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“Racconti partigiani” di Giacomo Verri: «La memoria va tenuta in vita»

“Racconti partigiani” di Giacomo Verri: «La memoria va tenuta in vita»Leggendo Racconti partigiani di Giacomo Verri (Edizioni Biblioteca dell’Immagine), mi sono posta la stessa domanda che mi faccio ogni volta che leggo, guardo o ascolto qualsiasi tipo di narrazione riguardante la Resistenza: ma io lo avrei avuto quel coraggio? Il coraggio di scegliere, di schierarmi, rischiare tutto – non solo la vita – per un ideale? Ché l’Italia del 1943 era solo un ideale, astratto, indefinito e indefinibile. Chi poteva dire cosa ne sarebbe stato alla fine della guerra? Quale forma, morale, politica e istituzionale, avrebbe assunto? Eppure in tanti hanno scelto di «non tornare per lottare sui monti», hanno scelto, o almeno provato, a fare «la Repubblica e una Costituzione lucente e degna di tutti i morti che abbiamo perduti».

Questo testo di Giacomo Verri appaga, replica oppure obietta alla domanda? Per incominciare, possiamo dire che sono otto racconti, ornati dal gioiello finale di Piccola intervista impossibile a Beppe Fenoglio. La definizione di racconti, tuttavia, è difettosa, se circoscritta al genere letterario: storie brevi, sì, ma ardenti, impetuose, resistenti, appunto, come i loro protagonisti. Ma è difettosa anche per la struttura che rivela una volontà dialettica che esonda dagli argini del stretto rapporto autore-libro-lettore e confluisce, piuttosto, nel più vasto impegno a testimoniare, oltre ogni ragionevole dubbio, più che una stagione (ché quelle passano, vanno e vengono come le mode, tornano e si trasformano), il valore di uomini e donne dal comune desiderio di fare qualcosa, costruire, lasciare in eredità un altro Paese, un’altra vita. È un dialogo continuo. Anche quando i personaggi tacciono, i narratori non si stancano mai di ricordare ai lettori, figli, nipoti, che se pure «ogni guerra è per farne una storia, dopo tutto, per trarne un libro, e non sarà un libro nato per vocazione ma per spirito agonistico, o per restituire sensazioni passate», al principio di tutto c’era la Storia, anche se adesso non sembra e «Non dico che sia colpa tua, o dei ragazzi tuoi coetanei, e neanche dei vostri padri, che in fondo sono i miei figli. È che la vita è andata avanti. Bene, molto meglio di come l’avevamo noi vissuta. Ma a me non piace più. […] Non fa niente. Non ti preoccupare. Sono vecchio, cosa vuoi che dica, cosa pretendi che capisca! […] Non fa niente, bambina, non fa niente. Come disse una volta il nostro comandante: quanto sarebbe stato inutile essere felici!».

E questa, forse, potrebbe essere una considerazione sostitutiva dell’istanza da cui sono partita. Ecco invece come risponde lo stesso Verri alle altre mie domande:

 

Il tema è certamente attuale, visti i Settant’anni dalla fine della guerra e il contributo, ineludibile, della Resistenza. Ma in che modo le sue storie partecipano al ricordo e al tentativo di mantenere in vita la memoria resistenziale?

Il mio aggancio alla memoria resistenziale non è legato a date, lustri o decenni, anzi! Direi che le cifre tonde sono letali per la memoria perché tendono a immobilizzarla, a richiuderla sotto una teca, allontanandola dalla pratica quotidiana. Ed io preferisco la pratica quotidiana al museo, preferisco toccarla ancora con mano piuttosto che vederla da dietro a un vetro come un’ostensione. Preferisco mantenere la memoria calda, come fosse una plastilina che può e deve essere ancora modellata, perché il rischio fisiologico della memoria è quello che passati settant’anni si perda. Settant’anni sono più che un simbolo, sono una vita, i testimoni diretti non ci sono quasi più, c’è davvero il rischio che la memoria si scheletrizzi. Invece va tenuta in vita. Anche attraverso iniezioni di fantasia, se è il caso. In questo senso Racconti partigiani è un messaggio rivolto alle nuove generazioni, tanto è vero che la dedica del libro («Ai condannati all’oblio della Resistenza italiana») ha un doppio valore, perché i condannati all’oblio possono essere sia coloro che la guerra partigiana l’hanno fatta ma non verranno ricordati, sia noi, le nuove generazioni, perché non abbiamo più i testimoni e quella memoria è diventata museo. E tuttavia i miei racconti vogliono essere un tentativo ultimo di ribellione per mantenere in vita questa memoria appuntandosi sulla realtà che ci circonda: non è che settant’anni non sono passati, sono passati eccome! Ma esiste una parabola della memoria resistenziale che va dall’appunto fenogliano, dalla nota fresca al frammento, raggiungendo l’apice forse con la letteratura neorealista, proprio con Partigiano Johnny, anche se come tempistica siamo già fuori dal neorealismo, che si conclude tra il ’55 e il ’58 e Partigiano Johnny è stato pubblicato, come sappiamo, nel 1968, pervenendo a uno Zenith con un’opera di fatto incompiuta o incompleta, comunque molto labirintica ma allo stesso tempo molto affascinante, e dopo è arrivato una sorta di declino, non esattamente un peggioramento della memoria ma un fatto inevitabile. Oggi si è arrivati al frammento. Ma il frammento è ben diverso dall’appunto. Il frammento è come il rudere in architettura, ovvero ciò che, nonostante le intemperie e i guasti del tempo, resiste. In Racconti partigiani vive questa pulsione: un’ossatura di base oltre alla quale è bene non scendere per non polverizzarla. Si recuperano tante cose del passato magari sotto un’altra ottica: per esempio, il tema dell’epicità e dell’eroismo c’è anche nei miei personaggi, ma è un eroismo sempre scorciato e molto umano, in contrasto con gli eroi di oggi, eroi da fumetto, supereroi di plastica e gomma della neo-epicità degli ultimi anni, eroi che non rischiano niente perché non c’è niente da rischiare. I partigiani sono eroi umani che hanno rischiato e spesso perso la loro vita. Allo stesso tempo, però, a settant’anni di distanza ho voluto mettere anche in scena la difficoltà di questa memoria istituzionalizzata, distante. L’ultimo racconto Li hanno uccisi quei due dove c’è il nipote che parla con il nonno, figlio di un partigiano, manifesta in pieno questa difficoltà: mentre il nonno è già un testimone di seconda mano, il nipote – almeno in un primo momento – non aggancia immediatamente il messaggio perché invece che leggerlo attraverso le parole, lo legge attraverso il corpo di questo vecchio, gli fa schifo toccarlo perché puzza, è in un letto, malato. È chiaramente una metafora dell’accoglienza che possiamo oggi offrire alla memoria.

“Racconti partigiani” di Giacomo Verri: «La memoria va tenuta in vita»

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A proposito di letteratura neorealista: ho letto Partigiano Inverno, il suo primo romanzo (Nutrimenti), dopo aver scritto la mia tesi di laurea su Carlo Salinari e il neorealismo, che pensavo di aver sviscerato in ogni suo spazio infinitesimale. Credevo che quello ormai fosse un capitolo chiuso. Si immagini, dunque, la mia sorpresa nel ritrovarlo invece ancora vivo e palpitante...

L’intenzione era forse quella di salire come un nano sulle spalle dei giganti che hanno fatto quella stagione letteraria, sebbene concordi con chi ha definito il neorealismo una stagione un po’ sfumata sotto il profilo strettamente letterario, dato il suo carattere non unitario, caratterizzato da anime, passioni, poetiche molto diverse: un Calvino e un Fenoglio sono su piani molto differenti, così come un Cassola e un Meneghello sono assolutamente dispari, anche se questo non è un giudizio di valore. Per quanto mi riguarda, ho isolato alcuni miti letterari: Fenoglio, per quanto riguarda lo stile e il tratto epico; lo sguardo scorciato del Calvino de Il sentiero dei nidi di ragno come prospettiva dal basso, attraverso lo sguardo dei bambini che guardano alla guerra partigiana da un punto di vista secondario. Con questo, tuttavia, non intendevo imitare ciò che era già stato perché non avrebbe avuto senso; chi ha letto Partigiano Inverno sa che ci sono una serie di diaframmi che introducono la storia; c’è la stessa distanza che ci può essere tra Manzoni e il Seicento, non a caso c’è una specie di variazione sul tema manzoniano del manoscritto ritrovato, nella fattispecie l’articolo ritrovato in cui si parla di un “Gettone” (collana di narrativa contemporanea curata da Elio Vittorini per Einaudi dal 1951 al 1958, n.d.r.), ed i “Gettoni” sono stati uno dei simboli più potenti, a livello editoriale, del neorealismo. Ci sono molti agganci metanarrativi che riguardano le soglie del testo e che mi sono serviti per porre una distanza. In Racconti partigiani questa distanza è aumentata ancora, i personaggi dei racconti hanno vissuto una vita dopo e ora sono vecchi, talvolta rimbambiti, tanto che vengono persino derisi dalle persone che gli stanno attorno.

“Racconti partigiani” di Giacomo Verri: «La memoria va tenuta in vita»

Io sono meridionale, barese per l’esattezza. Da noi c’è questa sensazione, che la guerra sia finita l’8 settembre. Quello che è accaduto dopo sembra quasi non riguardarci. In uno dei suoi Racconti partigiani narra di Vincenzo, un partigiano barese che ha scelto di continuare e resistere invece che tornarsene a casa ad aspettare, più tranquillamente, la fine della guerra in una condizione più normale rispetto a quella di là della linea gotica. Per prima cosa la ringrazio per aver ricordato anche il nostro contributo alla Storia. Ma, oltre a ciò, da settentrionale, quando parla di Resistenza, sente differenza tra Nord e Sud Italia?

Io penso di sì. Nel senso che i venti mesi di Resistenza hanno creato una differenza di esperienza quotidiana che nel Sud Italia non c’è stata. E con questo non voglio dire che lì la vita sia stata migliore; da quello che ho letto, studiato, dall’impressione generale che mi sono fatto, almeno fino al 1948 il Sud è stato reinghiottito nella dimensione feudale in cui versava prima della guerra. L’anno scorso ho letto il libro di Milena Agus e Luciana Castellino Guardati dalla mia fame (Nottetempo), ambientato proprio nella Puglia di quegli anni che mi ha fatto pensare che la normalità del dopo armistizio era piuttosto disperazione, e quindi, in fondo, un’altra forma di Resistenza.

 

Ma, oggi come oggi, è valso la pena combattere e morire per l’Italia?

Sì (la pronuncia è netta, decisa e senza esitazioni, n.d.r.). Nonostante le delusioni della vita politica odierna e non parlo solo del ventennio berlusconiano… Io lavoro nella scuola e questa nuova riforma è molto poco soddisfacente per noi; sono d’accordo con l’introduzione del criterio di meritocrazia ma lo strapotere che si vuole dare ai dirigenti scolastici li trasforma in piccoli dittatori all’interno della scuola. Ci sono molti aspetti della vita democratica che deludono, ma io sono convinto che i partigiani che hanno combattuto per la libertà, settant’anni fa, hanno combattuto per una società che si può definire del desiderio, desiderio di fare bene per l’altro, a costo di sacrificare la propria vita.  

 

I suoi romanzi sono sempre un piccolo compendio di letteratura italiana, sotto il profilo lessicale e stilistico. È un modo naturale di scrivere o c’è molto studio alla base di queste scelte?

C’è sicuramente molto Fenoglio, Calvino, Meneghello, anche Gadda (ma meno che in Partigiano Inverno) e quella bellissima stagione della letteratura italiana degli anni Dieci e degli anni Venti, quella della prosa del frammento lirico, i testi letterari della Ronda (al di là del giudizio di disimpegno politico che gli si è poi attribuito), il Cardarelli prosatore, Baldini, Emilio Cecchi, Bacchelli dai quali ho preso spunto per la costruzione linguistica, o anche la Scapigliatura piemontese, Achille Giovanni Cagna, Giovanni Faldella, tante anime che sono riaffiorate nella mia scrittura.  

“Racconti partigiani” di Giacomo Verri: «La memoria va tenuta in vita»

Prima Partigiano Inverno, ora Racconti partigiani: non teme di essere etichettato come scrittore monotematico?

Assolutamente sì. Ma ho pronto un terzo lavoro che coi partigiani non ha più niente a che fare, o meglio, ci sono degli accenni ma sono molto vaghi. Si tratta di una storia ambientata nel presente, spaziando tra gli anni Sessanta e i giorni nostri, molto meno connotata sul piano geografico e che vede protagonista la generazione successiva alla guerra, che progressivamente si è fatta invischiare, magari suo malgrado, in questo abuso della libertà e della democrazia in senso edonistico. Per cui, spero di togliermi presto di dosso questa etichetta di scrittore partigiano.

 

Ma è difficile pensare al futuro quando il presente è ancora caldo, come i Racconti partigiani di Giacomo Verri non smettono di ricordare.


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