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Racconto il cuore nero dell’uomo. Intervista a Mirko Zilahy

Racconto il cuore nero dell’uomo. Intervista a Mirko ZilahyCon Così crudele è la fine, da poco edito da Longanesi – come i precedenti romanzi –, Mirko Zilahy chiude la trilogia dedicata a Enrico Mancini, commissario romano che ha studiato profiling presso la scuola dell’FBI a Quantico.

L’Ombra, lo Scultore e l’assassino silenzioso sono i tre serial killer costruiti da Zilahy per mettere alla prova il suo Mancini ma anche per sondare il fondo nero dell’animo umano, per fare i conti con i suoi e i nostri spettri. E proprio da qui abbiamo voluto iniziare la nostra conversazione con Mirko Zilahy.

 

Dopo È così che si uccide e La forma del buio, Così crudele è la fine chiude quella che lei ha definito la trilogia degli spettri, incentrata su giustizia, realtà e identità. Leggendola si ha l’impressione che si tratti di tre argomenti sui quali ha riflettuto molto come lettore e come autore, non solo in ambito letterario, ma anche filosofico e psicoanalitico. Quali sono gli spettri peggiori o migliori per un autore di thriller? E perché ha optato per questo genere?

Gli spettri sono questi concetti cardinali per il pensiero occidentale e per le quotidiane vite di tutti noi. Sono temi su cui ci confrontiamo, con noi stessi e con gli altri, ogni secondo, senza neppure accorgercene.

Per quello che riguarda gli spettri interiori, be’ quelli sono proprio necessari per scrivere. La scrittura direi che è proprio un sintomo di questa agitazione fantasmatica delle psico-viscere. Per iniziare la trilogia ho dovuto smuovere certe immagini, certi suoni dolorosi che erano caduti in un pozzo e che speravo fossero affogati laggiù. Ma niente muore davvero dentro di noi, magari si acquatta, ristagna, macera, ma non scompare. Mai. Il genere mi serviva per scivere in maniera violenta di cose violente a cui avevo assistito quando è scomparsa mia madre. In realtà io sono considerato una specie di attentatore del genere, perché dalla scrittura al ritmo, alla struttura sino ai temi dei miei romanzi, stravolgo un po’ i dettami del thriller e di questo sono cosciente. E anche felice.

 

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Racconto il cuore nero dell’uomo. Intervista a Mirko Zilahy

In È così che si uccide tramite il serial killer si indaga il rapporto tra giustizia e vendetta, ma si palesano anche altri due temi importanti: l’elaborazione del lutto e il rapporto tra bene e male all’interno di un singolo individuo e come dinanzi a uno stesso evento due soggetti lo subiscano in maniera diversa e prendano strade opposte. Che idea si è fatto dell’animo umano lavorando alla creazione di quel primo omicida seriale?

Posso dire di conoscere l’animo umano solo se parlo del mio, ovviamente. I miei romanzi toccano i temi della giustizia, del rapporto con la realtà e dell’identità. Ciascuno di questi argomenti getta ombre sui serial killer che li interpretano, direi. L’Ombra, lo Scultore e l’assassino silenzioso di Così crudele è la fine sono dei perturbanti naturali della società, sono dei picconatori delle nostre certezze legate a quei temi. L’animo umano nasconde tutto e il contrario di tutto. Ogni singola possibilità del male ci abita già, occultata da strati e sovrastrutture sociali, culturali che tengono a bada le pulsioni più selvatiche.

 

Ne La forma del buio il serial killer è lo Scultore che non solo uccide in modo violento le sue vittime ma addirittura “crea” omicidio e scena del crimine attenendosi al modello che intende imitare di volta in volta, con riferimento ai miti classici. Perché la mitologia e cosa può svelarci del nostro io, dal punto di vista di uno scrittore ovviamente?

La mitologia è una scelta di genere, come lo era la tragedia greca (Antigone nello specifico) per È così che si uccide. Gli archetipi che si nascondono dietro le figure commiste e mostruose di mostri e creature mitologiche sono stati studiati dai più grandi psicoanalisti ma a me nello specifico de La forma del buio interessava raccontare un punto di vista esterno, altro rispetto alla realtà; raccontare l’infinita paura del buio e delle forme che vi crescono durante l’infanzia e si evolvono in ansie più profonde, crescendo; infine raccontare che Omero, Esiodo, Virgilio, tra gli altri, erano già allora stupefacenti autori thriller (sorride, ndr). Ovviamente scherzo, ma la ferocia e la violenza trionfata sta nel mondo classico e in quelle letterature considerate “alte”. Mentre il thriller è un genere cosidetto “basso”. Per me alto e basso stanno insieme, nella vera letteratura. E ho giocato con queste due cose.

Racconto il cuore nero dell’uomo. Intervista a Mirko Zilahy

In Così crudele è la fine il tema è quello dell’identità come specchio a volte deformato o deformante, a volte troppo rigido altre eccessivamente pieno di crepe… Quant’è faticoso dire “io”? E cosa vuol dire specchiarsi nell’io di un serial killer?

La presunzione dell’identità è il tema vero del romanzo. Come facciamo a sapere chi siamo? Lo sappiamo davvero? Cosa significa la parola identità? Corrisponde al vero o è un (altro) feticcio attorno al quale edifichiamo certezze inesistenti e portiamo avanti esistenze incerte? Queste sono le domande attorno alle quali gira tutta la vicenda. Un serial killer uccide le sue vittime privandole di parti del corpo che hanno in qualche modo a che fare con la loro identità. Gli altri protagonist si trovano tutti, a partire ovviamente dal commissario Mancini, di fronte a uno di questi quesiti, si trovano, loro malgrado, di fronte a uno specchio, effettivo o metaforico. E devono affondare le mani dentro se stessi per capire chi sono davvero.

Racconto il cuore nero dell’uomo. Intervista a Mirko Zilahy

Non vorrei sbagliarmi ma mi sembra che in nessuno dei tre romanzi compaia l’espressione “mente criminale” che invece è spesso usata nei thriller o nella cronaca giornalistica. C’è qualcosa che non la convince del tutto in quest’espressione?

Io scrivo, o tento di scrivere, letteratura. Dal mio punto di vista la realtà, la cronaca, l’attualità sono pretesti e lo stesso dicasi per gli studi tecnici – anatomici, psicologici, criminologici – che ho fatto in questi anni per corredare il tutto di credibilità. Il centro, il fulcro dei miei romanzi non sono le etichette o le variazioni sul genere. A me interessa il cuore nero dell’uomo, la morte come figura retorica, la dolente profondità dell’abisso in cui ci nascondiamo a noi stessi. Mi interessano le ombre, i fantasmi, le paure e come le nascondiamo o come diventino, negli anni, nevrosi, ansie, dolori tali da trasformarci da quello che da noi si aspetta il mondo civile, in mostri.

 

Come ci si sente dopo aver sondato per anni la mente di serial killer così spietati? E quella di un profiler come Enrico Mancini? In quali aspetti questi personaggi hanno trasformato lei come scrittore e come uomo?

In realtà era già tutto dentro di me. Per cui nessuna trasformazione. Diciamo però che è faticoso immaginare il mondo con gli occhi di un mostro, di un criminale, patologico o meno che sia. Vivere gli attimi della caccia come un cacciatore, costruire un background psicologico terribile e spaventoso è in un certo senso il Massimo che si possa chiedere alla letteratura. Usare gli occhi del male, sentirne le ragioni pulsanti dà un brivido ambiguo. E soprattutto, come scrittore, mi dà la possibilità di costruire ex novo universi linguistici, perché un luogo, anche interiore, è sempre un linguaggio.

Racconto il cuore nero dell’uomo. Intervista a Mirko Zilahy

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«Scrivere è un atto di fede del tutto singolare. È un gesto che scaturisce dall’innamoramento e sfocia nel bisogno di divorare l’oggetto d’amore, impossessarsi della sua essenza…» Queste sono parole sue. In che misura scrivendo è riuscito a impossessarsi dell’essenza di ciò che ama? Oppure è soltanto quell’illusione che fa da pungolo per lo scrittore?

Mera illusione, rincorrere se stessi, questo è il gioco dello scrittore. La sua condanna. Io ho provato a ricostruire una Roma fantastica, ipnotica, onirica, vittoriana e però non sento di essere riuscito a impossessarmi della sua essenza. Sento di amarla in una maniera più complessa però. E di odiarla, anche, in una maniera più conscia. La città in cui sono tornato a vivere da adulto e in cui ho deciso di far nascere e crescere i miei figli, la città più maestosa del mondo. Ma… Roma ha le sue, tantissime, ombre. Molte delle quali utilizzo per raccontare il nero, il sangue, la storia. Roma è il bello del Colosseo che ne offusca la memoria mortifera e sanguinosa. Roma è immobile, paralizzata nel tempo e nello spazio dalla sua stessa bellezza inarrivabile, una specie di regina di Biancaneve (torniamo allo specchio) che continua a interrogarsi sulla propria bellezza e non vede nient’altro. James Joyce descriveva Roma (avendoci vissuto per circa sei mesi nel 1906) come un uomo che si mantiene mostrando il cadavere di sua nonna ai turisti. E se lo dice Joyce… Ma per me è casa, una casa nota, familiare, come una tana, ma sconosciuta e stracolma di angoli bui. L’ideale, insomma, per le mie storie.


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Per la prima foto, copyright: Nadine Shaabana.

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