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Raccontare le paure dei bambini. Intervista ad Aldo Simeone

Raccontare le paure dei bambini. Intervista ad Aldo SimeoneNel raccontare, Aldo Simeone sembra dipingere, a grandi pennellate, con colori pastello, con le luci e le ombre nella giusta proporzione, nel giusto spazio. Per chi è la notte, pubblicato da Fazi, è uno scivolare lento in un paesino nei monti della Garfagnana dove la Storia, la grande storia, non riesce a penetrare, se non come racconto, come riflesso filtrato dal bosco oltre il quale sono in pochi ad avventurarsi.

Bosconero è il nome del villaggio in cui la vita segue il ritmo della leggenda, delle paure ancestrali che vestono il bosco di anima, di creature spettrali e spaventose che pongono divieti agli umani. Gli streghi. Ci vivono gli streghi in mezzo alla fitta boscaglia e ammettere che entrarci è un chiodo fisso, è un segreto che può rendere un incontro speciale, fraterno, definitivo. Almeno secondo Francesco. Perché secondo Tommaso, non c’è da vergognarsi per via di quella attrazione, anzi, infrangere l’ancestrale divieto può essere un richiamo da assecondare.

Oltre quel confine, però, è inevitabile: la grande Storia s’intreccia alla storia portando il lettore a guardare a quel frammento di tempo con uno sguardo nuovo, candido e coraggioso al contempo.

In occasione dell’uscita di Per chi è la notte, Aldo Simeone ha svelato alcuni dettagli che si celano dietro la stesura del suo romanzo.

 

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Se lo chiede il protagonista, e con lui il lettore: per chi è la notte?

«Per me, per te e per chi non può andar di dè [ovvero di giorno]». Questa è la risposta “ufficiale” alla domanda degli streghi. Ne esistono anche delle varianti, ma il significato non cambia. Nel romanzo ho immaginato una risposta diversa, che non voglio anticipare per non togliere la sorpresa al lettore. Ma qualsiasi sia la formula condivisa, il mistero della domanda resta impenetrabile, e anzi si addensa all’udire questa oscura risposta. Cosa significa che la notte è «per chi non può andare alla luce del sole»?

Innanzi tutto bisogna chiarire il contesto: gli streghi s’incontrano, fuori dai sentieri battuti, solo dopo il tramonto, l’ora dell’«oscuramento» nella società contadina, che da sempre ha anticipato il «coprifuoco» della guerra. È il regno delle tenebre, durante il quale bisogna restare a casa; il tempo consacrato alla famiglia, al focolare, al sonno, non fatto per gli uomini ma per le creature notturne e gli spiriti. Uscire di notte è un peccato, non un semplice errore: l’infrazione di un tabù, punibile con la dannazione. Lo sventato che venisse sorpreso a commetterlo (dai legittimi abitanti della notte), sarebbe chiamato a discolparsi in una sola ed estrema occasione di salvezza. Chiedendo «per chi è la notte?», gli streghi vorrebbero sentirsi rispondere che è loro proprietà esclusiva e inviolabile. Il colpevole astuto, invece, li spiazza affermando che la notte è di tutti, e in particolare di tutti coloro che non sanno farsi bastare il giorno.

Raccontare le paure dei bambini. Intervista ad Aldo Simeone

Più della guerra, a Bosconero fanno paura il bosco e gli streghi. Chi sono? Cosa rappresentano?

Se lo sono chiesto tanti studiosi del folklore garfagnino. La risposta non è semplice. Potremmo accontentarci di quello che racconta il mito: sono gli abitanti del bosco e della notte, in pratica di un mondo al rovescio rispetto al nostro, urbanizzato e diurno. In altre parole, sono il nostro contrario: creature di un altrove che è un «sottosopra» – per usare un’espressione da gioco di ruolo. Visti da una certa angolatura, con diffidenza e timore, non possono che essere i nostri «avversari». Ciò che è diverso e ignoto spaventa. E la paura genera i mostri. E i mostri si combattono spargendo sangue. In effetti, il mito pagano degli streghi è stato oggetto, durante il cristianesimo, di una violenta censura, che li ha assimilati alle streghe, ai sabba, ai demoni. In origine, invece, gli streghi non dovevano essere creduti malvagi e non facevano paura: bisognava solo lasciarli in pace. È per questa natura ambigua che ho voluto inserirli al centro del romanzo. Non dirò di più sulla loro identità nella vicenda; dirò solo che gli streghi sono la vera paura dell’essere umano, di ogni essere umano, in tutte le epoche e le latitudini: l’ignoto.

 

Un amalgama di credenze, di tradizioni, di abitudini: come ha attinto alla saggezza popolare? In che modo si è documentato?

Mi piacerebbe poter rispondere per via orale, parlando direttamente con le genti garfagnine, ma devo confessare che ho letto ogni cosa sui libri. Ce ne sono moltissimi, pubblicati da alcune piccole e orgogliose case editrici della Lucchesia. Il capostipite degli studi sul folklore garfagnino è Idelfonso Nieri (1853-1920), che all’inizio del Novecento pubblicò due opere fondamentali: il Vocabolario lucchese e i Cento racconti popolari lucchesi. Più recenti e aggiornati, gli studi di Oscar Guidi. Solo da qualche mese, purtroppo dopo la stesura del romanzo, è stato aperto a Piazza al Serchio il Museo Nazionale dell’Immaginario Folklorico, che non ho ancora visitato ma so ricchissimo di documentazione anche audiovisiva sugli streghi e le altre moltissime leggende locali. Che smacco! Visitarlo mi avrebbe semplificato il lavoro e di certo avrebbe arricchito il romanzo.

Per assimilare il punto di vista e la lingua di un ragazzino dell’Appennino tosco-emiliano durante la guerra, ho invece letto alcune pubblicazioni dell’editrice Garfagnana, in particolare i temi scolastici di una certa Elisa Santoni, di Gallicano, tredicenne nel ’43. Certe sue frasi sono di un’espressività e una freschezza ineguagliabili. Per fortuna non sono mancati neppure i confronti diretti con gente del posto, in particolare il padre di mio cognato, Mario Baldini, originario di Minucciano, anche se troppo giovane per ricordare certi miti ormai – ahimè – in dissolvenza.

Raccontare le paure dei bambini. Intervista ad Aldo Simeone

Come è nata l’idea del romanzo?

Proprio da una visita alla casa natale di Mario, a Minucciano. Avevo la testa intasata da uno sciame di idee confuse: volevo raccontare una paura, anzi, la paura per eccellenza: la più spaventosa di tutte. Ci pensai e ripensai a lungo, e alla fine mi dissi: ma certo, Henry James! Ci vuole un «giro di vite»! Le vere paure sono quelle dei bambini, che non ci lasciano nemmeno da adulti. Così ho iniziato a vagheggiare la storia di due bambini. Due bambini in un bosco. C’è molto di autobiografico in quest’ambientazione “alla fratelli Grimm”: la mia adolescenza l’ho vissuta a Marina di Pisa; alle spalle avevo la grande pineta dannunziana di Alcyone, labirintica e assetata, luogo «panico» nel doppio senso della parola. Lì giocai la più bella caccia al tesoro della mia vita, trascorsi ore di gioia e di noia, vissi alcuni degli episodi più importanti della mia crescita. Costantemente accompagnati dal brivido di perdermi. Eppure è proprio qui che mi sono sempre ritrovato. Quando poi vidi Minucciano e scoprii la Garfagnana, ogni frammento di fantasia si ricompose in una narrazione: vidi la casa del protagonista, capii che Francesco iniziava l’adolescenza durante la guerra, quando i suoi monti erano più alti e liminari che mai, perché ospitavano la linea Gotica che divideva l’Italia nazifascista dall’Italia liberata. Due mondi opposti, due dimensioni reciprocamente al rovescio. I boschi di Garfagnana, allora, ospitarono davvero la paura.

 

Quando ci sono gli uomini, nella quotidianità del villaggio questi sono comunque ombre nelle vite dei bambini. Prima della guerra, ma anche ora, dopo, il mondo è delle donne... Le storie le racconta a Francesco sua nonna... Può approfondire questo dettaglio?

Ora che ci penso deve esserci qualcosa di autobiografico. Sono cresciuto in una famiglia a netta prevalenza femminile. Le donne di casa mi vezzeggiavano perché raro esemplare di sesso maschile. Fra i miei parenti, gli uomini erano o morti o assenti. Le relazioni d’affetto domestico, basate sull’attenzione e la frequenza, erano femminili. Oggi, per fortuna, i rapporti famigliari stanno finalmente cambiando: gli uomini stanno scoprendo una dimensione paterna più simile a quella femminile, non basata sulla distanza e l’autorità, ma sulla presenza e l’autorevolezza. Si dice spesso che la società di oggi è più femminile, ma non si sottolinea abbastanza che la famiglia è più maschile. C’è più equilibrio fra i sessi, più commistione. La grande conquista di oggi è avere abbattuto il pregiudizio degli “ambiti” di predilezione, l’assioma tautologico delle “inclinazioni naturali”. Francesco, nella sua adolescenza (un’età di rottura per eccellenza), deve affrontare anche questo trapasso, che è generazionale. Del resto gli storici insegnano che furono proprio le guerre, in particolare quelle mondiali, a svelare il nuovo protagonismo delle donne. Più ci penso, più credo di avere scelto il contesto giusto per ambientare una storia di crescita e di (tras)formazione.

 

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Francesco e Tommaso, due amici, per scelta, ma anche due mondi a confronto. Cosa rappresenta l’uno e cosa l’altro?

I nomi dei due protagonisti appartengono entrambi a un mio amico. Mi ha fatto notare lui stesso il loro valore antitetico, ma in fondo complementare: san Francesco è il campione della fede innocente che non ha bisogno d’altro per credere, del pauper spiritu, il povero di spirito, o meglio in spirito, che è naturalmente beato; san Tommaso è invece il modello dell’intellettuale che ha bisogno di vedere per credere, che dubita, che vive nel tormento dell’incertezza e tuttavia raggiunge ugualmente la beatitudine, anche se per sentieri più tortuosi. L’incontro e il dialogo di queste due anime è in fondo la dialettica che è dentro ciascuno di noi: il trasporto e la diffidenza, l’io bambino e l’io adulto, l’istinto e la ragione. Al di fuori della finzione narrativa, Francesco e Tommaso sono davvero una stessa persona, un po’ come Lila e Lenù dell’Amica geniale. Un’ulteriore complicazione di questo dualismo arriva poi dalla tradizione garfagnina, per la quale è abituale assegnare due nomi alla nascita: quello anagrafico (spesso sconosciuto a tutti tranne che ai genitori, dal suono astruso, quasi sempre appartenuto a un caro avo) e quello “identitario”, che il bambino porta in società fino alla vecchiaia. All’anagrafe il Francesco del romanzo è Pacifico, e quel nome è un altro motivo di vergogna in un’epoca di nazionalismo e bellicismo trionfanti. Tommaso restituirà Francesco/Pacifico a se stesso, come solo le vere amicizie sanno fare.


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Per la prima foto, copyright: Filippo Ruffini su Unsplash.

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