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Raccontare il disagio degli adolescenti. Intervista ad Anna Vivarelli

Raccontare il disagio degli adolescenti. Intervista ad Anna VivarelliAnna Vivarelli si occupa di letteratura per ragazzi da oltre trent’anni. Conosce dunque da vicino l’immaginario dei lettori più giovani, sa come affascinarli e avvicinarli al contempo a temi difficili e non sempre di facile presa. È questo il caso anche del suo ultimo libro, La terra sotto i piedi (edito da Piemme, Il battello a vapore), nel quale Vivarelli racconta il disagio adolescenziale da due punti di vista: quello di Ludovico, affetto da gravi problemi nervosi, e quello di Samuel, orfano costretto a occuparsi di se stesso da solo e senza la rete di protezione a cui la maggior parte dei nostri ragazzi è abituata.

Proprio di questo e dell’importanza di affrontare questi argomenti con i lettori più giovani abbiamo parlato con Anna Vivarelli nell’intervista che ci ha gentilmente concesso.

 

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La terra sotto i piedi è ambientato a Venezia, nel ghetto ebraico, nel XVIII secolo. Perché questa scelta per un libro destinato a un pubblico di ragazzi dagli undici anni in su?

Credo che, proprio come i lettori adulti, gli adolescenti siano capaci di cogliere la contemporaneità anche in un romanzo ambientato oltre due secoli fa. Per quel tacito patto che è alla base della scrittura, il lettore sa che all’interno di una cornice lontana dalla sua realtà i personaggi provano comunque a raccontare il presente, come succede per esempio nelle storie ambientate nel futuro o, più semplicemente, in quelle molto distanti geograficamente. La mia scelta deriva dal fatto che desideravo raccontare una storia di esclusione sociale, oltre che soggettiva, e il ghetto di Venezia è un contesto emblematico. Inoltre, andare così indietro nel tempo mi ha permesso di creare un personaggio con determinate caratteristiche, impossibili per un ragazzo di oggi: Samuel, il mio protagonista, fin dall’infanzia ha potuto contare soltanto su se stesso, benché all’interno di una comunità ma, dal capitolo 12 in poi, deve compiere le proprie scelte in totale autonomia, senza alcuna rete di protezione, accumulando esperienze e incontri spesso dolorosi. Ma la solitudine di fronte ai bivi dell’esistenza è qualcosa che un ragazzo di undici/dodici anni comprende profondamente.

 

La storia narrata, oltre ai riferimenti storici, contiene anche elementi molto forti di denuncia sociale. Quanto può essere importante oggi far confrontare i ragazzi con situazioni simili a quelle descritte nel libro?

Importantissimo. Per capire il mondo, dobbiamo guardare indietro e scavare nel nostro passato fino alle radici. Questo è un romanzo che parla molto dell’Italia, anche o proprio perché la storia si svolge in un tempo in cui l’Italia non esisteva ancora. Ma la collocazione storica, e i temi della ghettizzazione degli ebrei, dello schiavismo, delle conquiste napoleoniche, tutti presenti nel romanzo, sono funzionali alla vicenda del protagonista. La terra sotto i piedi è soprattutto la storia di un ragazzo cui alla nascita sono state servite pessime carte e che, attraverso un percorso accidentato e avventuroso, riesce a costruirsi un futuro, reinventandosi a ogni tappa. Il mio protagonista non è perfetto, ha qualche problema con il rispetto delle regole, e per questo paga un prezzo oneroso, ma è intelligente, curioso, dotato di un sano egoismo, ed è capace di conservare dentro di sé ogni tipo di esperienza, per poi trasformarla in un’occasione di crescita. È questo che intendevo a proposito di una contemporaneità e di una vicinanza che i ragazzi possono riconoscere in Samuel.

Raccontare il disagio degli adolescenti. Intervista ad Anna Vivarelli

Gli adulti, nel romanzo, non sempre danno il meglio di sé. Dal rabbino Abrabanel che invece di aiutare l’orfano Samuel lo manda a casa di Badoer fino al precettore del figlio di quest’ultimo che anziché picchiare il ragazzo ricco si “sfogherà” su Samuel. È un modo per dire che la cattiveria e il male come scelte consapevoli riguardano solo gli adulti o ci sono anche altre ragioni?

Nei romanzi per ragazzi, capita sovente che gli adulti non diano il meglio di sé: un romanzo d’avventura per giovani lettori non può prescindere dalla malvagità o dall’indifferenza degli adulti. Il senso di estraneità e di alterità rispetto agli adulti appartiene a ogni adolescenza, e chi narra ai giovani non può prescinderne. Crescere significa imparare a difendersi dal male e dalla cattiveria del mondo, e capire che possiamo rifiutarli o diventarne parte. Ma la storia di Samuel si intreccia alle storie del Turco, che non ha mai goduto della gloria che gli spettava, e di Arianna, che il Turco ha salvato da un destino atroce: questi sono adulti decisamente positivi. E alla fine, non è del tutto negativa neppure la figura del rabbino Abrabanel, vittima dei pregiudizi degli altri e anche dei suoi, che paga il suo errore con anni di rimorsi.

 

Samuel è il capro espiatorio di Ludovico, nel senso che il primo viene picchiato durante le lezioni quando il secondo si comporta male perché, data la sua condizione sociale, Ludovico non può subire punizioni. I due giovani riescono tuttavia a consolidare un legame. Dove affonda le radici quest’amicizia?

Direi forse nel fatto che entrambi sono dei disadattati: Samuel perché è un orfano, è un giudeo, ed è completamente solo, Ludovico perché è malato, ha grossi problemi nervosi e anche se io non parlo di autismo – sarebbe un anacronismo imperdonabile – la descrizione dei suoi comportamenti lo fa intuire. Inoltre, a unire i due ragazzi, ci sono gli scacchi: per Ludovico il gioco degli scacchi è l’unica fonte di soddisfazione in un mondo che non capisce e che non lo capisce; per Samuel, accumulatore infaticabile di esperienze e saperi, dapprima è solo un modo di riempire le giornate a palazzo, ma poi si trasforma in un mestiere, anzi, un destino.

 

Scrivere per i ragazzi non è facile, almeno così ci dicono molti degli autori con cui abbiamo avuto il piacere di conversare. Lei come la pensa? Da dove nasce questa sensazione di difficoltà?

Non so se scrivere per i ragazzi sia più difficile o più facile che scrivere per gli adulti. Io non mi pongo il problema dell’età del lettore a monte della storia, ma solo quando la storia si sta sviluppando e sta prendendo forma: per le caratteristiche del protagonista, per la complessità o la semplicità della vicenda, per i temi che scelgo di toccare o di escludere, la storia richiederà una certa scrittura, e alla fine risulterà adatta un certo lettore, bambino o adolescente o giovane adulto. Il senso di difficoltà di cui parlano alcuni colleghi credo dipenda dalla necessità di immergersi ogni volta nel mondo dei giovani, nonostante la propria età anagrafica. Occorre adattare la propria visione adulta del mondo al sentire dei ragazzi, e occorre farlo in modo empatico e non paternalistico. È necessario muoversi in equilibrio, rifiutando sia la tentazione di offrire la ricetta di vita che deriva dalla nostra esperienza personale, sia l’appiattimento sul giovanilismo o sull’infantilismo melenso. Il senso critico, la spinta in avanti, la voglia di cambiamento, il coraggio di rischiare, la visione del mondo come un inesauribile bacino di possibilità e di strade inesplorate: queste sono le opportunità della giovinezza, ed è di questo che i romanzi per i ragazzi dovrebbero parlare e quasi sempre parlano.

 

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C’è una tendenza a considerare quella per ragazzi letteratura di serie B, nonostante annoveri veri e propri capolavori. Possiamo provare a sfatare questo mito?

Problema antico, questo, sicuramente più accentuato nel nostro paese che in altri: penso alla considerazione per gli autori per bambini e ragazzi nei paesi anglosassoni. Il modo migliore per sfatare questo falso mito è scrivere buone storie e lavorare molto sulla scrittura, senza intenti pedagogici e senza pensare troppo al marketing, sottraendosi alla serialità ripetitiva e alla sciatteria del linguaggio, opponendosi alle sirene dei “temi forti” buoni soltanto per le schede di lettura scolastiche e per allontanare i ragazzi dalla passione di leggere. Rispetto per i propri lettori: questo dovrebbe essere il nostro obiettivo. Che poi, a ben guardare, è anche rispetto di sé e del proprio lavoro.

Raccontare il disagio degli adolescenti. Intervista ad Anna Vivarelli

Chiudiamo con un consiglio. Ci indica tre libri che ogni adulto dovrebbe regalare a un ragazzo?

Come lettrice, vorrei sottrarmi a questa domanda, perché ogni adolescente ha bisogno dei suoi libri, che non devono necessariamente essere dei bei libri, o libri che soddisfino chi, come me, legge da cinquant’anni. Quando svolgo la mia attività formativa per gli insegnanti, insisto molto su questo punto: occorre portare i ragazzi di fronte al maggior numero di storie possibili, e fare in modo che possano scegliere in autonomia che cosa leggere. Il lettore è colui che decide liberamente in quale libro perdersi per trovare se stesso.


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Per la prima foto, copyright: Seth Doyle.

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