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Raccontare la sofferenza in una storia d’amore. Intervista a Chiara Marchelli

Raccontare la sofferenza in una storia d’amore. Intervista a Chiara MarchelliÈ arrivato nelle librerie il 9 marzo Le notti blu, il nuovo romanzo di Chiara Marchelli pubblicato da Giulio Perrone Editore, candidato al Premio Strega.

Come nei precedenti L'amore involontario (Piemme, 2014), incentrato sul rapporto tra fratello e sorella, e Le mie parole per te (Piemme, 2015), storia di una coppia tutta al femminile, l'autrice affronta il tema di un rapporto d'amore complesso.

Assistiamo infatti alle difficoltà che devono affrontare Michele e Larissa, una coppia già avanti con gli anni, il cui matrimonio è stato devastato da un dolore insuperabile. Divisi tra la New York in cui si sono trasferiti a vivere da molto tempo, perché Michele insegna in quella università, e l'Italia con cui mantengono comunque forti legami affettivi, i due si sono ridotti a vivere giorno per giorno un'esistenza che sembra non avere più uno scopo, ma è basata solo su una mera sopravvivenza quotidiana, gravata dal peso lacerante di tragici ricordi.

Arriva però un momento in cui il destino sembra offrire loro una possibilità, sia pure remota, di tornare a elaborare un progetto per il futuro, ma questo minaccia anche di dividere profondamente la coppia: Larissa oppone infatti un rifiuto totale a questa novità, mentre Michele vi si aggrappa con decisione, giudicandola l'ultima chance che può forse ricevere da una vita che ha perso ogni attrazione.

Romanzo profondo, pureper i precisi riferimenti alle leggi matematiche in cui Michele cerca spiegazioni per il suo dramma personale, Le notti blu contiene altri due temi importanti già toccati negli altri romanzi di Chiara Marchelli, che come il suo personaggio è una docente universitaria e vive da molti anni a New York: la pulsione verso il ritorno in patria, che anima molti italiani residenti all'estero, unita alla consapevolezza che il paese verso cui si tende è, in realtà, più immaginario e costruito dai propri ricordi personali che aderente a quello attuale, in cui chi torna dopo lunghe assenze rischia di sentirsi spesso a disagio.

Abbiamo incontrato Chiara Marchelli alla libreria Verso a Milano, dove è stata fatta la prima presentazione milanese del romanzo.

 

Come mai ha scelto questo argomento, così crudo e difficile, occupandosi di una vicenda familiare tra persone piuttosto lontane dalla sua età anagrafica?

L'ho scelta perché quando scrivo penso a delle storie che appartengono a tutti, che ci sfiorano o ci toccano in qualche modo. Non è una vicenda autobiografica, però qualcosa di simile è successo a persone che mi sono molto care, e per questo mi è rimasta dentro. Come spesso succede, o almeno a me capita così, se una cosa resta dentro, sedimenta e non vuole andarsene, sento che ne devo ricavare qualcosa.

Il mio strumento è la scrittura e così, dopo un certo periodo di tempo, questa storia è tornata in superficie e io ho dovuto scriverne, senza neanche pensare troppo a quello che stavo facendo. Non che avessi paura di mettermi nei guai, pensando di scrivere di due persone che hanno quasi l'età dei miei genitori, e oltretutto dal punto di vista di un uomo... Se uno scrittore dovesse fermarsi a considerare queste cose, probabilmente nel novanta per cento dei casi si congelerebbe prima di cominciare.

Raccontare la sofferenza in una storia d’amore. Intervista a Chiara Marchelli

La mia, più che una domanda, è un'osservazione. Mi è piaciuta l'atmosfera di sospensione che pervade il romanzo, e che porta il lettore a voler sapere cosa c'è sotto, a scoprire il dramma. La sospensione è scandita da quei piccoli riti tra i personaggi che potrebberoessere momenti di condivisione e invece raggelano.Questo senso di sospensione era voluto dal principio, o le è venuto scrivendo?

È venuto scrivendo, non so come. Volevo comunque mantenere una certa discrezione nei confronti della storia, trattandola nella misura che ritenevo migliore, avendo molto rispetto per questo tipo di dolore e non volendo fare sciacallaggio o facile sentimentalismo.

Uno dei punti fondamentali, che ho affrontato anche attraverso la scelta del linguaggio, è stato perciò quello di conservare una distanza, in modo che la storia parlasse da sè, fosse per esempio poco comunicata attraverso aggettivi, poco definita. Ho cercato di collocare gli eventi nel modo più oggettivo possibile, guardandoli come attraverso un buco, senza troppe aggiunte. Non descrivere, ma semplicemente dire perché certe cose ai personaggi vanno bene o male: era un tentativo di essere il più essenziale possibile.

 

Ho apprezzato moltocome il personaggio di Michele cerchidi spiegare il dolore basandosi su delle formule, attraverso la teoria matematica dei giochi.

Tutti noi abbiamo bisogno di trovare dei riferimenti. Michele è un uomo che parte corazzato, perché è abituato a vivere, come capita spesso agli studiosi, dedicandosi a qualcosa che diventa la priorità dell'esistenza: prova a usare la scienza per gestire un dolore altrimenti ingestibile, ma quando capisce che, in realtà, nessuna teoria può dargli una risposta, arriva a un punto di rottura. Ma dove c'è una rottura entra anche la luce, perciò lui sceglie di rinascere, di tornare in superficie.

 

È molto più difficile scrivere del dolore che di una bella storia d'amore, perché si rischia di travolgere il lettore. Qual è stato il suo approccio a questo tema per poterlo trasmettere in modo equilibrato?

Io non sono capace di scrivere di felicità! Non sono in grado di rendere interessante una storia d'amore, anche se in apparenza è più facile, perché c'è meno coinvolgimento e meno sofferenza, meno sforzo: però bisogna esserne capaci, mentre io divento banale.

Dal punto di vista artistico, in genere, la sofferenza è molto più interessante, perché nella sofferenza c'è il cambiamento. La felicità non è uno stato, ma un momento che non dura mai più di tanto, non è interessante perché costituisce una stasi, non contiene nulla di dinamico che possa interessarmi come scrittrice. D'altronde lo dice già l'inizio di Anna Karenina: «Tutte le famiglie felici somigliano, ma ogni famiglia è infelice a modo suo».

È nella sofferenza che io posso cercare quello che mi interessa, cosa che ho sempre fatto inconsapevolemente, finché, una volta, uno scrittore mi fece notare che nei miei romanzi metto sempre la morte.

 

I personaggi sono descritti più attraverso i dialoghi e le azioni, con un linguaggio quasi cinematografico. Per alcuni di loro, come ad esempio Mirko, un geologo molto particolare, ha preso spunto da qualche persona reale che ha conosciuto o si tratta di una sintesi di più stimoli?

I personaggi si costruiscono nella mia testa più o meno allo stesso modo, a meno che io non abbia in mente una persona particolare a cui attingere, cambiandogli il nome come faceva Hemingway. Mi è capitato di farlo, ma solo con personaggi secondari, mai con i protagonisti. Si attinge a quello che ci circonda, perciò per essere buoni scrittori occorre essere buoni osservatori e ascoltatori: se non ti guardi intorno, non noti le cose e non provi a capire le persone, finisci per scrivere solo di te stesso.

Michele, Larissa e gli altri sono persone nate così come appaiono, nutrite a mano a mano che li conoscevo io stessa. Anche Dacia Maraini diceva che i personaggi prendono la loro forma, il loro carattere, e guai ad andare contro la loro personalità. Per me è vero che i personaggi hanno una loro personalità, quindi i casi sono due: o c'è qualche forma di indirizzamento occulto, oppure li abbiamo tenuti in testa per così tanto tempo che ormai sono pronti per essere inseriti dentro una storia.

Io non ho molta immaginazione, quindi prendo qui e là qualcosa, un gesto, un profumo, una sensazione. Ogni opera narrativa contiene per forza qualcosa di autobiografico, altrimenti non potrebbe essere reale. Per quanto riguarda i dialoghi, a me piace moltissimo ascoltare le persone e sentire come usano le parole. A volte il rischio è far parlare tutti nello stesso modo, ad esempio quando ci sono persone della stessa età che vivono insieme da tanto tempo, come i miei genitori, che mi sembrano spesso dire le stesse cose.

Mi piace il dialogo, mi piace leggerlo quando è fatto bene, e se hai in mente con chiarezza un personaggio lo fai anche parlare con specificità. Fino a quando non ho esattamente in testa il personaggio e la storia è impossibile che io mi metta a scrivere, perciò tengo dentro di me le storie per tanto tempo prima di metterle su pagina.

 

Quindi per lei è faticoso scrivere un romanzo, o è una cosa che le viene facile?

Questo libro è stato molto faticoso, ma dipende sempre da quello che scrivi: ci sono storie più facili, non necessariamente perché siano meno dolorose.

Questo mi è costato più fatica proprio perché non è la mia storia, e perché ho davverosofferto scrivendola, ma mi fa piacere pensare di aver fatto un progresso nella scrittura.

 

Come si è sentita quando ha scritto la parola "fine"?

Il libro sai benissimo quando sta finendo prima di ultimarlo, e ci sono giorni in cui ti dici "oggi lo finisco", perché è una cosa che ti si annuncia, e quindi sei in qualche modo preparato. Un po' è un sollievo e un po' no, perché adoro la routine della scrittura.

Mi piace moltissimo svegliarmi la mattina e scrivere a lungo, quando non devo andare a insegnare: sono le famose ore che uno passa a fare quello che ama, e per me si tratta della scrittura. Che poi, in realtà, quando arrivi alla fine il libro non è ancora finito: in genere devi riscrivere l'inizio, perché per quanto mi riguarda non va già più bene rispetto a ciò che ho scritto dopo, e poi va comunque aggiustato anche in mezzo. Certo, arrivare al termine della prima stesura significa comunque togliersi un peso di dosso.

 

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Nel libro si parla della teoria del gioco non cooperativo, che mi ha incuriosito.

Io mi sono laureata in arabo, adesso insegno italiano e faccio la scrittrice: di teoria dei giochi, prima di scrivere questo libro non sapevo niente, quindi ho studiato, facendo ricerca, e dopo aver terminato il libro ho dimenticato.

Il gioco non cooperativo nella storia mi serve come metafora, per spiegare che la vita non coopera affatto con noi. Come spiegare un dolore abissale? Si può pianificare tutto di una vita normale, ma poi ti può capitare una cosa che non ti permette mai più di ritrovare il tuo equilibrio: la teoria dei giochi serve a spiegare proprio questo.

Tutti aspiriamo a vivere in equilibrio, mentre Michele e Larissa ormai aspirano solo ad arrivare al termine delle loro giornate.

Raccontare la sofferenza in una storia d’amore. Intervista a Chiara Marchelli

Pensa che si possa sopravvivere nel tempo a una tragedia?

È difficile, ma non impossibile, che il tempo possa guarire le sofferenze. Forse Michele e Larissa non sono in grado di superarle perché queste sofferenze sono arrivate tardi nella vita, mentre per i personaggi più giovani può esserci una possibilità. Ci sono persone che riescono a superare tragedie che sembrano infinite, se hanno il tempo per farlo.

 

Ci sono degli influssi americani nella sua scrittura?

Nello stile, di sicuro. Quello che a me piace di tanta letteratura anglosassone, non soltanto americana, e di certa letteratura francese, è lo stile essenziale, che trovo racconti meglio una storia rispetto invece a uno stile più barocco e fiorito.

Nelle storie, però, no: io vivo negli Stati Uniti, ma non posso raccontare una storia americana, perché non sono nata lì. Posso raccontare di me, o di personaggi che mi somigliano che vivono lì, perché ormai io vivo a New York da quasi vent'anni e la conosco bene, perciò non faccio del turismo narrativo se ne parlo, ma sono italiana e devo mettere insieme due identità e due linguaggi. Se gli americani mi hanno influenzata, sopratuttto Carver, anche se io mi fermo prima, non è stato nelle tematiche.

Noi non abbiamo le pulsioni della società americana perché noi siamo una piccola provincia, con le "sue" pulsioni e le "sue" complessità, e mi sentirei ridicola a fare un romanzo "americano". Amo alcune scrittrici americane, ma non sono d'accordo sulla distinzione tra scrittura femminile e maschile.

 

Chi è il suo primo lettore?

Si chiama Andrea Cecchi, e lo ringrazio in tutti i miei libri, una persona che ovviamente è molto importante per me, un ex fidanzato che poi è diventato un amico particolare, che mi accompagna ancora. Lui è sempre il mio primo lettore, con cui mi confronto a partire dalle nuove idee. È un creativo straordinario, e io lo invidio moltissimo, perché mentre io ho un'idea lui ne ha già avute sette diverse, tutte migliori della mia. Mi stimola molto.

 

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Come ha reagito alla prima idea di questo romanzo?

In realtà, quando sono ancora al primo stadio di un nuovo libro non ne parlo con nessuno, perché lo sento ancora come troppo fragile. Inizio a parlarne ad Andrea quando ho già scritto e posso passargli qualche capitolo, tanto che lui mi dice che i miei libri finisce per leggerli venti volte. È estremamente rispettoso del mio lavoro, ma se scrivo scemenze non si fa problemi a dirmelo: il libro che lui ha apprezzato meno è stato Le mie parole per te, che è una storia d'amore tra due donne, e lui non era tanto interessato alla cosa. Tra l'altro era nato come una storia etero, e strada facendo l'avevo cambiato, cosa che non l'aveva convinto. Al mio agente invece era piaciuto e me l'aveva fatto pubblicare, ma in realtà aveva ragione Andrea, e forse avrei dovuto tornare indietro alla prima stesura. Comunque ho altre due o tre persone che leggono i miei libri prima che li sottoponga all'agente.

 

È stato difficile scrivereLe notti blu dal punto di vista di un uomo?

No, perché da sempre ho più facilità a scrivere dal punto di vista di un uomo, e tutti i miei romanzi hanno protagonisti maschili. Credo di avere un lato della mia personalità molto maschile, che mi permette di scrivere in un modo che poi non mi sembra sciocco o fatto di luoghi comuni. Ogni volta che ho provato a scrivere dal punto di vista di una donna facevo troppo riferimento alle mie esperienze personali, e venivano fuori delle cose che non solo non mi convincevano, ma mi annoiavano pure.

Io scrivo per uscire da me, per inventare e vivere un mondo parallelo. Nel libro nuovo che sto scrivendo, il punto di vista è comunque quello di una donna più matura di me, perciò riesco ad avere il giusto distacco.

 

Ed è stato invece difficile scrivere dal punto di vista di una persona anziana?

Sicuramente è stato faticoso, ma io penso che prima di essere uomini o donne, giovani o vecchi siamo tutti degli esseri umani. Non avrei potuto scrivere questa storia quindici anni fa, questo è sicuro, ma ci sono comunque dei meccanismi comuni, come affrontare certe gioie e certi dolori, che sono condivisibili sempre.

 

Sta lavorando a qualcosa di nuovo?

Ho già completato la prima stesura di una nuova storia, ma ci devo lavorare ancora molto.

Ha un tono diverso dai libri precedenti, perché è scritto in prima persona dal punto di vista di una donna, cosa che non avevo mai fatto finora, quindi ho ribaltato un pochino i giochi.


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