suoi romanzi. Quanto conta quest’aspetto per un noir?

Io penso che, al contrario di una volta, le città oggi si somiglino tutte. Ce ne sono di più belle e di più brute, questo è ovvio, ma l’essenza della metropoli si è come globalizzata. Io sono sempre stato un ratto di città, non potrei vivere altrove. Mi piace la puzza, lo smog, le cartacce per terra, la sporcizia, il traffico e, soprattutto, mi piace la mescola umana che oggi popola le nostre città. Trovo tutto questo molto stimolante, pieno di storie da raccontare. Sono molto sensibile alla sofferenza, alla crudeltà, all’indifferenza, all’amore e alla disperazione, tutti sentimenti che oggi tendono a essere il collante dell’umanità che vive o che cerca di vivere attorno a me. Mi piace raccontare i miei simili e cerco di farlo – non so se mi riesce – entro i limiti di un realismo possibile o quantomeno di una visione (la mia) attraverso la quale provo a interpretare il mondo che mi circonda. Questo, secondo me, conta tantissimo nel romanzo noir contemporaneo, è quello che cerco anche nelle storie dei miei colleghi, alcuni dei quali sono bravissimi nel raccontarlo. Ho pochissimo interesse per quelle trame avulse dalla realtà o che scimmiottano situazioni lontane dal nostro quotidiano. Anche in una serie come quella de Les italiens, tutto sommato più guascona, ho provato a mantenere un forte aggancio con il reale, con sentimenti veri e autentici, che alla fine sono quelli che fanno muovere tutti noi.

 

Il giallo, in tutte le sue varianti, incluse il noir, sembra prediligere la serialità con al centro dei personaggi, di frequente gli investigatori, a fare da fil rouge della narrazione. Come si costruisce un buon protagonista di una saga? E quali sono invece gli errori che bisognerebbe assolutamente evitare?

Questa è una domanda difficile, perché presupporrebbe che io sia stato capace di farlo. Posso dire che ho provato con tutte le mie forze e con tutta l’abilità che mi sforzo di acquisire con il passare del tempo. Dostoevskij diceva che a volte capitano incontri con persone a noi estranee, per le quali proviamo interesse fin dal primo sguardo, all’improvviso, in maniera inaspettata, prima che una sola parola venga pronunciata. Con i protagonisti del proprio romanzo avviene la stessa cosa.

Ho sempre pensato che i personaggi siano la parte forte di un romanzo, quella vitale, il vero motore della narrazione. Luoghi e trama sono importanti, ma non quanto i personaggi. Per questo la maggior parte dei miei sforzi la convoglio su di loro. Penso che un buon personaggio debba essere capace di creare una forte empatia con il lettore, deve diventare una sorta di complice, un Virgilio che lo accompagna attraverso un viaggio, lo fa pensare e lo diverte. È un’alchimia che non saprei bene come spiegare. Nel caso di Mordenti, posso dire che lui rappresenta una grossa parte di me, è una sorta di alter ego che conosco alla perfezione e che mi conosce molto bene. Mi affascina e mi trascina e, di conseguenza, questo si trasmette al lettore. Credo, soprattutto, che Mordenti sappia parlare alle persone, che apra loro il suo stesso io e che abbia voglia di condividerlo con i lettori che lo vogliano ascoltare. Con Zara, al contrario, essendo donna e quindi molto lontana dal mio sentire, l’alchimia è creata dallo sforzo che faccio e ho fatto per entrare nella sua testa. Penso che quando uno scrittore uomo si trova a dover raccontare un personaggio femminile non possa evitare di diventare in qualche modo “femminile” lui stesso, altrimenti il miracolo della simbiosi non avviene. Il caso contrario, ossia per una scrittrice raccontare un personaggio maschile, immagino sia più facile, primo perché le donne sono più furbe e secondo perché conoscono gli uomini meglio degli uomini stessi.

Quando si lavora al protagonista di un romanzo, il solo errore che mi venga in mente è la superficialità; l’opacità dei personaggi, infatti, il loro conformismo se non sono ben fatti, si riflette su tutta la narrazione.

Racconto la polvere che si posa sull’animo umano. Intervista a Enrico Pandiani

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Lei è uno dei maggiori rappresentanti del noir italiano in un momento in cui questo genere sta conoscendo un ottimo successo di pubblico. Come si spiega quest’attenzione da parte dei lettori?

Ho sempre avuto la sensazione che in parte questa facilità del romanzo di genere a conquistare i lettori sia in parte dovuto alla mancanza di difficoltà nella narrazione e a una minore richiesta di sforzo nell’attraversare la trama. Voglio dire che leggere un romanzo di genere, per quanto la storia sia complessa e interessante, non richiederà mai lo sforzo intellettuale necessario a leggere, che so, Domani nella battaglia pensa a me, di Marías o I demoni di Von Doderer. Anche se alcuni autori, Durrenmatt, per esempio, ci sono andati vicino. Vedo comunque diversi scrittori che con i loro “noir” tendono a una direzione “altra”, pur mantenendosi nel campo della letteratura di genere, cercano cioè di arrivare a un prodotto che non solo diverta il lettore, ma lo faccia pensare anche profondamente. E questo lo ottengono attraverso la complessità psicologica dei personaggi o mediante un’immersione intelligente nelle difficoltà con la quale molte persone vivono la realtà quotidiana. Per contro, scrittori considrati “altri” tendono nelle loro storie a scivolare verso il genere. Penso a Domenico Starnone con Lacci o a Marcello Fois con Luce Perfetta, che nei loro romanzi hanno lasciato percepire a noi lettori un alito di “noir”.

 

Dialogando con alcuni suoi colleghi, molti hanno posto l’attenzione anche sulla capacità del noir di raccontare la società e le sue trasformazioni. Anche lei vede l’importanza di questa dimensione? E come la giudica?

Per quel che mi riguarda la vedo questa dimensione come mio unico motore. In realtà i soli romanzi di genere che mi interessano e mi piacciono, quale che sia la nazionalità, sono quelli che raccontano gli individui, le loro vite e i loro problemi all’interno della società e dei suoi cambiamenti. Non sono interessato a storie noir di pura invenzione che raccontano avvenimenti lontani dalla realtà o da una credibilità possibile. Non sono però d’accordo quando si dice che soltanto il romanzo di genere è capace di raccontare la nostra società. Lo hanno fatto e continuano a farlo anche romanzi altri, Philip Roth o Paul Auster, per citarne un paio. È tuttavia possibile che il noir abbia a disposizione una facilità maggiorte e meno intima nel sondare la parte più marcia del nostro essere, esplorando il degrado della società e dell’individuo, raccontandone i mutamenti e le motivazioni in maniera più approfondita. Cosa che però non sempre succede. Credo che alla fine un buon romanzo di genere debba essere una via di mezzo tra i due, debba avere un buon equilibrio tra la parte nera e quella sociale, che debba saper raccontare i personaggi in tutte le loro sfaccettature, anche quelle meno piacevoli. Buona parte dei lettori di genere è questo che si aspetta e quando non succede non lesinano critiche o proteste.


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